FRANCESCO GUCCINI. CRONICHE EPAFANICHE. A Teresa, sperando che impari. Ad Angela, così impara. I personaggi e gli avvenimenti di queste pagine non sono immaginari; forse qualcuno non si riconoscerà o penserà che abbia travisato certe cose. Se è successo, l'ho fatto soltanto per la labilità della memoria e i filtri incerti della fantasia e dell'affetto. Siamo bastardi di confine, anche se: border people, suonerebbe (chissà perché‚) meglio; in provincia di Pistoia, anche se molto al di qua dello spartiacque, siamo circondati dalla provincia bolognese. Parliamo perciò in modo curioso. Per fare qualche esempio, se voglio indicare quella vaschetta in legno o in muratura nella quale mangiano i maiali dirò trogo se parlo italiano ma trogo (con la o chiusa emiliana) se uso il dialetto; così il lievito diventa al livto, nella qual parola l'audacia dell'emilianismo è moderata da quella o finale. E via andare. Ho usato però più l'italiano parlato che il dialetto quindi i segni diacritici per indicare certi particolari suoni dialettali sono pochi, ma vediamoli. Indico con: s la sibilante dentale sonora come nell'it. asilo (così farò eventualmente con la z di zona); sg la sibilante palatale sonora, come nel francese jambe;o nel pavanese nosge: noce; la sovrapposizione della tilde le vocali nasali, soprattutto in fine parola, ad esempio: ca: cane; ssc la doppia sibilante palatale sorda, ad esempio usscio: uscio; ggn la doppia nasale palatale ad esempio leggna: legna; sc (sopra il rigo) una specie di sibilante palatale sorda appena accennata; ad esempio b‚sctia: bestia; gl (sopra il rigo) la laterale palatale molto schiacciata, quasi i ad esempio cucamegli: primule. Questi segni tipografici sono derivati dal sistema di trascrizione semplificato della R.I.D., Rivista Italiana di Dialettologia. 1. Il fiume è il fiume per eccellenza, per antonomasia, non c'è Orinoco o Rio delle Amazzoni che tenga. Il Po, altro fiume, si sa che nasce dal Monviso, per definizione, ma è più invenzione letteraria che geografia. E Reno esiste, ma quando si incontra col fiume cambia nome e genera un territorio indefinito, che si chiama appunto: i due fiumi, e la larga iara attorno, perché‚ il fiume non è affluente di nessuno, esiste in sé, quasi come Dio. Non nasce, è; sopra la Diga si chiama Bacino, più in su è territorio misterioso e inesplorato, come le sorgenti del Nilo. Dala Diga in avanti è appunto il fiume. Diventa acqua, a volte, quando si parla di quella costa sulla sponda destra a spini e a rovi (dove non coltivato) che viene chiamata: di là da l'acqua, ed è abitata da gente un po' selvatica, e forse perché‚ li la natura ha fatto il salto (crescono cerri, non castagni, da quella parte), di usanze comunque ben diverse e meno civili di quelle veramente urbane del centro. Il fiume ha affluenti, anche se non vengono considerati proprio tali, perché‚ sono fossi, e anche i fossi esistono a parte, in s‚, sono entità puramente staccate; non nascono, scorrono per certi tratti, d'inverno sono in gialla piena fangosa e d'estate quasi in secca e ruscellini lievi per pozzette che si riempiono di strani animaletti nuotanti che si riflettono sul fondo circondati da un alone luminoso e di rosse e filamentose radici affioranti. L'acqua vi sarebbe limpida, ma se salta la ranocchia in un amen s'intorba e si fa acqua colomba: forse sono così le parti più umide e paludose delle giungle. Nascostamente vanno a finire nel fiume, ma in maniera pudica, senza darlo a vedere. Possono essere preziosi, ci possono essere cave di terra greca, da tenere, una volta scoperte, rigorosamente segrete, o piriti d'argento incastonati in macigni affioranti, o risplendenti quarzi a tramoggia; a volte, risalendoli, si scoprono macchioni di v‚tiche da utilizzare come introvabili capanne. Possiedono nomi propri, proprio perché‚ sono tanti e a volte può essere necessario distinguerli; così c'è quello di Maiolo, quello del Loglietto, quello di Pavana, quello di Ricchiavoli che, come si sa, separa il paese vero e proprio da un habitat diverso e lontano, ubi sunt leones. C'è anche quello della Centrale, che prima doveva avere nome diverso, se la Centrale è degli anni 20, ma Potenza della Tènnica, che nella sua parte finale lo ha anche incementato, domato, e costretto a terminare suo corso nella Galleria dello Sfioratore. Il fiume ogni tanto si allarga, e forma il Pozone; c'è quello del Pontaccio, che è il più classico, e quello della Centrale, che è il più largo e lungo, e il più fondo, si mormora, di abissi inimmaginabili, forse anche cinque o sei metri, e che contiene anguille di dimensioni spropositate, e trote ingigantite e inferocite dalla vecchiaia, e sauri, e Nessie di Loch Ness, e borde malefiche, così verdastro e chiuso com'è fra gli alti muraglioni di cimento armato e gli archi da tempio Maya della Centrale distrutta. Sul fondo ci sono anche i resti mortali della Centrale istessa, traversine di ferro arrugginite, blocchi di calcestruzzo, le macchine del Titanic, quantità pressoché illimitate di metalli preziosi che fanno sognare, noi miseri raccoglitori di superficie, e che, se recuperati e portati a vendere da Tiribitta, varrebbero fortune. Il Pozone della Centrale va bene per prove di alto ardimento, che dimostrino sangue freddo e compiuta virilità, prove quali correre sul muro a strapiombo o farsi portare dalla corrente dello sfioratore, sulla sua l‚zza sguillosa, per poi fermarsi con mille astuti accorgimenti ad un passo dal salto mortifero; va anche bene, data la lunghezza, per lo Spia-Pesce. Si procede così: si prende una piccola pigna rotondeggiante e, chinandosi il più possibile a pelo dell'acqua, con un secco movimento del braccio e del polso la si lancia sulla superficie in modo che la tocchi rimbalzando il maggior numero di volte possibile. Tre volte è ritenuto appena sufficiente, dalle dieci in su da drago; una volta sola da bambine, le quali, come è noto, non solo non hanno occhio nella scelta del sasso e afferrano certi macigni destinati per loro costituzione a tendere naturalmente verso il fondo, ma non sanno lanciare nemmeno i sassi, ciò è insito nella loro essenza, è un naturale dato di fatto, e nessuno sa quale grave colpa atavica (la mela di Eva?) sia punita con questa dolorosa menomazione, forse un poco esagerata; ma Dio c'è, e sa. I Pozoni, o Bonzi, sono stati creati per due cose, pescarci e nuotare. Essendo che il Pozone esiste in un luogo definito ma le sue forme e dimensioni variano a seconda delle piene invernali, si dovrà procedere in questo modo: si aspetta il giorno di S. Giovanni, perché‚, come si sa, il bagno fatto prima di quel giorno potrebbe essere dannoso alla salute, poi, di mattina, si percorre tutto il tratto di fiume compreso fra la Centrale e il Pontaccio. I Pozoni degni di questo nome sono tre, è cosa ovvia: quello del Muraglione, quello delle Scalette e quello del Pontaccio. Si osservano con attenzione, e si discute a lungo su quale appaia il più degno per la stagione. Fatta la scelta, non sempre priva di controversie e permali, si deve dare inizio ai lavori, perché‚ quasi mai la natura è perfetta, e richiede la mano esperta dell'Homo abilis per essere portata a perfezione. A monte, allora, si comincia a portare via sassi, perché‚ il corso del fiume risulti più sciolto e scorrevole, e maggiore portata d'acqua giunga senza inutili frapposizioni; a valle, dove comincia a restringere, si inizia a costruire la Grande Diga, mirabile esempio di Ingegneria Empirica, e ognuno porterà i propri macigni di peso sempre solo un poco superiore delle proprie forze, e li ribalterà addosso agli altri, insultando e venendo insultato, ma ciò fa parte del necessario rituale apotropaico e la Diga non riuscirebbe bene altrimenti, e si tureranno le falle con mota e farfanacci e v‚tiche e sassi piccoli, e ci si tufferà sul fondo per pulirlo dalla l‚zza e dai vetri e dalle latte arrugginite e da tutto ciò che il fiume invernale si è portato con sé, magie e gatti Morti e biancheggianti ossa da lesso comprese. Di grande aiuto, in questa fase, la Madonna, intesa come tirare delle, anche nelle varianti un poco più sfumate dell'Imprecazione semplice, da Dio a Zio, da Madonna a Maremma, da Cane a Caio, Campo, Campanile, camposseri (variante toponima locale), Camposanto, ansietà Lai, Latte, Latte e òva, Sul Ciuco, Serpe, Serpente, Brigadiere, Brigadiere delle Ferrovie dello Stato e via e via in creatività e poesia. A Madonne, è certo, si possono deviare i temporali: ci si siede sotto ad una pianta e si smadonna in direzione del fronte nuvoloso. Questo, dopo un po', capisce che non è aria e si allontana per scaricarsi in località di gente più pia e meno decisa. A Madonne accadono anche avvenimenti miracolosi, dove è manifesta la presenza del Soprannaturale Divino. Dice Giordano-Natta, raccontando di quando scivolò sul ghiaino alla curva di Serravidoli e uscì nel prato col 49: Tirai tante di quelle Madonne che mi s'accese il fanale. C'era un buio che pareva d'entrare in culo, e mi s'accese il fanale. Nuotare, si nuota in tre modi, oltre che a morto: alla cagnolina, alla spadona o marinera, all'italiana; esiste il crol, ma solo nei filmi americani perché‚ solo gli americani sanno fare quelle cose. A cagnolina è il sistema primigenio, connaturato, dell'Homo bambino: si muovono le braccia a cane e si battono i piedi a motoscafo, cercando di fare più spruzzi possibile. Questo sistema si impara entrando in acqua e andando avanti; dopo il terzo ripescaggio viene naturale, e si è ufficialmente ammessi nella comunità dei nuotatori. La spadona, o marinera, si esegue stando sul fianco destro e allungando in avanti il braccio destro e all'indietro quello sinistro che si teneva rattrappito sul petto; le gambe scalciano all'indietro con potenza pari alla velocità desiderata. La spadona è nuoto riposante, e con esso si possono fare lunghe distanze. All'italiana è un po' il nuoto di Tarzan, senza urlo e con la testa ben fuori dall'acqua, se no entra in bocca. Questo in fondo sarebbe poi male da poco, in quanto l'acqua del fiume si può bere; solo i villegianti (bischeri!) ne sono insospettiti, e chissà quali sporcizie e porcherie bevono in città. Si avesse però in qualche modo il sospetto di attraversare un giorno non fausto, si può, a maggiore consolazione dell'animo e per rendere completamente asettica l'acqua, recitare la nota formula: acqua corrente, ci passa il serpente, ci beve Dio, posso berci anch'io. più fastidiosa l'acqua nell'orecchio; anche per questo fenomeno però c'è un sistema di sicuro effetto: si prenda un piccolo sasso rotondeggiante, lo si prema contro l'orecchio allagato, poi, chinandosi un poco da quella parte, si assestino piccoli colpi con altro sasso scelto all'uopo; se si ha avuto cura di scegliere un sasso ben asciutto, lo si vedrà rapidamente riempirsi dell'acqua incautamente infiltratasi. Il nuoto all'italiana è comunque eseguito solo da nuotatori di consumata abilità, per brevissimi tratti, e in presenza di elementi impressionabili, quali ragazzi più piccoli o ragazze. Assomiglia al crol di certi villegianti (non quello degli americani), che lo eseguono nelle stesse condizioni ambientali; sola differenza, la testa quasi sempre sott'acqua che a volte emerge con sbuffi poderosi, come i Grandi Cetacei. Si nuota ovviamente anche a rana, ma solo per pescare i sassi rossi dal fondo, quando l'acqua è limpida. Ci sono record natatori, escalation nei confronti di se stessi e della società: padronanza del Pozone in lungo e in largo, attraversamento del bacino in largo, attraversamento in lungo, attraversamento del bacino di Siffiana in largo. In lungo non si può, è al di là delle possibilità umane. Ci si tuffa in due modi: a seggiolina, o Pompiera e a testa in giù. A la Pompiera è d'uopo prendere le gambe sotto il braccio sinistro e stringersi il naso con le dita della mano destra; a testa in giù è però molto più virile, e la spanciata è nell'ordine naturale delle cose, come una pioggia in marzo. A nuotare poi non si va mai, si va a fare il bagno, o meglio, uno è l? e dice agli altri: Si fa il bagno? e via ci si butta. Senza costume, che non serve, il bagno vero si fa gnudi, meglio se ci sono villegianti in giro; è ammessa la mutanda, mai lo slip, e questa, dopo il bagno, a scanso di eventuali problemi familiari che potrebbero sorgere, verrà asciugata prima battendola di qua e di là con grande forza su un sasso, poi lasciandola al sole ad asciugare, mentre noi stessi ci asciughiamo, e i più vecchi fumano la cicca rimediata da una tasca delle braghe. E li che si sta bene, perché‚ l'acqua può essere fredda, ma dentro si sta bene, e meglio fuori dopo al sole. Si possono fare commenti. Loriano di Tonio-Rosa diceva: Guarda, quelle villegianti, come si ungano. Le ungerei io sì, con un po' d'unto creap—poli! Sfuggiva il significato profondo dell'affermazione, e forse per questo lasciava una certa impressione di rifiuto, di un'idea in sè‚ ributtante. Nel fiume ci si pesca, anche; se non si considerano i mostri misteriosi del Pozone della Centrale e di quel del bacino, di solito eran pesci normali, domestici, quelli che facevano; c'eran le lasche (e che emozione, quando padre Dante scrive, parlando della costellazione dei Pesci, la grande Lasca, e io l'unico a capire, in classe, (bischeri), e la lasca è un po' come il pane quotidiano, che se c'è non emoziona più di tanto. Già il barbo è diverso, più nobile, con quei due baffetti di ciccia vicino al muso, più colorito, e grosso. Od?o, de le volte c'è certe lasche! Ma il barbo è il barbo, si sa. Non come la trota, perché‚ la trota è la trota; prenderne, di trote. Ora di barbi non ce n'è più; una volta s?, ce n'era, perché‚ c'è sempre stato un tempo (remoto? e quanto? preistorico, ma è sempre lontano, di qualcuno trapassato, del nonno del nonno) che bastava svoltare un sasso, bastava. Paride-Palmiro: Si lavorava a far 'na griglia... e ma sarà stato... e ero un ragazzo, figuriamoci... s'era sotto T‚glia, verso i due fiumi... alzai 'n sasso... ventidue barbi c'eran sotto, ventidue barbi; e macché.. aora non ce n'è mia piùvve. E ti maledici, per essere nato in epoca storica, così priva di tutto, così vuota di pesci nel fiume di funghi tra i boschi. Prendi i brècioli! Bastava andar nel fiume con la forchetta, e tornavi a casa e facevi la frittura. Prova a trovarne uno se sei buono, oggi. E già il brèciolo è pesce misterioso, che non nuota, e questo già la dice tutta sulla non pescità di fondo di questo pesce. Salta, o meglio, si sposta a scatti sul fondo, muovendo un poco poco la mota, e sembra che ti stia a guardare e a dire: Chiappami, se sei bòno, e non lo prendi no, se non hai la forchetta, lì con quel suo testone. In città (in particolare quella della Motta) non ci sono brècioli, ed è inutile parlarne agli altri e descriverne caratteristiche e proprietà specifiche (certe filze! certe fritture!); trovi incomprensibile indifferenza, disinteresse, anche se tu dicessi: Conosco un posto dove fanno i brècioli, ti ci porto, l'uditore non paleserebbe quella curiosità legittima che la notizia comporterebbe. Anche se tu dicessi: Conosco un posto dove fa l'anguilla... Ma sarebbe evidente menzogna, l'anguilla non fa, c'è ogni tanto, la si trova per case fortunato, Per giorno segnato dal destino, di cui parlare di poi Per anni. L'anguilla certo è nei posti da anguilla, nelle profondità senza nome già descritte, perché‚ ha natura sotterranea e diabolica, è monstrum, non è certo pesce, non si sa bene cosa sia, mezza serpe e nera per giunta com'è, ma pesce no di sicuro. Quindi nel fiume normalmente non ci dovrebbe stare. A volte però capita di incontrarla, giunta innaturalmente dagli abissi come un angelo precipitato; allora un morso più violento la fa emergere attaccata ad una lenza, ma è raro, perché‚ quello che succede più spesso è trovarla sotto a un sasso, quando infili le mani per tastare i pesci, e la senti, che non è pesce, così lunga, che si attorciglia, e scivolosa; allora ti esce il grido, che ti strozza la gola: L'anguilla, c'è l'anguilla, ed è come un Pizarro che ti vede l'Eldorado l? a due passi, e ti teme che possa svanire nel nulla dopo un attimo, una visione e via, come spetro o fantasma. perché‚ averla trovata non è prenderla. Allora devi andare indietro un po', guardando che non scappi in quel momento, poi rovesciare il sasso. L'anguilla ha natura maligna, lo si diceva, e a volte, a sasso sottosopra, te la vedi trasformata in biscia d'acqua, o botta, che per lo schifo ti si mozza il fiato, quasi tu l'avessi biascicata, e ti lavi le mani cento e cento volte, e sputi e risputi quasi l'avessi deglutita. Fine tragica attende l'animale trasformato, chè la biscia d'acqua cerca di filarsela ma più leste sono le sassate che la lasciano tutta attorcigliata su se stessa, e nulla vale al rospo la dignitosa stoica immobilità, in pochi attimi di furore cieco e assassino. Ma se l'anguilla è anguilla, il furore aumenta, e tutto è teso alla cattura della bestia, che mostra la sua diabolica natura nel non volere assolutamente farsi catturare. L'anguilla è sguillosa, e con le mani non la si può afferrare. Ci sarebbero certi modi sicuri di intrecciare le dita, e trasformarle in morse ferree e feroci, ma molti di questi modi sono segreti, tramandati di padre in figlio, e se non li conosci e stai l? ad intrecciare le dita l'anguilla è già andata, e per quanto si cerchi sotto ai sassi vicini non la trovi più (è sicuramente, per vie solo a lei note, sprofondata nelle viscere della terra). La forchetta sarebbe sicura, ma in questo consiste l'astuzia dell'anguilla, che quando hai la forchetta non si fa trovare; a morsi andrebbe bene e c'è chi ha catturato anguille a morsi (è l'unico sistema, non ce n'è altri), ma anche questo è accaduto in tempi non storici, Quando Vuotarono il Bacino. Quando Vuotarono il Bacino c'era il paese in mezzo al fiume in piena, e i pesci si tiravan su col paniero; coi panieri coi corbelli, si tiravan su, con le paniere da noci, con le gargole anche, perché‚ il bacino l'avevano proprio fatto correre, e tutti gli antichi abitanti fluviali erano stati scaraventati giù per il salto dello Sfioratore e già per la glerla dello Sfioratore con la corrente forte che c'era già nel fiume; e l c'era il paese che aspettava, tutti, vecchi, òmini, donne, coi sacchi li tiravan su, e c'eran certe anguille che non s'eran mai viste, e coi denti le prendevano... ma non vennero mica giù tutti, e allora i più coraggiosi andarono nel fango del bacino, fino al petto a volte, e frugavan giù nella mota, e c'era Ignicosa... ma non li hanno mica presi tutti, perché‚ i più grossi, i più vecchi, andaron sotto anche due o tre metri, e, aaa, sono ancora là, sono. Ma il sistema più sicuro è quello del dito, perché‚ la malvagia anguilla è mordace, e allora se uno le infila un dito in bocca, lo morde e non lo molla più, e se la può portare a casa, che sta lì attaccata e non lo molla più. Ma fa male? Fa male s?, fa male; ma non c'è altro sistema. Non ho mai avuto la fortuna di catturare anguille col dito; non so dire, quindi, una volta giunti a casa, come si faccia a staccare l'anguilla. Ma pescare, si pesca in tanti modi. Il più classico è a canna, che è proprio una canna di bambù, divisa in tre, e componibile con incastri di ottone. Finisce a punta sottile sottile, guizzante, il cimino, e lì con grande maestria ci si lega la bava; in mezzo ci vuole il galleggiante, una peretta di sughero colorato, perché‚ si deve vedere bene nell'acqua, poi il piombino e in fondo il l'amo, che bisogna saperlo legare bene e io non sono capace, ma c'è chi ci fa certi nodi, al l'amo, che non vien più via neanche! e il pesce, se lo ingoia, non si slama da solo, che a volte era un cavedano così, ma mentre lo tiravo fuori s'è slamato. Ci sarebbe anche il mulinello, e qualche villegiante ce l'ha, e sarebbe bello averlo, anche se non si sa bene a cosa serva. Loro lancian lontano, e fanno girare il mulinello, e poi non prendan mai niente, quei bischeri. Hanno anche dei lami speciali che si chiaman cuchiaini, o mosche, e sono delle cose tutte colorate, di metallo e piumette, che sarebbe bello avere, ma mica per andarci a pescare, che tanto non servano a niente, ma per tenerli così, come le figurine, da collezione, Altra esca necessita! Sul lamo ci si infila invece il lombrigo (anche se per certi pesci ci vuole la polenta) o la singlièlla, o i bacacci (dormiènti, i tid?ggane i toscani) o certi vermini verdi che fanno sotto ai sassi del fiume; si scopre il sasso e li trovi lì, dentro a dei nidi fatti di sassini piccoli piccoli tutti atacati, saran lunghi così, poco, e tiri via qualche sassino e il verme viene fuori, e ha delle zampine corte corte e tu lo prendi e lo inlami. Ma è più bello pescare a bilancia, specie nei Pozoni; per la bilancia ci vuole una pertica, una corda, due ferri incrociati coi pesi all'angolo e la rete a magie fitte. Normalmente però al posto della corda si usa il filo del telefono degli americani, che è un filo d'acciaio coperto di gomma coperta di stoffa catramata, e serve a tutto, a legare le viti, a legare i sacchi, tanto il telefono non ce l'ha nessuno, e Nonnamabilia guardava il telefono squillare e mormorava: "O povr‚tta m? adessa al ch'i ho fare?" Il filo del telefono degli americani sembra inventato per tener su la bilancia, ma anche può essere usato per fare il cantino nei violini. Quando Fernando suonava il violino usò per cantino l'anima d'acciaio del filo, e suonava bene, tanto che il babbo di Piero, che era appena arrivato, chiese: Ma chi è che suona la tromba? ed era Fernando che suonava il violino. Per la rete si usa la rete mimetica degli americani, quella più fitta, che copriva i quattro pezzi da 105/22 giù nella Piana; coi bossoli ci si fanno i vasi da fiori, che ce ne son due anche sull'altare. Si portano da uno a Por‚tta che li taglia in bocca e li fa sporgere in fuori come fiori, o anche (ma costa di più) li sbalza e li cesella, inclito studio di scalpelli achei. Veramente con la rete ci si dovrebbe fare le canottiere, ma se si riesce a rubare un pezzo un po' largo e due fili di ferro ci si può fare la bilancia. Si pesca così: si getta la bilancia in acqua e si aspetta che qualche pesce prima o poi ci finisca sopra; allora si tira su con tutte le forze e per il peso dell'acqua i fili di ferro si piegano e i pesci scappano. Ma è bello lo stesso, perché‚ si può bestemmiare a lungo, e sbattere la bilancia contro a tutti i sassi del fiume, e urlare che scalogna, e tornare a casa con la pertica e il filo che possono sempre servire per un'altra volta. E' più facile prenderli, i pesci, con le mani, quando il goreno dello sfioratore del botaccio va in secca, e nelle poz‚tte qualche pesce rimane; una volta, quando c'era più pesci, usavano anche le nasse di stroppe, che ora sono rinsecchite e inerti nel Maganzino. Nel Maganzino c'è tutto, oltre alle nasse grigiastre di polvere; ci sono delle cassette da frutta piene di scatole di remoti prodotti alimentari piene di chiodi di tutte le misure, e bene unti, e le sungie per ungere gli scarponi, e il trabiccolo per risuolarli, e le bol‚tte da mettere sotto agli scarponi (certe sfiamarade, su quei sassi!) e un pezzo di canna di bambù scheggiata con cui mi tagliai un braccio nel '44, il tagliere della sfoglia, i grandi vasi di vetro dentro ai quali dormono le uova sotto calce, e lanterne funzionanti e lanterne rotte e la lampada a carburo di mio zio Merigo minatore, e i preti con gli scaldini, e buchi ragnatelosi contenenti tesori come due bossoli 7,62, e scatole vuote di razioni K americane con dentro pile di giornali americani, Life, la Saturday Evening Post, la Gazzetta di Pittsburgh con le foto dei Nostri Ragazzi al Fronte, i barattoli di birra americana vuoti, quei barattoli di latta bombati sotto e la valvolina in cima (o era Didit??), e bottiglie di whisky vuote, che nel '57 le scolammo tutte e ce ne venne fuori un mezzo bicchierino, ma non era buono, e una stadera, e martelli, forbici da uva, lime, ma non tutti gli attrezzi, perché‚ quelli sono giù, nella rimessa, dove c'è anche la mola per arrotare i coltelli, o nei casetti della madia. Nel Maganzino però c'è quasi tutto; se uno cerca una cosa, un pezzo di lapis copiativo o da falegname, un metro snodabile o a nastro, una sega da fèro, un tubicino di metallo col tappo per tenerci i fiammiferi, una placca di metallo scritta in americano che opportunamente adattata copre quella normale e serve da fibbia americana, tutto insomma, basta cercare, nel Maganzino c'è. Il Maganzino è una stanza alta e lunga, con una finestra con la moschiera in fondo, a est, dalla parte del fiume; il pavimento è nuovo perché‚ la piena del '37 portò via tutta l'ala, e anche le galline sotto, mentre dormivano nel gallinaio. Stavano lì a dormire appollaiate e l'ondata di piena ruggente sfondò e se le portò via, assieme a dei cristiani che aveva raccattato più su, e depose il tutto con mota e macigni lungo le due grandi piane, e quando Ziomer?go pot‚ finalmente tornare (era andato ad aprire lo sfioratore della gora proprio quando l'ondata che ogni tanto m'insoggno piombò giù e lui riusc? a tagliare per quei grottini e a scappare verso Pavana) vide qualcosa che roseggiava d'in tra la fanga e disse: Guarda un maialino! ed era una ragazza della Sega, morta e nuda. Quella Piena del '37, quando la Diga tracimò, e mio babbo era a Rovereto di Trento, a impiantare linee telefoniche, e mia mamma a Carpi con le sorelle, e io chissà dove, neanche nel Cielo Platonico. Chiappami! Nell'altro Maganzino, quello prima, con le finestre a mezzodì, che prendono l'infilata del vento incanalato da tutta la valle del fiume, e spara proprio lì contro, quando tira al vento (ch‚ i venti, si sa, sono due: vento, appunto, da sud, e tramontana, da nord) in quel Maganzino sopra al botaccio ci sono i sacchi di grano e di farina, e c'è la madia col pane, e il vaso della sansiccia sott'olio tutta arrotolata in rèccoli rosa, quella che si mangia per merenda sopra a 'na fetta di pane, e sembra all'inizio che il vaso non debba mai vuotarsi, ma poi verso l'autunno comincia a farsi basso basso e CAPISCI che bisogna andarci piano, perché‚ ne passa, del tempo, a quella nòva! C'è anche, appeso a un gancio, il presciutto, o la spalla, ma quando son smanimessi, altrimenti si tengono in cantina, e ci sono i cestoni di mele e di pere da inverno e di noci e di capòni, che quando entri è tutto profumo di quella roba, e oltre alla sansiccia sul pane ti metti in tasca due o tre mele come giunta, se è stagione invernale, e c'è l'armadietto di abete e masonite degli americani, pieno di marmellata di ciliegie e altre cose, formaggi, olio, scatole; via, 'gni bèn di dio. C'è anche la limonina degli americani, scatole verdi di polvere giallina che sa proprio di limone, e è bona con l'acqua fresca, e un po' di zucchero, e se ci metti un po' di bicarbonato fa anche la schiuma; ma dopo devi metterla in un vasetto di vetro, che se prende aria diventa durera come 'n sasso, e la devi scalpelar via, se la vuoi usare. E ci sono anche i pacchi di scatole di fiammiferi americani, quelli a capocchia rossa che ci diedero in cambio di patate, tanti ce ne diedero quelle scatolette Safety Match col disegnino di quella casa col campanile e l'orologio; casa, perché‚ chiesa proprio non sembrava. In fondo c'è quel letto dove Ziomer?go o Nonnopiètro si buttano quando aspettano le botaciate, ma d'estate, perché‚ d'inverno c'è freddo, int al maganzin, e si dormicchia in cucina. Ma d'estate, il Maganzino! E' lì che si remette la pertica col filo; poi si prende una mazza, di quei mazzotti col manico lungo, e si torna nel fiume e si pesca a mazza. A mazza si prendono, anche se è un po' vietato, ma tanto non abbiamo neanche la licenza per pescare a canna. A canna ci andai una volta col sig. Petroni, un vecchio che era capitato a pensione, quell'estate. Era strano, professore o qualcosa. Diceva: Sapete perché‚ gli americani ci misero tanto ad arrivare? perché‚ loro dicano: Per fare un uomo ci vogliano vent'anni, e prima di sciuparne uno bisogna pensarci! e si vedeva che i miei se ne facevano ben un br‚ve, di quello che dicevano gli americani o il sig. Petroni. O t“! faceva Zior?co. Diceva anche, sto Petroni: Se gli americani volessero, fra vent'anni a mosca non ci sarebbe neanche una mosca, e non so perché‚ lo dicesse ma mi piaceva pensare questa cosa delle mosche, che erano a nugoli, e morivano ronzando piano nelle lunghe strisce a spirale che si dipanavano dal soffitto. Mi chiese: Hai la licenza? e io la licenza non ce l'avevo; ero normale, io, la licenza era bizzarra curiosità di vilegianti, la licenza per pescare NEL FIUME? S'è mai sentito? Ma intendeva il permesso, il permesso per andare con lui (parlava ma buffo, il sig. Petroni!). Mi confezionarono un panino al salame, un culo rimasto ma buono (si faceva, per di più, sansiccia e presciutto) anche se Ziaelna, quando lo tirò fuori dalla madia del Maganzino, lo pulì con mano da una bestiolina pelosa che aveva fatto nido, e il primo boccone lo morsi un poco a denti davanti, ma era proprio buono, e mi misi a mangiare, tanto non si prendeva niente. M'aveva portato (a piedi? forse, anzi, sicuramente a piedi; o si prese la Coriera?) più su, dove è sempre lo stesso fiume, intuii, ma non quello proprio, non il vero fiume. Coi pescatori a canna ci si deve comportare così: ci si avvicina in silenzio e si guarda, non loro, il galegiante, e le sue pigre ondulazioni sull'acqua. Il pescatore dopo un po' si volta e ti guarda. Quando ci si sente osservati allora si ricambia lo sguardo, con serena fermezza, e si dà cortesemente il buon giorno. Il pescatore di sotto risponde; allora si torna a guardare il galegiante, sempre in silenzio. Dopo un po' (10'? un quarto d'ora?) si chiede cortesemente: Mòrdano? e al silenzio come risposta si dice: E‚‚! Ma non fan mia vè qui, dovrebbe provare da n'altra parte! poi si ridà il buon giorno e ci si allontana sereni, fieri del compiuto dovere. Presi solo una laschetta, io, lui niente, ma credo che volesse solo passare un'ora di relax (riposo, che relax!) sul fiume; ma come si fa a star lì a pescare senza neanche voler prender niente. Se si va a pescare, o a funghi, si va per trovare qualcosa e portarlo a casa. A mazza s?, che se ne prendono. Si sceglie il sasso che fa tana e ci si picchia un colpo all'apice gridando: Scansatevi che picchio, con grido contemporaneo all'azione. Il colpo è tremendo: volano schegge di sasso e odori di pietra focaia, e tutto il fiume ne rimbomba e per questo è pericoloso, perché‚ ben differisce dal martellare ritmico degli scarplini, e il guardiapescca saprebbe che musica si sòna. Gli scarplini prendono un tempo, e sereni vanno via con quello, di punta e mazolo; allora basta che tu ti avvicini e cominci a fischiare un'arietta fuori tempo, che so, un tre quarti vorticoso sul loro quattro quarti implacabile. Il risultato è sicuro, prima o poi si picchiano nei diti che è un piacere, e a te picchiano il mazolo dietro, che se ti prendono! Come quando il Sor Priore, in pieno rinpianto di Presèpe, trovò Giordano-Natta che umanizzava il Bambin-Gesù, facendogli il buco del culo con un succhiello, e gli tirò dietro le pinze che se lo prendeva! Anche il Guardia-Pesca, se ti prende! Ma tu sai di andar via come saetta, ch‚ sui sassi del fiume non si cammina, per dato scientifico, ma si corre, e senza scarpe si va ancora meglio; in una frazione di secondo si valuta la distanza, la potenza dello slancio, due, tre in una volta, tan tan tan, con la pianta dei piedi che sembra gomma, o il sasso stesso, tanto tutto risponde al lancio e al rimbalzo e al rimbalzo e al lancio successivo. Od?o, qualche volta si fischia anche nell'acqua, pari pari, ma è tributo che il fiume, l'Entità del fiume, richiede, sacrificio propiziatorio necessario, come quello di scapucciarsi il dito grosso prendendo il sasso di punta anzich‚ di pianta, dolore di intensità pari solo alla Mitica Pallonata nei Coglioni, massimo dei dolori umani; dolori che, sai, prima o poi ti tocca sopportare nella vita, e allora attendi con rassegnata calma. Come battezzarsi di nuovo. Picchiata la botta alzi il sasso, e per incanto a filo di cor‚nte appaiono i pesci tramortiti, non c'è che da raccoglierli; è però come un poco frodare, troppo facile, come snidare un nido che ha scoperto altra persona, o trovare fungo di bolata altrui. Lo fai, sarebbe da bischeri non farlo, ma furtivo e non completo, senza vanterie, e stai sul vago e dici: O mà? In tra di là, circa. Come con la cor‚nte elettrica, che è anche pericoloso, e sai di chi prese la scossa, e scivolò; eran andati nelle Vasche della Forestale, prese la scossa e scivolò e si ruppe il femore; O col carburo, che avveleni mezzo fiume, ma in teoria, perché‚ in pratica come fai? Saperlo! E' già più nobile pescare con le bombe a mano, operazione di grande prestigio di cui si parla a mezza voce, ma che n‚ssuno ha mai visto fare. Tradunt che lo fecero, tre dei più vecchi, ma vecchi vecchi, sui diciotto-venti, e non nel Pozone della Centrale, in quel canale di fianco, quello che finisce dove la Gora del mulino comincia, e dall'altra parte è in diretto e oscuro contatto con l'Ade istesso e le Deit… Ctimie, pieno d'erbe palustri, nidi di constrictor giganti ed altre specie velenifere. lì le tirarano, tre, ma mia quelle italiane, quelle americane, le Anana, e una non esplose e c'è ancora, e potrebbe esplodere da un momento all'altro, e questo contribuisce ad elevare il tasso di pericolosità del Pozone della Centrale, oltre naturalmente al suo ambiguo fascino. Dove si prendono le bombe a mano? Ce n'è tante, di bombe a mano, e di proiettili, e di balistite, a casse c'è, la balistite. La balistite non serve per pescare, ma per fare i razzi. Si prende un bossolo vuoto da mitragliera, quella piazzata sulla spianatina vicino alla Casa della Fèla, si riempie ben bene di balistite, e si tuppa con un bossolo da fucile, di quelli che si raccoglievano al Pontaccio dopo che gli americani avevano sparato di là per esercitarsi. Al bossolo grande ci si mette un pezzo di nastro da mitragliera per tenerlo in mano senza scottarsi, e sotto si tira via il fondello e ci si mette un pezzo di miccia a lenta. Poi si dà fuoco alla miccia e si tende il braccio in alto, aspettando che il bossolo piccolo parta. E' importante, durante l'operazione, voltare la testa dall'altra parte e chiudere gli occhi, perché‚ se no forse non parte niente. Ci si passano anche dei pomeriggi, così. Quale Dio Benigno ogni tanto riguarda e preserva le incoscienze bambine? perché‚ a volte è bello sparare anche col Tòmpso, soprattutto se senza calcio, cosìche lo si lega a un castagno e con una corda si tira il grilletto. De le raffiche, tra quelle frasche! Ma i pomeriggi si passano anche a smartellare una bomba da mortaio trovata da un cugino più piccolo nel fiume, e lui l'ha rimpiatata apposta per te, che sei più grando e sai come si fa per smontarla e venderla a Tiribitta come fèro. E' semplice, come si fa, per smontarla. Si prende un sasso e ci si picchia in cima, finch‚ il sasso si rompe, prima quello di sopra poi quello di sotto a incudine. Allora si manda un altro cugino più piccolo ancora a furare un metallo in casa, e con l'aiuto d'attrezzo più scientifico si picchia ancora, finch‚ si deve rinunciare perché‚ la Maledetta Bomba (ti pigliasse n'acid‚nte!) non si vuole aprire e svelare suoi segreti. A, ti passa il tempo che non te ne accorgi neanche! Ma è più bello, i botti, farseli da s‚, con lo zolfo e il potassa, sai quelle pastigline bianche salate e schifose che ti danno quando ti viene mal di gola? Li pesti assieme e ti vien fuori una polverina gialla, come quella che adoperano al Tiro-a-segno de l'Ucelino per la Festa di Santa Filomena (ora pro nobis!), in piazza; c'è un Ucelino di ferro che in bilico su una stanga di ferro regge un peso di ferro. Se con la carabina a piombini butti giù l'Ucelino, il peso cade per due metri circa e finisce che picchia in uno scodellino di ferro pieno di quella polvere, e fa il botto. Tu a casa, che non hai l'ucelino, puoi usare due sassi, o i tacchi, o il maschio e la femmina di bullone, e il botto viene bello lo stesso, e la puzza uguale, il ch‚ ha la sua importanza. Dicono che zolfo e potassa siano parte integrante della polvere nera, che poi polvere non è, ma in granuli, e tutti di là da l'acqua ce l'hanno in casa, dentro a dei barattoli, per fare le mine quando devono far saltare un ciocco o un errante in mezzo al campo, e son pratici perché‚ minatori di galeria o di Mina vera e propria son stati un po' tutti. Il Tecco fece una mina per un masso che voleva levare dal campo, e aspettava aspettava e non saltava per aria niente. O che miccia m'han dato? disse, e andò a vedere con suo figlio che miccia gli avevano dato, e gliel'avevano data bòna, solo un po' lenta, perché‚ quando arrivò là a vedere saltò tutto per aria, e gli andò anche bene, che ci rimise solo un occhio, e un po' d'Ospedale. Dino di Bèchia, più tènnico, usò mò una mina anticarro tedesca per far saltare un ciocco in un campo, e non si fece niente; la mina saltò, e anche il ciocco, che non si trovò più niente, n‚ ciocco n‚ mina, ma solo una buga nel campo che ci mise un giorno a riempirla di nuovo. Ma i botti si fanno anche con l'Eternit, e la Centrale doveva esserne coperta perché‚ ce n'è tanta, lì attorno. Si accende il fuoco, un bel falò grande, e ci si buttano dentro i pezzi d'Eternit; questi, per il calore, si gonfiano e scoppiano saltando per aria, unendo al piacere del rumore quello della grazia visiva del salto. Passò la Valèria, la mamma di Vasco-Onda e di Checco de la Valèria, appunto, e si mise a urlare: Cor‚te donne che quei ragazzi gettano i proiettili nel fòco, ed è una che sa urlare perché‚ venne giù Pavana e pagammo le ataviche colpe del Tòmpso e della balistite e di tutto il resto, e il Dio Benigno delle sciocchezze infantili quel giorno se la rise, perché‚ era proprio disoccupato quel giorno e pensò: Almeno mi diverto un po' per tutto quello che m'avete fatto lavorare prima, acid‚nti a' ragazzi, brutti mostri. Il Dio Benigno però non c'era quel giorno, quando Ciupadèllo prese in mano quella bomba e cominciò a mosticciarla e a smanimetterla, e la bomba gli esplose e gliela troncò di netto, la mano. E‚‚! Ma ora... ora va via che sembra n'abbia tre, di mani! 2. E' certo la Geografia disciplina tra le più fantastiche che esistano, che ha del letterario e del fabulistico, più che della vera scienza. Anche per rimanere solo nell'italico (e siamo italiani, questo, più o meno, si sa, e viviamo in uno spazio chiamato Italia, che si estende in qualche modo non chiaro al di là di Pavana), prendi, ad esempio, le Province di Lombardia. Già da sola la Lombardia sarebbe una cosa da verificare, tutta; è verde, l'Emilia lì di sotto è rosa e la Toscana è marron. E' questa la loro vera essenza, il colore della loro anima? Forse s?, ma Politica, perché‚ la Lombardia Fisica è verde e marron e azzurrina come tutte le altre. Che siano questi poi i colori veri dell'Italia? Comunque esistono tutte, l'ha detto la Ma‚stra e non c'è ragione seria di dubitarne. Esistono coi loro nomi, che bisogna imparare a memoria. A memoria? Pronti: Milano, Como, Bergamo, Brescia (e qui c'è una pausa per tirare fiato, di un quarto). Mantova, Cremona, Pavia (altra pausa), Sondrio e Varese. Questo non è solamente un ordine recitativo o mnemonico, è l'Ordine. Se ci sono davvero, queste Province sono in fila, cosìvolute e create da Colui che Tutto ha Creato, e se per caso un passeggere (l'Arcangelo Gabriele?) va in tra di lì e scopre che, poniamo, Cremona viene prima di Mantova, scoppia un bordello e torna a casa e dice: Guarda che giù l'Inimico, sai di Chi parlo, ha di nuovo messo in tentazione l'Uomo e ha sistemato Cremona prima di Mantova. E lì succede qualcosa di grosso, tipo Diluvio o di più, perché‚ certi Ordini è meglio non andare a turbarli. Inoltre (ma solo per accennare ad alcune cose), perché‚ Sondrio e Varese così sempre ed intimamente legate da quella congiunzione ammiccante e libertina, più copula che congiunzione. Riferimento a chiari rapporti erotici, o peggio? perché‚ Sondrio, con quella O finale, è certamente maschio, ma Varese finisce per E, e non si sa bene cosa sia. Son due città o una? Come forse di là da l'acqua, che è sempre Pavana ma fino a un certo punto. Allora vuol dire che c'è un fiume in mezzo, e uno parte da Sondrio poi va in acqua e a poco a poco, senza neanche accorgersene, riemerge, ed ecco che è già a Varese. Milano esiste. Ci abitava la Ziaz?ta con Zioromano, che poi è morto ed è come se avessero sottratto uno zio, e cioè una possibilità concreta di esperienze e racconti e storie e prebende; lavorava alla Caproni, che era una grande fabbrica di apar‚cchi, ma a Milano per definizione è tutto grande. C'è stata anche la Zieg‚a, alla Fiera, in gita in pulman coi postelegrafonici, ma al ritorno c'era la piena del Po (più grande di quelle del Limentra? E‚‚‚, più grande cento volte! Pos?bile?!) e sono passati sul ponte che già l'acqua toccava la spalletta. Per Miracolo! Come dire: Milano c'è, ma è meglio starci lontano perché‚ non si sa mai. Anche Modena esiste, ci sono nato, vorrei vedere, ed è grosso modo in quella direzione, e vicino ha Carpi, che è come Modena, solo più piccolo. Modena è soprattutto una casa di periferia, con tanta gente che ci abita (tutti lì, ma non son mia parenti!) e grandi campi attorno, dove aspettammo ore che il camion dei partigiani si decidesse a ripartire, e una scritta su un muro giall: Carrozze Orlandi 1800 ... e qualcosa. Quale significato si nasconde, dietro queste parole oscure? Poi esiste Pavana, che non è vicino n‚ a Milano n‚ a Modena. In effetti Pavana non è n‚ in Emilia n‚ in Toscana, anche se a Pavana ci sono a volte dei Toscani e dei Bolognesi, metechi apolidi che passano di lì; diciamo meglio: la Toscana forse non esiste di suo, ci sono però i Toscani, razza di gente curiosa che parla diverso (difatti dici: Quello? L'è 'n Toscƒ!) e ci sono i bolgn‚si, già più simili a noi, come esseri umani, ti capisci meglio. Pavana è Provincia di Pistoia, (Pistoiia) che è un po' il suo cognome o soprannome, come Franco-Pitto o riccio-porcello. Esiste anche l'America; c'è stato a lavorare Ziomer?go, anche Gisto, poi, se sono arrivati gli Americani, nel '44, da qualche parte dovevano pur venne; anche i Brasci‚ro sono Americani, ma stranamente non hanno la stessa abbondanza di quelli più veri. O che americani sono? A Pavana il sole sorge dalla parte di Suviana, nella direzione del Logli‚tto; verso mezzodì è alto sopra al Lat‚sa, in direzione della diga. A mezzodì a si manghia. Nel pomeriggio passa dietro al Monte di Pavana, verso le Casette, poi va verso il monte di Granaglione e di là sparisce per destinazioni remote che non ci è dato sapere. Di Pavana si sa esattamente dove comincia, ed è lì, subito dopo la Diga, alla casa costruita dal Pòro Paiaro, c'è anche il cartello; oltre c'è territorio di nessuno e vuoto di case, fino a Taviano, ma è già altro emisfero poi che gusto c'è, andarci, basta arrivare fino all'inizio del bacino, dove entra l'acqua mandata dalla galeria del Pal‚ne, e dove c'era la centralina che non conoscevi, fatta saltare dai tedeschi anche quella. Per Pavana, ci sarebbe il cartello dove comincia anche dall'altra parte, ma è un po' menzognero, forse per gabbare ignari passanti, perché‚ se pensi alla Chiesa il cartello non corrisponde, e più in su ancora c'è Cadicolò e Pian di Campo, e in là ci sono ancora Seraviddoli e Cadigèri. Poi c'è Fondamento, ma è già un viaggetto. Sotto, ancora, c'è Valdibura, Cadibonaiuti, e il Ponte, e di là da l'acqua tutte quelle case sparse una per una tolto il borghetto di Piandalcèro, ma è sempre Pavana, non come il Pogiolino che lo vedi lì ma è già bolgnese; un furto. Comunque questo è Macrocosmo, perché‚, a voler dividere, le località sono infinite, e ogni pietra o cèdda o fos‚tto o scolina ha suo nome e cognome e indirizzo, praticamente ha sua Geografia, ma questa vera e palpabile, non come a scuola, fòle. Per dirne una sola, la principale, andando da sud verso nord (o da su in giù, come si dice): se parto da Pavana dal Cancello, fiancheggio Gli Abeti, poi ho la curva de la Toretta della Luce, o Gabina (e sotto è ancora il mio, e c'è il fico, e ci fan dei fichi, ma mica quelli di noi ragazzi, di quelli che si mangiano quelli che piacciono a Ziorico che dice, che non ne può più: O me la portate da via davanti, quela cesta?!), poi c'è la Pietra Miliare, e la Curva de l'Iugiol?na (dove nevicò rosso, ma Non ero ancora nata io, figurati t‚!) e lì c'è anche la piazòla dell'ANA, sempre piena di ghiaino, da tuparla un po' qua e là, quela povera Poretana continuamente tutta bughe. Dopo una controcurva viene Cadbugò, dove abita quello che aspetta i vilegianti col calessino, alla stazione, quello che ha un'ernia davanti grande come una bòchia e ora porta viandanti chissà dove lassù e chissà se gli è passata la malattia che gli rendeva mezza bianca la faccia, ma non si sa se sia proprio lui il mitico Bugone che dà nome alla Cà. In tempi già di macchine non lo prendeva mai nessuno per farsi portare (solo, per mera vaghezza, Piero, con nonna Angelica emisign‚r e baule) anche perché‚ aveva l'aspetto e l'aria di un sopravvissuto, anche il cavallo, e penso stessero lì solo per far passare il tempo, o per forza d'inerzia. Si arriva poi alla curva sopra a Vilaravèllo, traccia, assieme alle poche altre ville, di remote signorilità anni trenta ben lontane dalla nostra quotidianità, razza di Signori (altri visi, altri linguaggi, altre abitudini), e finalmente, passata la casa di Remo e di sua mamma Zelmira sorella di Ziarina, sei in Valdibura. In Valdibura ci sono già tante case, ma in particolare due luoghi di importanza fondamentale: il negozio di Pepone, che d'estate vende il tuo rapporto con la Stampa e col mondo (è lì che si compra il Corierino), e il Cinema di Gigi. Di fronte al Cin‚ma ci sarebbe altra cosa, ma a noi ragazzi non è dato interessarci, anche se lo sappiamo benissimo cosa c'è, e i più grandi usufruiscono, talvolta, dei social servizi a disposizione. Pepone è mite e gentile, e vive praticamente nel fondo della sua bottega di frutta e verdura, un locale stretto e lungo dove s'ammassano derrate normali per vilegianti (a noi, vender frutta e verdure?) e a volte anche cose di forsennato esotismo, come cocomeri, meloni, o le pesche gialle, quelle spicche. D'estate aggiunge anche alcuni giornali (a chi li venderebbe, d'inverno? ce ne son rimasti tanti, di giornali degli americani, per accendere il fòco!), soprattutto la Domenica e il Corierino. Quella carta porosa sa assorbire magnificamente l'odore della frutta che passa di maturazione, si impregna di quegli odori ormai gravi, pesanti, e mentre sfogli il sor Cipolla o Bib? hai anche in più quello stimolo olfattivo, e sembra che quel frutto proibito (perché‚ noi se n'ha tanta, di frutta! andarla a comprare?) ti scenda in gola assieme alle cose che leggi. Pepone vive da solo, con una sorella. Il fratello, Joh Bebè in arte, vive a Roma, e balla e canta, vestito da donna. C'è questa sua cartolina-reclame che lo rappresenta in posa aggraziata, vestito da amica della Vedova allegra, e quattro foto più piccolo agli angoli, tre con lui acconciato da donna, e l'ultima, quella in basso, lui com'è davvero, da uomo, con tutti i ciuffi fisciati all'indietro, le ciglia trucate e il rosetto in bocca. Uomo sci ma tutti gli altri uomini quando parlano di lui ridono. Quando arrivarono gli americani organizzò uno spettacolo, nel cinema di Gigi, e lo ricordo che cantava, con tanti abiti diversi e meravigliosi che lui stesso si cuciva: Le campane che suonano afèsta nel giorno che muore... splendida canzone, anche se rimane il mistero di che cosa sia questo afèsta che le campane suonano (i tocchi?), dubbio che non aveva forse quel capitano USA ubriaco che (narrano) lo credette donna vera e se lo portò al fiume, come il ghitano leg?ttimo di Federico Gars?a, e arrivato al dunque dunque si accorse che qualcosa non andava, e lo riemp? di botte, porino, che una gran colpa non ce l'aveva proprio, se non quella di essersi fatto trascinare dalla fascinazione dell'ammaliante melodia latino-americana, solamente una vez. O almeno cosìdicano, so io! Anche Pepone non fu fortunato, subito dopo la guerra, quando tre improvvisati partigiani, viso scoperto, lo rapinarono, e lui, porino, se la fece addosso dallo spavento; è che li riconobbe, e li presero subito, e la mamma di uno si faceva a piedi fino a Pistoia per portargli da mangiare in galera, e poi, tagliando sempre per i boschi fin dove poteva, tornava a casa in tempo per mungere le mucche. E lui, il figlio, quando usc?, forse per la vergogna di quella ragazzata se ne andò in Francia, e non s'è più fatto vedere, e un altro se ne andò a lavorare lontano, e il terzo, il terzo non ho mai saputo chi fosse. In Valdibura c'è anche la strada che va al Mulino, di fronte alla casa di Mauro fornaro, quella con la fontana, dove non si può bere dopo mezzanotte con la bocca atacata (come a tutte le fontane a quell'ora, per altro) perché‚ un fantasma o altro essere inquieto e vagante potrebbe entrare e prendere possesso di te stesso. Anche se c'è da dire che le streghe, che prima c'erano, non ci son più poi tanto perché‚ un Papa (Qualo? O uno!) le proib?, e le han bruciate tutte da qualche parte, e al massimo c'è qualcuno con l'occhio cativo, ma cativo mia più di tanto, che non possa essere neutralizzato da qualche contromagia che noi si sa, e se c'è da togliere il Maldòcchio ci pensa Ziarina, con le gocce d'olio o quello che ci vuole. Sotto c'è T‚glia, con l'omonimo ponte, l'altro dopo il Pontaccio, e dove c'era la vecchia Dogana Toscana, in quella casa dove è nata Nonnamar?a bisnonna, che raccontava di come i suoi vecchi facessero i contrabbandieri, d'accordo con le guardie, e di quella volta che tornarono col carico di seta e sale e avevano cambiato le guardie a posta, e loro ci rimisero tutto, muli, cavalli, e carico. Ora la Dogana nuova è più sotto, dopo Valdibura, l'edificio più grosso di tutti, con facciata di sasso calastro a bozze squadrate e archi sotto ai quai potevano entrarci anche carri e cavalli, ma ora li hanno tutti tupati, quegli archi, perché‚ ci abita della gente, e d'estate ci stanno Sighinolli e Puècher-Passavalli e Cavalieri, nomi importanti, e la Silvia bionda coetanea che sboccerà in splendore negli anni a venire. Ma è sempre la Dogana, anche se il nome non ti spinge a mostrare passaporti o lasciapassare, si chiama cosìe basta, e Leopoldo di Toscana suo pensatore se non costruttore è ito da quel po', e il ricordo è rimasto solo nello Ziopoldino che un giorno scopr? chiamarsi in realtà Leopoldo. Come Leopoldo? Quasi un tradimento. Se poi vai in giù c'è la casa di Primo della Luce, Regio Sovrintendente di tutte le Cor‚nti Elettriche possibili e immaginabili, e di fianco quella della M‚ Maria, che era anche di Zio Rico, ma non ci volse più stare (uno dei tanti misteri di famiglia, che tutte le famiglie hanno), quella villa che d'estate s'affitta (il piano di sopra) alla misteriosa signorina fiorentina, che ci viene da sempre, da prima della guerra, data nascita del Mondo, ogni estate. Strano incrocio, nell'impressione, della donna di quella poesia che leggerai più grando (Cocotte, Gozzano) ma anche, contemporaneamente, esempio forse di antica famiglia nobiliare e pall‚sca e gigliata. E' linguaggio forbito e cantante, il toscano non come quello che ogni tanto sentivi, greve, quasi minaccioso, ma leggero leggero, anche se imperioso nei comandi. Va a vedere t‚, com'era dav‚ro, quando ora rimastichi le tue proprie immagini di pero pistollo di nove/dieci. Alta, magra, fan‚ò, descangayada, semplicemente era forse solo insegnante, la signorina, ma immaginavi in fantasiose congetture che potesse darla via, di avventurosa professione. O addirittura amava amori femminini (ce la poteva avere, la ghigna); o quel signore che ogni tanto arrivava era lo Zio, come mi sembra dicessero, (il Conte Zio? alto anche lui, sempre elegante di una remota eleganza profumata) o forse un vecchio amante che per tale si spacciava. Magari mia zia Rina e le sorelle, che affittavano, più smagate dal loro lavoro di fantesche a Genova e alle sue pompe viziose di ricchi signori che era stato doveroso giocoforza servire perché‚ noi pòri montari si sa, più di quel tanto, loro sapevano la Vera Storia, e ne avranno probabilmente parlato e sparlato anche se lì in quel tempo lei sembrava un essere lunare iperuranico, una con le ciglia tutte disegnate che viene d'estate e ragazzi semina il panico dav‚ra quando ariva perché‚: Non fate bordello che c'è la signorina di Firenze! e ti chiedi ancora di lei tutto o cosa, cosa leggeva se leggeva, per dirne una, che filmi guardava (non ci venne mai, al nostro) o che musica ascoltava o solo se c'è ancora per il mondo, lei con le ciglia truccate e la cameriera al seguito. Altra razza, insomma, forse gli ultimi di quelli che avevano reso Porretta Nobile Località Termale, altro che noi inferiori e così, cosìdi un'altra civiltà. Lei coi suoi bagagli che arriva in Pavna che ora non ciariva più nesuno come se fosse andata a Marienbad o Baden. Baden, in treno, e la carrozza per quei cinquecento metri, noi che si macinava chilometri, a piedi. Anzi, ti dici, ce ne fossero ancora, di quei signori lì, di una Firenze intravista e intrasognata, che echeggiava nella lingua della nonna Sighinolli (abitatrice di Dogana, riempendo le estati di lezioni di francese e della sua pomposa pronunzia); Firenze come un qualcosa che c'è, un po' giù di là più a sud dove poi ciandò a lavorare Gianfe mezzo sardo de la Ma‚stra, operaio, che era già un bel colpo di vita, per i pavanesi, e ora ha cambiato modo di parlare, non più pavn‚se o sardo, ma fiorentino. C'era riscatto, speranza, per noi alora? Che si sarebbe dovuto continuare a fare quello che si faceva per i secoli dei secoli! O, mia che si stesse male, anzi. Ma non c'è solo la vilegiante misteriosa, e altre più alla mano ed emiliane del piano di sotto, c'è il cinema all'aperto e il ballo, in quella villa; dentro ci sono bagni che sono bagni, mia cessi, col vater con la catena e manopola per tirar l'acqua (anche se non c'è l'acqua cor‚nte che a Pavana non c'è) e una sala bòna con specchi (mobili genovesi?), una bambola vestita da figlio della lupa e un'oleografia con Colombo che saluta prima della partenza per scoprire l'America. Vasi da fiori di bossolo di canone, e reclame a grandezza naturale della Ferrania, marca di pelicole, perché‚ Gigi fa anche il fotografo, e se vuoi la fototèssera o il nozze o quello che vuoi è lui, che devi chiamare. Poi fai due passi più sotto e c'è il vero centro di tutto: due passi ancora e ti ritrovi nella valle d'oro, la California di casa Bonaiuti, che in tre quattro case riassume tutto il commercio. Sono simili a noi, che si sta là, in mezzo e in fondo a quel fiume? O è altra gen?a, già intuizione della vita cittadina che tal, ti toccherà in sorte d'ora in avanti, ed è inutile tu rimpianga (anche adesso verod?o) in tutti quei tuoi trascorsi di balza e di reste e di grotto, di cinghio e di castaggno e di fungio (buono o matto che sia). Ti guardi; dici, fai: Ma dav‚ra, che vengo di quassù?! C'è il sarto (c'è anche in Pavana, ma quello lì è più moderno); c'è il mac'laiio, a Casa Bonaiuti, Gino al mac'laiio, che sta come re in trono dietro al suo banco di marmo, ben alto sopra di te, che ti vende la carne per il lesso domenicale, e trancia coltellate o pestonate da far tremare tutto, su quelle pistadore che cià. La ciccia, che quando uno la cerca si dice: Vuoi la ciccia? Uè dal mac'laiio come di cosa che a volte può tocare ma mia sempre, di festa festa, o a esser malati, ma alora è meglio di no, lasciarla là dov'è, quella ciccia pretenziosa che costa tanti quatrini. E c'è la bottega di Ziapina, in Bonaiuti. Tu entri, scendi quei tre scalini, e già le nari ti si riempiono dei mille odori sapori che tutta la bottega ti offre. I primi a colpire sono i più violenti, il baccalà sciorinato secco rigido che verrà lasciato ad ammorbidirsi e dissalarsi lungamente nella tinozza piena d'acqua, e latte di turbinosi colori stracolme di sarde salate, o di saracche (da uova o da latte) da fare vicino alle braci del camino, cibo e sapore da anziani, che ancora ti si storce la bocca e piangi per un mezzo grano di pepe, ma ti piace già il tonno in grosse trance rosee ricurve che fa capolino in mezzo all'olio, o quelle stesse sarde siciliane o portoghesi o spagnole (en acelte de oliv‚ra? O cos'è che ci mettan dentro?) lavate in acqua e aceto e messe con prezzemolo e aglio primadiccio e quell'origano che fa verso in Centrale. C'è l'odore del vino toscano della mescita, che esce dai bichieri o dai mezzi di quelli che bevano o dalle damigiane e tini della cantina subito di fianco, ma se arivi che han portato il pane, è quello l'odore che domina, anche se il pane non si compra perché‚ si fa da noi. A volte prendi la pasta, che è dietro al banco di vendita, in teche trasparenti di vetro che la vedi, e ce n'è di tanti tipi, le farfaline, le conchiglie, i macheroni, quella piccola da brodo, ma anche di queste paste non ne prendi perché‚ le tagliatelle larghe o strette, i pistadini o i quadrucci o tutto si fa in casa, e prendi solo i paternostri da fare la minestra coi fagioli (spaghetti? o cosa sono?!), e quando li compri vedi zia che infila la palozzina in un bugo sotto la teca e la pasta che scende componendosi piano pronta ad un altro intervento. Da zia c'è anche la marmelata, non che noi non si abbia, è che si fa solo di ciliege, e mangia pur giù t‚ ma ragazzi a forza di marmelata di ciliege t'ingobbi anche e o c'è di pesca, d'albicocca o anche, e quella s? che è bòna, d'arance, o di cedro, roba di verde smeraldo candita che se ne compera un pezetto per Natale, per i dolci, e già a vedersi da soddisfazione. Sono custodite, le marmelate, in tinozzine di legno chiaro, Ditta Pècori di Bologna, e se sei fortunato arrivi che la marmellata è in fondo e oltre al sapore suo c'è anche quello del legno, un sapore tutto particolare, bòno, quasi due sapori per un prezzo solo. C'è la cioccolata, ma quella poca perché‚ fa male ai denti; e voi, che non ce li avete, quanta ne avete mangiata? Ma a volte un po' si prende, quella a due colori per esempio, nera e rosa. Non che sia proprio bòna, ma la ciocolata rosa ragazzi bisogna mangiarla, solo per il colore, o meglio, visto che ce n'è poca, prima si mangia il pane, che non si pòle buttarlo via, poi la cioccolata si lecca tutta piano piano, come un gelato. C'è i prèsciutti e i salami, ma quelli si hanno; si compra il formaggio sardo, ed è un'operazione che va fatta con calma. Ci si fa il suo taselino col truvello aposta, come con la cocombra, e Ziarina lo assaggia pensosa: si compra la forma, mia un etto due etti come quei b?scheri dei vilegianti. E' come quando vedi i vecchi che bevan vino, che lo sciaguattano di qua e di là, alzan la chiorba per cercare l'ispirazione, poi fan di s?, in su e in giù, spingendo i labbri in fuori, per dire: proprio bòno. Ma muover la testa per dir di no, in vero, non li ho mai visti. Ci vuole il suo tempo, ma tanto il tempo S'ha, e visto che non ci si va tutti i giorni, in bot‚ga, bisogna raccontare un po' tutto quello che è successo, e sentirsela anche raccontare dagli altri, amici, parenti, e quello che avuto quello e quelaltro. A t‚ ti danno un'aranciata, delle volte, che è una delle cose più bòne che ci sia, da bere, te la sono anche andata a prendere di cantina, più fresca: unica cosa che finisce, per quanto tu sia lento, a sorsini, a gocce te la gusti, ci arrivi in fondo e sai che non potrai mai averne un'altra, fino alla prossima volta. E pensi che almeno vicino al pozzo de l'acqua poteva esserci quello de l'aranciata, da tirar su a calcedrate, vicino al pozzo del vino, che si beve al gioved? e alla domenica. Non viene il sospetto che la roba, quando se n'ha tanta, non è più bòna; non vien neanche il sospetto che di certa roba possa, al mondo, essercene tanta. Solo i vilegianti, delle volte; e ce n'è qualcuno (l'ho visto io, coi miei occhi) che cià anche l'acqua di visc?, quella che pizzica, tutti i giorni. Una butiglia intera al giorno, in fresco da qualche parte. Quando esci dalla bottega, una qualche volta puoi spingerti, già che sei lì e il giro bisogna farlo completo, fin giù alla Farmacia, per comprare, almeno una volta all'estate, i Rimedi Universali che tutto guariscano, l'Ossido di Zingo o la Magnesia Sanpelegr?no; oltre la Farmacia e l'Albergo che la sovrasta e contiene, c'è il Ponte. Ma arrivati al ponte il mondo finisce; a volte vai anche un po' più in giù, alla Venturina, e in fondo, dove anche quel gruppo di case finisce, ci sta Zialuisa, e son già bolgnesi quei ragazzi tuoi cugini coi quali vai a esplorare il Reno coi suoi nuovi pesci e le sorgenti di acqua puzzola e il Macerone coi suoi tre archi di marmo che sembrano un tempio remoto perso dimenticato in fra mezza 'na foresta e da te riscoperto nonostante le sue mille insidie, la parete franosa irta di sassi che il nonno dei tuoi cugini scalò per scommessa con un maiale sulle spalle (morto? sci! ma lo sai aveva già nuotato dalla Sardeggna alla Maddalena, sempre per scommessa?!) o il mulinello in cui, si diceva, era morto uno prima della guerra, o il Pozone con sopra lo sbarramento in granito, deserto e vuoto in mezzo al fiume, che sembrava il lago nel quale El Hombre Dorado si tuffava dopo esser stato ricoperto di polvere d'oro e latte arrugginite; o il fosso della Castlina ricco di quarzi e piriti, e che finiva dritto nel Gran Canyon del Sasso Nero, roba da aspettarsi indiani apaci ad ogni piè, quell'insuperabile monolite che ti sfidava a scalarlo poi, quando c'eri in vetta, insultavi a lungo te stesso per esser stato cosìbischero da andarci, lassù, che ora dovevi tornare di sotto. O Por‚tta adirittura, con le botteghe odorose di stoffe o carta di libri e matite o Piazza delle Tele nei giorni di mercato, tutti vestiti da festa, O la lontanissima Silla villa cardatrice di lana, quasi El Paso Durango, in quei soli d'agosto, quando anche l'ultima coriera era pasata e mezzodì, l'ora in cui implacabili a si manghia, già oltre lo Zenit della Diga da un pezzo. C'era solo la strada polverosa davanti, nessuno in giro, e quei sette chilometri da fare a piedi, prima d'arrivare alle frescure dell'androne del Mulino e alle simili frescure dell'acqua del pozzo, buttata giù a ramaiolate. E Ponte è proprio la fine del mondo conosciuto, le colonne d'Ercole; oltre c'è solo la catena montuosa che circonda la Terra e il fiume Oceano che la abbraccia tutta. 3. Nonna Maria Fornaciari aveva una faccia da tedesca crucca, bionda, occhi azzurri, bianca, opima; petto enorme e prominente, a ricordo di chissà quali antenati longobardi o goti o franconi. Nonna Maria è uno dei primi lampi di memoria, una vecchina vecchina, di parola facile e volgare, buona crudezza di popolo che conosce le parole e sa parlare una lingua e non si intimidisce di fronte ad altri, culo al culo carattere e via, quelli che non ravvisavano in lei i tratti del primo nipote maschio (che proprio non c'entrava) gli occhi non li avevano mica sulla fronte, ma là dietro; e lei glielo diceva. Cadde una mattina di caffelatte mentre scendeva dalla sua stanzia giù verso l'androne e la cucina; era d'estate. Ci fu tutto un correre, primo Zio Enrico. La misero a letto e non si riprese più, dall'ictus. I tedeschi erano già andati via, l'estate scivolava in attesa degli americani. Si tornò dalla Venturina un pomeriggio, e lei era da alcuni giorni (una settimana?) immobile, nel letto. Non parlava, non guardava, solo mugolava di rifiuto quando Zia Rina si avvicinava per farle delle punture; noi, di medicine, non se n'è mai volute. Entrai nella stanza per trovarla; ci s'andava, diverse volte al giorno. Cosa fu che la spinse, quel giorno, nel vedermi, a girare un po' la faccia per farmi Bau sètte! e dalla caduta non aveva più parlato; poi provai e riprovai (prova tu, mi dicevano), ma non parlò proprio più. Solo bau sètte e basta. Mor? un paio di giorni dopo. 4. Quando si arrivava dalla piana, da quella strada che scende da Valdibura, di fronte al forno e alla fontana, e poi fa la curva di Villaravèllo, e arriva al villino Monaldi (tracce anni '30 di benessere e buona lingua fiorentina), e passa il Mulino di sotto, o di Cherubino, e si cominciava a fare quella curva che porta al Pontaccio e alla Madonnina (a protezione magica e religiosa di trivi, m perfetto asse est-ovest Piandalcèro ponte maestà murotondo chiesa monte di Pavana Crocione), allora si poteva vedere bene il nostro Mulino, quello di Chicone, il Vero Mulino, il Mulino insomma, e basta. Anche se guardi dall'alto, da uno qualsiasi dei posti tutt'attorno. Guardi dalla vetta faticata del Latosa, dal Monte, dalla Diga, dapertutto: sta laggiù, solo, in mezzo al fiume, congèrie di edifici concresciuti attorno a quel primo probabile nucleo, rodi macine stanzia cucina, quella cucina che porta anche la data, nel camino: GUCINI FRANCESCO ANNO 1901 probabilmente quando, dal Mulino di Miflo (ora scomparso sotto ragge, vizadri e sambuchi, pietre dimenticate e strascinate dallo stesso destino rovinoso della Centrale, causa prima della decadenza e della fame) i fratelli venuti dal Mulino di Garnaione, nel fosso del Rio Maggiore, e prima ancora da chissà quali altr'acque e macine, su quel cucco di sasso e castaggni di Montagna, pieno di Guccini e Biagi come un cane di pulci, decisero di dividere casa e ruote e sorti. Fuori, c'era stata da poco l'Unità d'Italia. Quattro piani, anche senza contare il tasèllo morto, se pensate che costruire un mulino sia una bischerata da gn‚nte. Da dove si comincerà? Forse dalla pred‚ra: si va a monte quei tre quattrocento metri e si sbarra il fiume, con un taglio trasversale di sassi riempiti di farfanacci e stracci e di tutto quello che può aiutare a formare quella provvisoria diga atta a deviare l'acqua che deve accettare quel nuovo innaturale corso. Lo sbarramento dev'essere provvisorio, perché‚ il letto del fiume è del Demaggno, e anche se paghi la tassa per l'acqua la puoi sfruttare, ma con un'opera volatile, effimera, cosìti ricordi che il fiume non potrà mai essere tuo, ma di un'Autorità Superiore che, seppure lontana, ti Amministra e Governa. Granduca prima, Re poi, Repubblica adesso. Quell'acqua che scorre non più nel proprio letto ma fra due bastioni di sassi piazzati a braccia e palanchino uno dopo l'altro è già gorèllo, inizio e genesi, intuizione di tutto quello che verrà dopo. Scompare, probabilmente perché‚ quando costruirono la strada della Centrale fu necessario renderlo sorterraneo e schivo, per riapparire improvvisamente al Muraglione delle Scalette, dove c'è una piccola paratoia che si alzerebbe con una vite senza fine sempre unta di grasso e coperta da latta incatramata, la paratoia che Zioner?co non riusc? ad aprire in quella buia sera di ottobre del '37 quando, fra il rumore della pioggia che cadeva instancabile da giorni e giorni, più che vedere intu? la grande massa d'acqua che la diga stracolma non più tratteneva, lo Sfioratore a bilanciere intasato di tronchi e altro portati dalla corrente, e si buttò attraverso i campi per salvarsi verso Pavana, col terrore non solo per s‚ ma di voltarsi indietro e non vedere più la grande casa con tutto e tutti dentro. E invece la casa resse l'urto, il cozzo, solo il gallinaio fu spazzato via, con galline e galli e caponi e pirini, se c'erano, e il pavimento del Maganzino sopra al botaccio si sollevò e si apr? e l'acqua allagò il primo piano, e la porta della stalla fu sfondata e il maiale travolto dalla piena fin? in casa e si rifugiò sotto a un letto, che non riuscivano più a tirarlo via, (chiappalo! anche le bestie son come i cristiani, dal volte) e il cavallo nella stalla, Giorgio, attaccò le zampe davanti all'alta mangiatoia e rimase due giorni, prima che le acque defluissero, con solo la testa fuori, che quando lo salvarono aveva ancora la riga motosa attorno al collo. E le macine si riempirono di mota, e i palmenti di mota e sassi invece che di farina, e le guaine delle trombe furono schiantate e i fèri ridicolmente piegati e le cadinare dei r‚di spaccate e gli alberi di cèro cerchiato in ferro diverti e le piane degli orti piene di macigni e alberi troncati e carogne di bestie, e di cristiani. Ma normalmente l'acqua scorre sorridente e mite, e s'incanala fra le murelle parallele della gora, fino ad arrivare a quel ponticino che la scavalca, per dare nel primo orto a sinistra, dove c'è il salice capitozzato per legare e il susino giallo, e quella piccola paratoia che serve a dacquare, passando da fossetto in fossetto, anche gli orti lontani, sotto la strada. In quel punto si allarga e c'è il primo sfioratore a tavola, col gorello che ritorna primo nel fiume; poi si allarga ancora, ed è già botaccio, dove mio padre appena tornato dalla prigionia si gettò per fare il bagno, la prima cosa, che forse lo aveva sempre sognato in tutti quegli anni di stalag e germania e patate e cavoli, e mi buttò anche me, che volevo imparare a nuotare e rischiai d'annegare. Ci volettera mò altri due anni e altri due o tre ripescaggi, prima d'imparare, pòro mazzacane. lì sotto, contro casa, c'è anche la murella inclinata che serve per lavare, ed è lucida e scivolosa di anni di saponi che hanno impregnato la pietra; proprio lì, chinandosi un po' a pelo dell'acqua, si possono vedere i misteriosi buchi ad arco del salto, dove l'acqua strozzata dalle trombe, se apri la paratoia, fischia violenta contro i numerosi cadini del ritrècine e li fa girare. Ma per andare nei rodi devi girare attorno alla casa; sul retro, girato l'angolo de lo staletto dei con?glioli e della calcinaiia, di fianco al gallinaio ricostruito, c'è una porticina che si apre dopo tre gradini che scendono sotto il livello del suolo, e se la apri trovi altri tre gradini e di fronte hai l'antro umido e buio, pauroso, stillante continua umidità , spelonca di mignatte e chissà quali terribili esseri notturni e acquatici, perché‚ se alla banchina dei primi due ci arrivi, dato che ci arriva anche la luce del giorno, agli altri in fondo non ci andresti mai, così lontani e bui e inaccessibili, perché‚ se la Indefinibile Borda esiste, come ti dicono, è lì che abita, non certo in fondo al pozzo, e anche per questo non avresti mai il coraggio di infilarti nel budello del gorello di scarico, quello che riemerge cento metri dopo la casa e riporta l'acqua verso il Pontaccio, dove comincia la gora del mulino di sotto. Dicono che quando fermano l'acqua, quel gorero sotterraneo e impensabile si riempia di pesci che l'acqua della cateratta si è portata con s‚. Davvera? allora lasciali pur lì, i tuoi pesci, che se aspetti che te li vada a prendere io, lì sotta, vedrai che aspetti un pezzo, è! La porta del mulino invece si apre sul piano della strada, solo un po' più sotto. C'è la banchina di pietra davanti, e ci sono gli anelli di ferro ai muri, per legarci i muli, che Ziarina una volta si prese un calcio che gli era venuta tutta la gamba nizza, oltre al male, e Zioporco dovette anche litigare col mulattiere, che i muli van legati, vanno. Ne arrivano anche da lontano, da Suviana, da Tr‚ppio, coi carichi di grano o castagne o robanera a macinare, ma i più portano a spalle, il grande carico che preme sul balzo, lamese e Lèrise arrivarono dalle Casette uno con un quintale e l'altro con uno e venti di castagne sulle spalle, arriva Rallo da Badi che porta soprattutto per gli altri, a òpra, perché‚ non ci… più niente e i figli lo hanno scacciato di casa, che, dice, dorme in una casetta in mezz'a un campo, e arriva stravolto dal sudore con la goccia che gli cala dal naso, con le mani attaccate al sacco che non ce la fa neanche a staccarle per darsi una botta a tutta quell'acqua acida che gli scende dalla faccia, e lo vedi che arriva lento dalla viòttola che viene dal Piandalcèro, che oltre alla fadigga è sdrucciolosa di suo, e ora se le sognar… l…, nel camposanto di Badi, tutte le cariche che ha portato, lui, Rallo badese, con faccia da peone rivista in tanti western casalinghi, lui che sapeva di rumadgo forse da secoli. Vengono dal Pogiolino, dal Pòggio, da Taviano, dalla Sega, dalla Sambuca, da Casa Betuò, da le Casette, da Pratopiano, da C… di Zavvari, dalla Canova, da Piandalcèro, dai Marcacci, dal Ruvine, dalla Villa, d'in Matrogana, da Fondamento, da la Toraccia, da Piancicampo, da Serav?doli, d'in Colina, d'in Caviana, da Moscacchia, da pertutto, spinaiòli e crochioni e merlacquai e roggiolai e suvianètti e trepiesi, che si fermano a spetare le botaciate, grano d'estate e granturco e roban‚ra d'autunno e castaggne d'inverno, con le macine che girano giorno e notte, un rumore assiduo e uno spolver?o sottile che copre quasi tutto la dr‚nto, mentre parlano e se la raccontano e si coglionano e trattano e caricano e scaricano e pesano sulle basculle e tastano la farina che esce calda, appena frantumata, per vedere se la grana è quella giusta. D'inverno si fermano anche in casa, a scaldarsi vicino al camino, dalla strada risalgono la massicciata di sassi in salita che porta all'uscio di fuori e coi muli entrano in casa a scaricare, tanto ci sono le bocchette che vanno a finire nelle tramogge, e se le apri vedi il grano che sussulta e sembra ribollire, o le castagne che si riducono in farina dolce con un rumore secco e sgretoloso; per fortuna, sennò, se non sono seccate bene, ti impastano la macina e bisogna voltarla e ribatterla. Arriva il Tècco, e qualche C‚ntina, e quelli de l'apalto, e Bonaiuti di Casa Bonaiuti, e quelli di Ca' d'Mengaiia, Gentilini del Pòggio, che racconta di quando faceva il carbone in Sardegna, che certe donne gliela davano anche, sucunnu (sucunnu? o che lingua è? o cos'è che era che gli davano?) per un sacco di carbonella, e Gisto che dice di come lasciò le dita in un ingranaggio Ford, e quelli delle Casette che uccisero la tartaruga di mio zio che un animale così non l'avevano mai visto (una bòtta con la chiòcciola in v‚tta? e giù raionate!) e Doardo Matto con la sua voce nasale e cantilenante, e il Frate, e Tontino, Trombino e Ruzolini, arrivano tutti e scaricano con gesto circolare il peso dalle spalle e via sulla basculla, circondata di numeri di conti fatti sul muro a carbone, decime e molende. E ora non portan più, nessuno di loro, tutti sotto ai castagni, a far tèra grassa, e le macine sono ferme per sempre. Le macine. perché‚ ci può essere la macchina del cinema, e il camion, e la batidòra, ma la vera macchina, la più macchina delle macchine, anche da un punto di vista etimologico, è lei, sono loro, quella da Granturco, Quella d'mezzo, la Paola, e le due da castagne della stanza in fondo, quella fuori abbandonata che s'appoggia al muro, e quelle due dietro casa, finite lì chissà perché‚, ruote di pietra da sette quintali con foro centrale crociato, in perfetta corrispondenza con i catini di cèrro del piano di sotto, venute alcune di lontano, anche dai graniti di Francia, su carri tirati da bòvi, e chi sa quanto ci avranno messo ad arrivare lì lì. Vanno giorno e notte, d'inverno, solo d'estate si riposano quando l'acqua finisce e diventa un rigagnolo fangoso in mezzo al botaccio. Si sente a orecchio, che il rumore non è più quello: Ferma ch'la corre! allora si tira il cerchio della catena fissato al piolo e si lascia che la catena tirata dal contrappeso precipiti per terra e sparisca nel bugo con rumore frusciante e senti la paratoia che scorre nella guaina e la tuppa e quei pochi giri d'inerzia che la macina e il ritrècine fanno. La roba è tanta e a volte bisogna aspettare, e i sacchi s'ammontmano uno sull'altro, nel mulino, nel Maganzino, nell'androne, muri di sacchi uno sopra l'altro che sembra che i tasèlli non debbano reggere tanto peso e che cedano da un momento all'altro. Ma sono robusti, sotto di lastroni di sasso e sopra di leggno, coi lunghi travi che sostengono le assi sconnesse e ruvide. No in sala, che lì il grano non ce lo tengano, mancherebbe! La sala con quel camino mai acceso perché‚ s'adopera solo d'estate, na qualche volta, anche quando non ce n'è tanta, di gente, perché‚ è piccola; quella dove i tedeschi fecero il ritratto a carbone, sotto la finestra, di Zia Teresa, e di fianco disegnarono uno scheletro, per sprègio. Quella dove avevano messo l'ufficio quei due ufficiali degli americani, uno dei quali disegnava cosìbene, un cagnino, uno steccato, e tanta neve, che disegnar la neve ragazzi è proprio difficile, bisogna esser bòni. (Cos'erano, tutti disegnatori, quei soldati che stavano in quella sala lì?) E guardava dall'alto il ritratto della sconosciuta Giuseppa, viso quadro, occhi neri senza sorriso, morta di parto, e c'era una lampada a petrolio sul camino e l'otomana di velluto marron, e la credenza a muro con la roba bòna, da festa, anche coi bicchierini da liquore (piccoli!) che si estraevano quando veniva qualcuno veramente importante e non potevi dargli del vino. Gradisce un cafè? (neanche starlo a dire, cafè-cafè); prenda almeno un bichierino! e si apriva lo sportello di sotto e appariva un paio di misteriose bottiglie, liquore di caffè, di Zia Rina, o sconosciute e improbabili misture natalizie, fatte con alcol, estratti, e sciroppo di zucchero, dai nomi inconsueti, curacao, alchèrmese, indispensabile per dare quella botta più che sanguigna di rosso nelle torte farcite, sasolino, rumme da ponce (perché‚ sotto Natale ogni tanto Ziarina lo faceva, il ponce, bello caldo, con la sua buccia di limone sempre natalizio) un rumme che non solo non aveva mai visto Antille o Caribe, ma che anche ne ignorava l'esistenza, e la cosa non sembrava davvero arrecargli un gran danno, poi il più fascinoso di tutti, il Doppio Kummel (perché‚ poi doppio?) con la sua brochetina dentro che si ricopriva piano piano di preziosi e desiderati cristalli di zucchero. E tutti i liquori sempre dentro a quelle butiglie della V‚ci. Bini di Castelfranco Emilia (o che nome è V‚ci? Sar… uno di quei nomi di quegli anni lì, come Fave di Fuca, Givièmme, o Termog‚ne, o Tabacco d'Harar, presenza e mistero costanti) butiglie che mio babbo aveva portato in su durante uno dei primi nostri ritorni dalla triste Citt… della Motta, nel dopoguerra; forse una bazza cooperativa e postelegrafonica. Venivano periodicamente (lentamente) svuotate e di nuovo riempite, contenitrici di liquori a vita, contenuti ben lontani e diversi dagli originali. In sala ci si va dall'androne: di fronte c'è le porte della cucina e del forno dove c'è anche la latrina, e a sinistra la porta di sala. L'androne è l'androne, e a questo serve, da androne apunto: c'è la bascula, di fianco alla porta del Maganzino, e il camino senza scritta che s'adopera per le cine o i necci, per far bollire l'acqua calda per il maiale o per far andare i paioli in fumiganti vapori di conserve di ciliege o di pomodoro. Tiene mucchi di sacchi e damigiane provvisorie. D'estate si mangia, nell'androne, se fa molto caldo e non si reggono i fuochi dei fornelli e dell'economica in cucina. C'è più fresco e si sta meglio, anche se c'è meno luce perché‚ tanto non ci si sta molto, e c'è una lampadina giallo-rossastra, che finisce a goccia, una resistenza con male avvolgimenti che riesce ad illuminare un poco solo la tavola e tutt'attorno è buio. La cambiò poi, Zia Rina, ma ragazzi ce ne volse, del tempo, per vederci di più, a sera, nell'androne, e poi era tanto grando che non ci s'è visto mai bastanza. Ma è quasi una vacanza, una scampagnata; come la merendina, via. Si st… lì, con la porta spalancata perché‚ entri più aria e faccia riscontro con l'unica finestra che c'è, quella sulla porta del mulino, e con le trombe delle scale. L'usscio di casa a dire il vero è sempre spalancato, d'estate; si apre anche la parte destra, quella che ha sempre il bracial‚tto inserito, e fuori, fra i lastroni che dolci degradano fino al piano della strada, comincia a infilarsi il buio, che riempir… di umida guazza tutte le piante che sai e conosci, trasformandole però in bagnati covi regni di oscuri e fruscianti animali e animaletti, perché‚ il fiume ne porta, di umidità , la notte. No su le lastre, che rimangan calde, se il giorno ha pichiato di calore, e con le gambe gnude seduto su quei macigni piatti di cui conosci l'intima geografia, a occhi chiusi li sapresti disegnare, sotto a quele latte piene di fiori, te lo lasci salire su, il calore del giorno, che ti giovi, con le gambe ancora terrose e le calze aggaravellate sui sandoli, ma il più delle volte senza, calze e scarpe. però senti che mangiare, aaa mangiare non c'è altro posto che la cucina; dalla finestra che d… sul fiume (perché‚ tu sei stranamente a capo tavola, o forse era quello del vecchio Chicone e lo hai ereditato, e guardi dritto in quella finestra) hai visto a poco a poco il panorama fuori leggermente cambiare, a mano a mano che ti facevi più lungo, ne vedevi ogni anno una fetta in più. A sinistra c'è il camino, che chiusero poi, con due ante di legno, perché‚ il freddo che entrava non era uguale al fogo che ci facevi, visto che il camino più di tanto non era più acceso. Ma allora, in quei tempi, lascia che soffi. Di fronte c'era l'economica, che quando quele donne sortivano dal letto all'alba, e l'inverno incrostava vetri e acque ne le brocche, che non so come facessero a sortire da quei coltroni caldi, dai loro mattoni portati a fòco e avvolti in panni di lana, da quei bossoli di canone americano saldati in bocca e riempiti d'acqua calda, e vestite mezze vestite venivan giù e accendevano il camino e l'economica e i fornelli, questi ultimi a carbonella per il lento e proficuo borbottio sfrigoloso dei ragù, e il camino per quella botta di calore sopravvivenza, per non intirizzire subito, e l'economica per acqua calda e anzitutto il caffelatte con le sue montagne di pane. Ma si sch‚rza dav‚ro, la cucina, coi suoi fumi e vapori e odori? Di fronte non hai solo la finestra, che sotto appena c'è l'acquaiio, e a sinistra i fornelli con i furminanti e le sventole, per farli andare, quando li riempi di carbonella, e giù a sventolare e piangere, quando il fumo arbocona e va negli occhi, e a destra il gancio col calc‚dro con l'acqua da bere e il ramaiolo per bere, l'armadio a muro che più che armadio è grotta incessante ricolma di stoviglie a non finire, piatti, quei piatti a fondo azzurro con disegni che ti piacerebbe ricordare, e tazze grandi che ne tengono, di latte e castagne, mondine e scerboloni, e cafelatte e pane, e latte e polenta; e bichieri di vetro grosso, spaiati e compaiati, col gambo e senza, mentre vicino la rastrelliera dei cuvèrchi te ne offre per ogni pentola, pignatta, cugguma, cazzaròla, padella, cigamme, r“la tu volessi mettere su qualsivoglia fuoco con qualsivoglia pietanza o pozione o umido o fritto; e cortelli e cortelle, alcuni dei quali ridotti a un filo, sempre affilati dalla preda rotonda di Zioner?co, preda che gira correggiata con abile marchingegno a una macina. Vanno e vanno i fuochi, con le leggne nell'angolo alla tua destra e sotto al camino, ma soprattutto fra gli spazi vuoti che, pogiata su un ciocco, sotto lascia il grande vaso in cotto della conca, che un apposito tagliere di legno copre per lasciare un piano atto a pogiarci le cose, tanto la conca si usa due volte l'anno, un piano di legno che fu poi rivestito delle prime trionfanti colorate plastiche, che ci passi sopra uno straccio bagnato e son già pulite, star lì a baclare, e ci fin? sopra anche una radio, regalo dei miei, vinta alla coperativa dei postelegrafonici coi buoni premio di non si potr… mai sapere quali acquisti, perché‚ dav‚ra che quelli del mulino non ce l'avessero, l'aradio, da ascoltare in quelle notti d'inverno quando fischia pesa, era un po' strana, e i miei gliela regalarono. E funzionava, anche se piccola piccola, non come la nostra Radio Marelli, alla quale mio babbo e Ziov…lter si divertivano ad ascoltare gli incessanti bip-bip delle trasmissioni Morse, o quella di Zialuisa che ciav‚va anche l'Occhio Magico. Che gli piaceva, la radio, so- prattutto a Ziarina, le canzoni ("Getta al vento il tuo pianeta, zingarella non badar..." (o come si fa getare al vento un pianeta? Mercurio? Venere?), o Zior?co che gli piaceva quello che faceva le domande, Silvio Gigli si chiamava, che disse una volta (Zioner?co): "O lui lì ne deve sapere proprio tante, di cose, da poter fare tutte quele domande che fa." E noi, bonari e benevoli e superiori, a spiegare che non era lui che se le inventava, le domande, gliele preparavano, e fu il crollo di un mito, non gli piacque più tanto. E dietro le spalle c'era la madia, che si apriva, nel grande scomparto superiore, solo al gioved?, quando si faceva il pane. Si apriva, e c'erano le formelle tonde dal l‚vito, tagliate in croce, a forma di croce cristiana che cosìlevitava meglio, e poi perché‚ non si sa mai. Sotto, nei due cassetti coi tirantini d'ottone lucido, unico piccolo splendore in quella cavea fumosa, i cassetti pieni degli oggetti attrezzi che potevano servire per le minute manutenzioni improvvise, le pinze, le tenaglie, due o tre cortlini, una seghetta da fèro, un cacciavite per invitare o svitare, una matassa di laccia, una cartatina di sungia, delle chiavi con dei cartellini atacati, ma su non c'è scritto niente, un apise, busolotti pieni di chiodini, viti, perette de la luce, fili de la luce a treccia, isolatori di porcellana bianca, fili sottili di rame per le valvole quando saltano, nastro isolante, forbici da potare, e soprattutto un odore unico che tutte quelle cose avevano, un odore implacabile, l'essenza che (non c'è altro modo) soltanto si ottiene mettendo in un cassetto di una madia da pane delle pinze, delle tenaglie, della sungia, una cartatina con dentro un po' di noce moscata, dei chiodi di garofano, un cavatappi d'ottone, uno schiaccianoci che non serve a niente che le noci si tompan con le mani, dei dadi per brodo (ma d‚van essere Maggi) e altro, e lasciandole lì per anni e anni, tanto che non sai più se quelle cose ci sono, e se cerchi magari un cortlino ti aggiri bestemmiando per la casa e ti n‚ssce fuori un mese dopo quello che cercavi che quando cerchi una cosa non la trovi mai. Solo allora sorte fuori quell'essenza, quell'odore, e ogni oggetto dentro se ne appropria, che quando fai il brulè coi chiodi di garofano sa di brulè, di vino, e di quell'odore lì. Aaa lì dav‚ra son quelle donne che comandano, e anche se ti siedi per i cafelatte de la mattina ti frullan di torno che sembra che debbano preparare un nozze e ognuna ci… il suo compito, ognuna la sua meta che si concluder… in qualcosa di commestibile nell'arco della giornata. Quand'è ora cominciano a urlare per chiamare quegli òmini, che son sempre da per tutto come cani da caccia; o possibile, che quando si mangia non ci sia mai nessuno, che eran l? un minuto fa, brutti mostri, che sembra lo facciano apposta! E io, da lontano, quando sento l'ora arrivare o il campanile battere, via di corsa, che a mezzodì, cascasse il mondo, a s'manghia. E a la sera al sett'e mezza. Dopo mangiato, di giorno, io m'infilo su di sopra, a far de le materie, dicano. Vo mò su a giocare o a leggere. Non si potrebbe perché‚ le stanzie son solo per dormire, andarci a fare altre cose sono vaghezze cittadine che di quell'ambiente diseducativo hanno il marchio, e se di sotto tutto è di tutti e si entra e si esce a piacere da qualunque parte, di sopra ognuno ci… la sua stanzia e gli altri non ci mettan dentro neanche il naso. Solo io, a sovvertitore di regole, O a neutrale favorito, posso andar di sopra a leggere (s'è mai visto?); anche d'inverno, quando pure il caldo che hai accumulato in cucina ed è tenuto stricco dentro dalla maglia di lana e dalla camicia pesante e dal maglione di lana fatto a mano a poco a poco svanisce e ti entra piano piano il gelo che c'è dappertutto, nei muri spessi, negli armadi, negli scatoloni americani pieni di stracci e giornali degli americani, nelle coperte dei letti, financo nell'uva appesa ai chiodi dei travi a passire e nelle mele e pere da inverno che profumano nelle ceste in ogni parte, e allora devi cedere e tornare giù in cucina, a far rifornimento vicino al camino, e le gambe sempre gnude che sbucano dai pantaloni corti ti si riempiono di vacche. Ma io, finché‚ ci si vede, posso anche andare nelle stanzie: prendo le scale, non quelle che scendono in giù, al piano di sotto, verso il mulino, quelle che curvando ad angolo retto con gradini di sasso portano ai tasselli del piano di sopra, e vado a leggere, o ad esplorare. Subito c'è quella di babbo e mamma (che era dei bisnonni, e dove c'è morta Nonna maria), spesso vuota perché‚ loro non ci sono, e allora vai pur t‚ dentro,, a cercare Cibola. C'è un grande armadio di abete, che è un legno brutto, non come il castagno, rossiccio, si vede che è provvisorio, e se lo apri c'è, appoggiato a uno zamo, un casco coloniale, che non è un elmetto. Gli elmetti son di ferro, e qualcuno è rimasto, in giro, tedesco o americano, ma non ce n'è più da mettersi in testa per giocare perché‚ li hanno legati in fondo a una pertica e servano per tirar su il butino dal pozzo nero. Il casco coloniale è di tela (o che pallottole tie- ne?) e serve per il caldo, lo usò Ferrccio in Africa, tuo babbo. C'è stato, mio babbo, in Africa, a fare la guerra, e quella s'è vinta. No come l'ultima, che non si sa bene, che prima si stava coi tedeschi poi si teneva per gli americani e non si vedeva l'ora che arrivassero; insomma, con chi si stava? C'è lo scudetto della Divisione, "Divisione Gavinana" e delle medaglie. "Al valore?" "No al valore, le han date a tutti, alla fine, per ricordo." Dispiace questa onestà paterna, ma ci si pensa poi noi, a farle diventare al valore, quando cautamente si sottraggono e si indossano in una delle numerose gloriose battaglie a cerbottanate sotto Diga, e si ricostruisce un PO l'Africa , e l'ultimo sperone roccioso saldato con l'arco di cimento, quello che funge da estrema ridotta dei difensori che finiscan sempre l?, si chiama Macalè. Son mò al valore, le medaglie di mio babbo, pòri balugani! C'è anche la boraccia (ma è più bella quella degli americani, col suo cinturone. O cosa non cianno, di più bello, gli americani?) cravatte e vestiti che nessuno indosser… più, ma non si butta via nulla, come una cravatta di maglia rosso scuro e un vestito giallo estivo di mia madre, con dei cagnini e dei bottoni gialli che eran gettoni per giocare le carte che i brasil‚ri lasciarono a Villaravèllo e non so come mia madre li prese, li bucò e ci fece dei bottoni. C'è la scatola dei trucchi, che è una scatola di cartone americana di biscotti e dolci ormai lontani nel tempo (e dispiace) di quel remoto giorno in cui agli americani, chissà perché‚, arrivarono (ma tutt'assieme) dolci, regali, tanti bigliettini con cuoricini belini a vedersi ma belli, che sembravano quasi quella carta per la leterina di Natale, o di certi santini, e tutti dettero tutto a me, anche un cagnino finto di pelo che sembrava vero, e quella scatola, mangiati i dolci, era bella da tenere, perché‚ c'era sopra la marca e i dolci disegnati che sembravano ricamati a punto croce, e dentro mia madre ci tiene i trucchi, un ros‚tto, che serve per disegnare (scrive anche sugli specchi), la cipria rosa, che profuma di bino, e il rimmel, che ci… una spazolina e ci si sputa dentro e poi se la passa sugli occhi, guardandosi allo specchio in modo buffo, che quasi non la riconosci. Son vaghe le mamme, la fan tanto lunga per la pulizia, poi ti fanno un lumino in quella roba nera e se la danno in faccia, sui cigli. Ma le mamme di citt…, perché‚ la mamma di Casari o di Loriano credo che quella roba l? non se la siano mai data dav‚ra. Anche Ziar?na, che è stata a Genova, ci… la cipria, ma Nonna e Ziaterèsa, che a Genova non ci son state, la cipria non se la danno dav‚ra. O che cit… sarà, Genova?! Le stanzie sono un po' tutte uguali; c'è un grande armadio, di noce o castaggno, pieno di vestiti che risalgono a chissà quanti anni prima, perché‚ io, di sarti per loro, proprio non ne ricordo, e scarpe, e scatole che contengono O possono contenere di tutto. C'è il comò coi cas‚tti per tutta la biancheria ricamata con le cifre, e lo specchio sopra, che però specchia il giusto, e attorno allo specchio ci sono infilate foto di vivi e santini di morti (meno che in quello di Ziaterèsa, che si vede di vivi o di morti non ce n'ha) e vicino allo specchio anche qualche pettine, o spazzola, o la pettinina a denti fitti, che serve per pulirli, i capelli, perché‚ quelle non si lavan mai. A volte, sul ripiano di marmo, c'è anche appoggiata una statuina, o un ricordo, un dono, di gesso o legno, o una sveglia. C'è il grande letto di ferro nero, con le testate dipinte a paesaggi o figurine, a volte anche intarsiate di madreperla che luccica, e con le patte ("Il riconobbi dalle patte, il mi' letto" diceva Tempestini rigattiere a cui uno l.aveva rubato di fronte a casa e poi l'aveva venduto al prete, e lui, gira e rigira, non l'aveva trovato fuori dalla canonica, il su' letto?!). Di fianco al letto ci sono le comodine, col portacandela col moccolo e i fiammiferi americani sul ripiano di marmo, e sotto il cas‚tto con dentro lettere, o documenti personali, o medicine, ma anche, tò, un cilindrino di metallo con dentro S. Antonio da Padova, che ha sopra una croce con un buchino che, se ci metti l'occhio, c'è una lente che vedi grando grando, prodigio della Tènnica, tutto il Santuario, o una scatola da sigari degli americani con dentro un rasoio di sicurezza Galette e il penello (ma mia degli americani d'adessa, di quelli di prima, quando ci andò lui Zioner?co), o anche un accendisigari fatto con un bossolo de la Prima Guerra, quella di tuo nonno, o due soldatini di stagno che si tengano ma mia per i soldatini, per lo staggno, che ce n'è poco. Tutto insomma. Poi sotto nel comodino c'è il posto per l'orinale, o anche due o tre, ricordi di quella volta che Nonnamaria fece frontino a suo marito Chicone e andò a Por‚tta e ne comprò 'no stradio. Poi c'è il lavabo con la brocca e il catino, e l'Olivo Bend‚tto appeso sopra al letto infilato nei fili de la cor‚nte che va alla lampadina pendente dal centro, un'immagine sacra tacata al muro, una Madonna di Pompei nella camerina piccola, Crocifissi qua e l…, una Sacra Famiglia in quella di Nonna, che son l? sorridenti in primo piano e sullo sfondo c'è un giardino ma bello, con delle piante e dei fiori mai visti, e devessere bello caminarci, in quel giardino, come in quel paesaggio che arriva su una cartolina disegnata mandata da non so chi, e a vederlo, questo paesaggio, mi venne come una grande malinconia, e una voglia di piangere, per non esserci più, l?, che non c'ero poi mai stato, ma mi sembrava di s?, e sembrava quando, sotto al Logli‚tto, alla mattina d'estate verso le nove, il sole fa fatica ancora a arrivare fin giù verso fiume, e c'era l'erba e le viti ancora piene di guazza ma si sentiva che stava per arrivare il sole, sfiorando il fosso e la macchia, e io ci andavo e speravo di sentirmi come dentro a quel paesaggio l?, ma era diverso, dava il senso di qualcosa che s'era perso e non si sarebbe più trovato, di dolcezza, di una contentezza infinita. Come nel giardino della Sacra Famiglia, che c'ero stato verodio anch'io a camminare per di l?, fra quelle piante e quei fiori (quando? come?), e non c'ero più. Non restava che guardarlo e pensare d'esserci dentro, a passeggiare su quella sabbia (perché‚ lo sentivo, che era sabbia. No rèna? No, proprio sabbia, anche se non sapevo bene quale fosse la differenza). Era come con certe foto o certi disegni dei giornali degli americani, lasciati l?, ma che non potevano rimpiazzare il grande vuoto lasciato da loro quando, una bella mattina, io corso fuori come al solito, vidi che tiravano su le tende, tutte. "O in dove andate?" "Partiamo." "Partite? E io?! A m‚ chi mi vuol bene, ora?" Rimasero quei giornali di carta patinata, piccole e tranquille cittadine lustre con gente con gli occhiali d'oro e bambini che andavano a scuola, bimbi senza i denti davanti che mangiavano le panòcchie, O facevano le facce dalle zucche, che era bello sognare di essere con loro in quelle scuole e in quelle case di legno e a cantare in quelle chiese dal campanile a punta, vicino a vecchi con tutti i denti in bocca, e sempre puliti e tirati con quelle camicie e gli strichetti, o in quelle bot‚ghe bianche con dei vasi di vetro pieni di cingomme e 'sti bimbotti con berettini tondi da marinaio o quel con la visiera lunga davanti a mangiar gelati e a bere quelle bibite delle reclame ai bordi delle pagine, Coca-cola, 7Up, Canadian Dry, con gli altri che parlano attorno a una stufa di fèro del raccolto si immagina, con le tute con le bretelle e un filo di paglia in bocca e le camicie a scacchi e gli stivali come i caw-boy, anche se le pistole non ce l'hanno. E che non si capiva quello che c'era scritto, acidenta a loro e all'americano. Eran più belli alora quei giornali, Victory, scritti in italiano, con la descrizione e i disegni della guerra, Tarawa, Jwo jima, quelli che metton su la bandiera, e la storia di quei giaponesi che non si volevano arrendere, stanati dai lanciafiamme co- me volpi, e quel marine con un bimbo in braccio, morto, e quell'altro con lo sguardo fisso e la sigaretta in bocca, l'elmetto col sottogola aperto, sudato e matto, le palme spezzate con ancora il fumo delle canonate e qualche morto lungo la spiaggia, mezzo sepolto dalla rèna, che l? la guerra c'era stata dav‚ra, mia come in Pavana che non era successo niente. C'erano anche giornali dei brasil‚ri, che qualcosa si capiva, perché‚ il brasci‚ro è un po' uguale a quello che si parla noi, e c'era questa Superfortaleza Voladora, B-29 si chiamava, piena di torette e mitragliere da tutte le parti, che sparavano da per tutto, con i piloti e i mitraglieri e quelli con la radio che sorridevano, contenti, nei loro giacconi di pelle che si cercarono indarno nel dopoguerra, pieni di stemmi e disegni, e ogni aeroplano ce n'aveva uno grande disegnato di fianco, poi tante bombe una dopo l'altra, o tante bandierine giapponesi, quelle col sole coi raggi, che ognuna voleva dire un giapponese tirato giù; o quegli altri aeroplani, col muso disegnato come i denti d'un pescecane, e loro, i Piloti, fra mezzo a dei cinesi; contenti, anche loro. perché‚ gli americani, quando fan la guerra, si divertano anche, non la stanno a far tanto lunga come quegli altri. E noi, che si stava con gli americani, la guerra s'è vinta. Dicono no, s'è persa. O come s'è persa? Ma in fondo si capisce, non siamo come loro, che ne vincano, di guerre! C'è anche un paio di riviste del nonno di pianura degli RRCC, che son poi carabinieri, e ci…nno le lettere doppie, come le FFSS che son poi le Ferovie de lo Stato, c'è scritto sulle tendine dei treni, e queli son Reali Carabinieri, anche se il Rè non c'è più e un po' quasi dispiace, mia per lui, perché‚ non s'ha più l'Africa di mio babbo, e non ci son più, dicano, quei carabinieri africani che ci son disegnati sopra, ascari, scifta, con divise belle sì, tutte colorate; ma vuoi mettere con quelle degli americani. Allora cerchi di ricostruirlo, quel mondo perso e sognato. Se vai lungo il corridoio che porta alle due stanzie di fondo, quelle di Ziater‚sa e Nonna, in mezzo, dopo la st„nzina di tuo babbo che ora è la tua, si apre un piccolo vano, con una cassapanca, dei sacchi, scatoloni degli americani, e di fronte il posto più magico che ci sia in tutta la casa, la libreria. La libreria è un mobile alto un metro e mezzo, e largo uno, chiuso davanti con una tendina, e in fondo ha un cas‚tto. Dentro al cas‚tto ci sono anche tutti i disegni tecnici fatti da tuo padre quando andava a scuola in una scuola di Bologgna importante dav‚ro, che si chiama l'Aldini-Valeriani. In quella scuola l? gli facevano fare questi disegni, belli, di macchine, viste di fuori o spaccate che ti fa vedere come son fatte dentro, disegni di cimenti anche queli spaccati che fan vedere cosa ci ha messo per farli, tanti disegni in inchiostro di china o acquarellati leggeri con quei colori cosìben dati che come si far…? Come faranno, quegli antepatici, a disegnare così?! Prendi quei disegni dei giornali americani! Ce n'è uno per esempio che ti fa vedere delle fette d'un frutto che hai mangiato quando c'eran gli americani, anana, si chiama, no la bomba, il frutto (in americano si chiama diverso); poi via, sparito, che qui non fanno. C'è questa ragazza un po' scurotta ma belina, con 'sto fazoletto legato su la testa coi pizzi sulla fronte, che soride che sembra ce n'abbia 'na sboconata, di denti, che ha aperto 'sta scatola e sortan fuori delle fette belle! gialle, col sugo che cola denso come mele, che ti viene un'acqua in bocca che altro le mele o le pere. Frutti americani, via! Delle belle fette tonde che ci…nno sto buco tondo in mezzo che sembra fatto aposta, come le scomparse caramelle col buco, e non ce l'hai, l? da mangiare. Allora provi a disegnartela tu, come se attraverso il disegno potessi impadronirti di quel frutto, e di quella ragazza tropicale, e potessi, riproducendole, averle tutte le volte che vuoi. Ti han comprato le matite colorate, quelle che si chiaman pastelli e c'è sopra uno che disegna 'na pecora su un sasso con un altro che lo guarda di dietro, t'han preso gli aquerelli, col penelino, ma non son mia colori bòni, ci vorranno i colori degli americani, perché‚ prova pur t‚ a disegnare ma non ti vien mai come quei disegni di quei giornali degli americani. Vengon benino quando fai gli omini che fan la guerra, con la matita e via; non saran quei disegni l?, ma capisci che un certo movimento c'è, fai prima che star l? a copiare, o gli indiani, che li hai disegnati in quel romanzo che hai scritto il titolo, Brazos Bill il Coyote (Brazos è un fiume americano che l'hai trovato sulla carta geografica), poi dopo le prime dieci righe nel quaderno a righe della Classe V El. ti sei stancato e giù disegni. Ma mia come quelli dei giornali americani. Stupisce che tuo babbo, senza colori americani, quele macchine le facesse bene, e con gli aquerelli dati bene, mia tutti sciantinati come ti vengono a t‚. Ma c'è il motivo. Lui ciavèva anzitutto la china, che non ce l'hai. Un butiglino c'era rimasto, in fondo al cas‚tto, ma per aprirlo, che l'inchiostro s'era saldato attorno al tapino, quando è venuto via ti è scapato di mano e s'è rovesciato tutto in fondo al cas‚tto, e su dei disegni, che c'è ancora la macchia. Poi aveva i compassi, e il calibro. Quelli li hai visti, ma non li puoi toccare, se no li rompi. Sono oggetti di metallo, freddi, ma proprio per la loro meccanica e pesante freddezza affascinanti. Sai dove sono, e ogni tanto non resisti, nonostante le minacce. Il compasso lo fai girare e girare, e avverti un qualcosa di antico e magico e scientifico assieme, non solo nel fare cerchi e rose solari, quelle che hai visto scolpite su tanti stipiti di sasso delle porte, ma c'è di più, quello che poi ricorderai un giorno leggendo: "As stiffe twin compasses are two Thy soule the fixt foot, makes no show To move, but doth, if the 'other doe." Come a dire: "Coio!" C'è anche il tiralinee che serve, guarda t‚, a tirare le linee, ma no come fai t‚ che la tiri e ti si muove la riga e ti viene tutto a baffo dell'inchiostro dietro (è che non ce l'hai, la china) e poi le righe ci…n tanti di quei bughi e curve che faresti prima a tirarla a mano, la tua linea. Il calibro non si sa bene a cosa serva. "Serve a misurare con grande precisione la forma o le dimensioni di certi pezzi delle macchine" ha detto tuo babbo. Alòra? Quando li hai ben misurati? O non è meglio col metro, o a occhio? Il calibro è come una pinza di quelle che giri un tondino e le ganassce si aprono e si chiudono. Ma è d'acciaio lucido, con tanti segni millimetrati, e per scorrere meglio ha ancora un po' dell'antico olio da ingrasso (no sungia), e quando lo tiri fuori dalla custodia di stoffa che immagini fabbricata in casa, chiusa con tanti automatici, sembra ancora di sentire l'odore del terrificante, enorme, mai visto edificio (un po' come la Centrale?) della remota scuola Aldini e Valeriani; di Bologgna, che sennò-o, quel Valeriani l?, potrebbe essere parente di quell'Ada Valeriani che abita a casa Bonaiuti, e fa le camicie, che prima abitava in quella casa del Mulino di Millo, poi una notte al Pontaccio corsero lei e sua madre che avevan visto un fantasma, o un uomo tutto fasciato di bianco, giù al Pontaccio. E ora stanno anche loro a casa Bonaiuti, non si sa se per il fantasma o altro, e qui attorno al Mulino ora non ci sta proprio più nessuno. Solo noi, giù nel fiume. Ma il più bello della libreria sono i libri che c'è. Li hai letti e riletti, quei libri, e anche i giornali, sfogliati e risfogliati, ma è sempre bello lo stesso. Se ce n'è uno nòvo è meglio, è come mettersi di fronte a qualcosa di bòno da mangiare, che non vedi l'ora di cominciare e ti dispiace che, a poco a poco, mentre vai avanti ti finisca; ma in mancanza d'altro li riprendi e li ritrovi, e qualcuno poi cominci anche a capire quello che c'è dentro, non solo leggere le parole. C'è una Settimana Enigmistica che ogni anno riesci a fare qualche gioco in più, e un Topolino grando come il Corierino, mia come Topolino d'adessa, con Cino e Franco in Africa (forse colleghi di tuo padre). C'è una raccolta del "Piccolo inventore" che ti spiega come anche un ragazzo può fare con le proprie mani tutto quello che uno può desiderare di fare al mondo; ma provaci! Vigliacco se sei mai riuscito a farne una, delle cose del piccolo inventore, che ogni piccolo inventore della to madonna ne dovrebbe avere tre, grandi dietro, a fargli quele cose l?... Arsenio Lupin è un ladro gentiluomo, che vuol dire che veste sempre di maffia come un Milordo, anche se ogni tanto per rubare si traveste, e ruba perché‚ si diverte, non perché‚ ce n'ha di bisogno. C'è Fantomas, ma non è tanto bello come quello del ladro. E' mò bello quello del ragazzo che fa la guerra coi Boeri, che son brava gente che lottano contro gli inglesi (che sono ignoranti, l'hai visto, quando ne arivò un po' asieme agli americani ma eran diversi), e hanno il beretto con la tesa alzata, i cavalli ponies che sanno sdraiarsi nell'erba alta per fare gli agguati e la carabina Mauser, che, ti spiega, con la sua speciale palòttola non fa quei bughi dei fucili inglesi, la chiamano "paria umanitaria" e uno, se è colpito, sta un po' giù poi torna a far la guerra più vispo di prima. Come con le cerbotane in Diga, che sei morto no non son morto s? sei morto verod?o, ma per finta; potrebbero s? prenderti in un occhio, come ti dicano a casa, ma tu cel…i le maschere antigas dei tedeschi, anche se dopo un po' che corri il sudore le appanna tutte, alora ti devi fermare e sputarci sopra nei vetri, poi col dito passarla ben bene e alla fine non s'appanna più. Miracoli dello spudaccio, che serve anche per sanare disinfettare cauterizzare le ferite; se ci pensi, rivaluti anche tua mamma col rimmel. Non c'è più purtroppo quel Pinocchio sul quale hai imparato a leggere, prima della scuola, sogno perso legato alla primissima infanzia, ma c'è, di un Collodi che è suo nipote, Sussi e Biribissi, "Storia di un viaggio verso il centro della terra" (che è un altro libro che hai letto, Biblioteca dei Postelegrafonici, nella Citt… della Motta), e su c'è scritto: Per essere ricordata da te, caro Franco. zia Rina, t'offre. E sempre di Zia Rina c'è Le Mille e una notte, che è un libro con dei disegni curiosi, delle ragazze in rosso che fanno il girotondo, un bimbo gnudo che guarda una lumaga e poi una bòtta, e dentro, a colori, disegni di tutte le storie, ma con colori strani, giallo e marron, rosso marron e nero, giallo bianco e verde, mia come quelli belli degli americani, Beder principe di Persia, il principe Zein Alasnam e il re dei Geni, o Aladino e la lampada meravigliosa. 'Sti disegni ricordano un po' le piante delle tende che ha Ziar?na nella sua stanzia (piante che qui non fanno) o i disegni di certi mobili che ha sempre lei giù nella casa della m‚ Maria. Saran disegni di Genova. Hai Bertoldo e Bertoldino, Senza Famiglia, che ti fa piangere, quasi, Tom Sòvier che è un mostro che ne combina di tutte, e ti fa ridere, e le Tigri della Mal‚sia e Ventimila leghe sotto i mari, che ti appassiona, e li rifai, quei libri, nei giochi al fiume, o con lo scatolone di coperchini che servono da soldatini, in mezzo alla tèra dei fagioli o contro i sacchi del grano, che fanno da montagne, come rifai i filmi che ti son piaciuti da Gigi, Gunga-Din, o Fort Apache, o Ombre Rosse, Ma ci sono anche libri da grandi: Il vagabondo delle stelle, per esempio, che è uno in una prigione cosìcativa che neanche tuo babbo in prigionia, e allora riesce a uscire dal suo corpo (o come far…? con la forza del pensiero, dice. O m…? Ci…i anche provato, ma resti sempre l?, seduto sulla cassapanca, con la libreria di fronte, come un bischero. Che forza del pensiero pistolla, che ci…i) e va in epoche e momenti passati. O La valle della luna, che ti sembra quasi un posto come quello della cartolina o del paesaggio della Sacra Famiglia, L'uomo che ride, La guerra del fuoco, bello questo, dei tre uomini primitivi che un'altra tribù gli ha spento il fuoco e loro lo vanno a cercare, coi mamut, le tigri a denti di sciabola (come saranno, i denti di sciabola, come le spade? e come fanno a mangiare?), e un libro di uno che torna a casa in licenza durante la guerra (no questa, l'altra) e trova una da salutare poi la sgnuda, e c'è 'sto seno "pesante, che lasciava vedere il percorso azzurro delle vene" e 'sta cosa ti d… un po' noia, perché‚ la voglia o curiosit… ci sarebbe ma pesare a dire la verit… t‚ non ne hai mai pesati, poi 'sta parola, seno, che dev'essere un po' diverso da tetta. Dicano, in casa, quele donne: "Me lo son messo in seno" quando prendono su una cosa nel grembio e se l'apòggiano al petto, O anche a t‚, quando non sai dove mettere una cosa e te la fanno infilare fra petto e camicia, ma quello del libro si intuisce essere un'altra cosa. Il seno dev'essere una tetta che, dopo eventuale pesatura, passa di categoria. C'è Il barone di Nicastro, i promessi sposi, Piccolo mondo antico, Il dottor Antonio, Il padrone sono me, uno d'uno che si chiama Lucio D'Ambra; c'è anche una sfilarata di libri del Turing, un'associazione, son libri grandi e blè, pieni di fotografie di chiese e statue e quadri, non un granch‚, se non fosse che nei quadri e nelle statue c'è qualche donna gnuda, 'gni tanto. Solo che una volta, nel guardare quello chiamato Toscana, o non trovi Pavana?! Con la Diga "colossale sbarramento nella valle del torrente Limentra occidentale (tor‚nte? è mò un fiumme!), diga alta m. 53,50; lunga 117,50" col tubo che non c'è più perché‚ l'han fatto saltare, proprio l? dove giochi a cerbotane e c'è la fontanina con l'acqua bòna, quella che d'estate devi andarla a prendere con le fiasche. E ce n'è un'altra, di foto, con la Centrale ancora sù e tutta Pavana: "Valle del Limentra occidentale: Bella verde valle, all'altezza di Pavana, il grazioso paesetto che si vede nel mezzo." Sembra di stare int al mezzo come i coiòmbari; ma è grande e bella la sorpresa, si vede tutio: il nostro campo, la casa di sù, le Logge, la Chiesa, Serravidoli e Pian di Campo, il Monte, e anche, lontano, l'Alpe di Granaglione e forse, quella l… in fondo, è Lustrola. Allora ci s'è anche noi, nel mondo, e tanta altra gente anche se non di qua può sfogliarci dentro a un libro e guardarci, e sognare la "bella verde valle", come fo io con gli americani, o col paesaggio della cartolina o della Sacra Famiglia. Unica che non si vede la cosa più importante, dove sono ora mentre guardo, il Mulino; l'han presa da una posizione bischera proprio che il Mulino non si vede, come se non ci fosse, non facesse parte del paese. Come un altro sogno. "Ci sarà o non ci sarà?" Guardi in sù, verso il soffitto. Alla fine, al culmine, sopra tutte le stanzie c'è il tasèllo-morto, che ci si va per una scaletta e una ribalta che c'è in camera di Ziaelna. E' pieno di cose anche quello, addirittura sai, hai sentito dire, che c'è anche la pistola a tamburo che zio Nerico ha portato dall'America, rimpiatata in una scatola dentro qualche bugo, ma vera, mia quelle da giocarci. però lassù c'è buio, e prima di riuscire ad arrivare ad aprire la finestrina del luminarolo che d… sui tetti ci vuole troppo, in mezzo a quelle ragnatele o cos'altro c'è dilielaesu. Rinunci, cautamente. Tanto c'è scambio continuo fra quel mondo oscuro e quello sublunare nel quale ti muovi. Spesso, quando piove, si vede che qualche coppo s'è smosso allora piove sul tasèllo-morto che la rispedisce pari nelle stanzie di sotto e a volte arriva anche in cucina o nell'androne. Allora è tutto un andare con busolotti e brocche a catturare quelle gocce malestre che plic, plic, potrebbero anche allagare tutto. Ma anche da sotto, c'è lo scambio, perché‚ tutti i vapori e fumi e odori del giorno e della notte vanno in alto e passano attraverso le fessure delle assi e arrivano al tasèllo che attraverso altre cento fessure e bughi e il camino e i mille interstizi fra tegole e coppi e lastre li lascia uscire, a spasso per l'aria, liberi, ad annunciare, a far capire che l? sotto C'è tanta gente che prilla, e ci vive. 5. Mio zio Enrico, il fratello minore di mio nonno Pietro, veniva abitualmente chiamato Nerico, con metatesi dialettale curiosamente usata se lo nominavano in italiano; in dialetto, invece, lo chiamavano Merigo. Penso che pochi sapessero, al di fuori della famiglia, che il suo vero nome era Enrico, e non gli altri due che quotidianamente e con assoluta indifferenza si usavano: Nerico era il nome itallano, che, tradotto in dialetto, deve appunto suonare Merigo. Non c'entra Amerigo, e nemmeno l'America, anche se in America, quella del Nord, o Stati Uniti, lui c'era stato davvero. D'altra parte, negli anni attorno la fine del secolo o gli inizi di questo nostro in America c'erano stati un po' tutti. Ci andò Gisto dei Catani, quello che fuse una pippa fumandoci dentro il toscano, e che aveva lasciato quattro dita tra gli ingranaggi di una fabbrica Ford e tirava ancora la penscione, quello che, andato a ritirare un'eredit… o assicurazione di un fratello morto fu atteso dai banditi e si salvò, a cavallo, sparando col revolver da una tasca della giacca, e il babbo di Nello che dopo faceva l'orcino con uno scanino americano di due palmi, e Nello stesso, che nacque sulla nave mentre il fratello moriva e allora lo seppellirono in mare e per non fare tante storie coi documenti (un figlio, avevano segnato) lo chiamarono col nome del fratellino morto e ne prese il posto che, dice, "io avrei un anno di meno" ma non glieli contarono giusti quando una macchina lo inchiodò sulla sua Vrespina lungo la Porrettana, e il babbo di Blè-Blè, cioè il Vero Blè- Blè, e il babbo della Ròsi e della B‚bi (nata a Panama, Missouri), "Matarin" Righetti, e il misterioso Cattani del ritratto fatto a Sorento, l'inois (S.TR. Studio), l… morto in un incidente di caccia, e il babbo di Eri e di Edi e di Essi e quegli altri americani l?, gente tanto vecchia che conosco solo i figli, vecchi anche loro o morti anche loro, e il babbo di Gèri che ha la foto negli U.S.A. sulla finta auto da fotografo, anno 1909, ed è cosìdiverso e più invecchiato dalla prima fatta appena arrivato, e la Maria Marata che guarda in macchina, seria e già con due figli oltre i primi due, e lo zio di Franco-Casari che tornò, Nativi, e quello che non tornò e i figli ora abitano ancora l…. Ma tornarono tutti, con qualche scatola di sigari vuota, dei dollari, e un revolver che nascosero subito in casa da qualche parte, in uno dei tanti buchi del tassello-morto. Era la penultima grande ondata migratoria, prima dell'esodo quasi totale dopo l'ultima guerra; le più povere, le più sciagurate consumate in Maremma prima, poi in Corsica o in Sardegna a fare carbone di legna. Vita da infami: ... Vita tremenda e vita disperata di chi alla macchia va per lavorare credo all'inferno un'anima dannata non abbia cosìtanto tribolare e non lo provi spasimo e dolore come fa il carbonaio tagliatore... cosìcantavano, i toscani più canori, compagni di viaggio dei miei montanari. Mano d'opera non specializzata, perché‚ la difficolt… di riuscire a fare carbone non era considerata specialit…, passavano mesi sotto capanne di frasche, dormendo su letti di frasche, le rapazzale, mangiando polenta e formaggio, e buono se riuscivano a ripagarsi il viaggio e quello, poco, che avevano mangiato. Si campava, e quello era importante; non riesco a pensare come fosse in secoli meno civili del nostro '800. Ne viene che, ultima zona la Sardegna, fino a trent'anni fa molti vecchi parlavano sardo, molti erano imparentati con sardi, molti sardi sono in paese e, soprattutto, si ha ancora grande importazione di formaggio sardo, leccornia di certi pranzi, quello stagionato, che si assaggia con competenza dal tassellino fatto con l'apposito succhiello; la crosta del Sardo, come noto, non si taglia, si gratta, chiaramente per non sprecare nemmeno una briciola della preziosit…. Vengono in mente gli orali che grattano dal banco ogni più piccola parte di metallo prezioso eventualmente caduto da una loro lavorazione. Non so se ebbero più fortuna gli scalpellini, questi s? specializzati, quando per fare Grandi Opere si usava la pietra sagomata e non il cemento; li videro dighe in Egitto, Romania e perfino in Cina; probabilmente si portavano da casa oltre alle poche robe, le punte e i mazzòli. Una diga non si far… in un giorno, ma credo che l'Ingegnere Capo, e tutti quanti gli Ingegneri, e i Committenti, e i Cartografi, e i Politici, e Tutti Loro insomma debbano avere una certa qual voglia di vedere l'Opera Realizzata: allora ce ne volevano tanti, di questi scalpelini alle cave, a branchi dovevano essere, e doveva essere alto, il rumore continuo del ferro contro il sasso, ritmico, con le scheggie di sasso che volavano da tutte le parti e si piantavano, più piccole di briciole, sotto la pelle delle mani, fino a farle diventare nere di sasso sotto la cute. Come quel battitore di macine toscano, Buti si chiamava (diceva di essere cugino del cantante, Carlo Buti), che arrivava quando una macina si impastava, con le sue trenta martelline affilate a rasoio, e sembrava sempre che avesse guanti di pelle nera, ma lavorava a mani nude. Qualcuno, quando gli altri, i minatori, erano tornati, andò negli U.S.A. con questo mestiere più raffinato, e nel Vermont ce ne sono ancora; ma non credo che i figli e i figli dei figli siano ancora l… a spaccare pietre. Qualcuno passò anche dalla Svizzera: il babbo di Pitto padre e il nonno di Ruzzola. Erano in Svizzera e uno dei due sparò una revolverata a un poliziotto, malcapitato a sedare non so che rissa. Scapparono allora in Germania, attaccandosi a una carrucola per legname che attraversava il Reno. Dalla Germania finirono in Ungheria, poi in Bulgaria, dove furono sorpresi a cacciare di frodo in una Bandita Reale. Risalirono allora per la jugoslavia fino a Trieste (ancora austriaca) e da l? in Italia, sui monti. Ma fu l? che capitò poco dopo una ragazza svizzera, col figlio non so di chi dei due. Allora, da veri amici, ripartirono assieme per Trieste, presero un vapore e andarono in America, e l… li incontrarono i primi emigrati americani. Pitto-Vecchio però non faceva il minatore, e già dopo un po' girava in automobile. Lo dice con orgoglio Paolo-Pitto nipote: "Mio nonno Daniele (perché‚ Pitto, nickname-scotmaiio ormai della famiglia, viene dalla trasformazione di Peter, nome del primo figlio) girava già in macchina dopo poco che era l…. "Ma cosa faceva, se non era in mina?" "O m…? Curava gli interessi degli altri minatori, credo." E ti viene un sospetto. Si sa che macellavano di contrabbando, non si sa perché‚, gli italiani assieme ai negri e agli indiani, e anche questo non si sa più perché‚. Si sa invece che facevano lega tra loro, gli italiani, e non si mescolavano con gli irlandesi, o i polacchi, o tutti gli altri che erano l…. Queli sposati mettevano su casa e tenevano a pensione gli scapoli. Quando c'erano gli scioperi lunghi eran quelle donne, risparmiatrici, che riuscivano a mantenere tutti. Lavoravano a cottimo, più carbone tirato su, più dollari. Mio zio, che faceva le mine, dice che le volevan più corte e grosse; erano più pericolose, ma veniva giù più roba, ed era più roba da portare in superficie. Allora via di mazza e ballarmina, in tre o quattro a turno ritmico a picchiarci in cima, e i buchi lunghi, si sa, fanno quasi sempre canna. Non credo li chiamassero loro, gli rinprenditori, dovevano essere ondate che si spargevano per l'Europa istintivamente, alla ricerca di un posto qualunque dove lavorare per guadagno e stare meglio per un po' e poi tornare con qualcosa in tasca e comprare quel campo per allargare il proprio, o quel pezzo di castagneto, o quell'osteria per continuare il mestiere (quelle donne) che forse era iniziato proprio l…. Andavano via a generazioni, molti con la moglie, con i figli, con figli dentro alla pancia delle mogli, e che nascevano l…, americani, e prendevano nomi americani, pronti a tramutarsi in qualcosa che non era mai esistito. C'erano, sopra la porta dell'Appalto della Rosa Savigni, due cartelli metallici di Societ… di Navigazione; sarà per quello che ogni tanto qualcuno non finisce alpino ma fa la leva in marina, qualcuno addirittura nei sommergibili, eterna vocazione al mare degli italiani, anche se di montagna. Si andava da Trieste, o da Genova, O da Napoli, o da Le Havre, terza classe e i famosi "trenta giorni di nave a vapore", più o meno; i passaporti non avevano ancora fotografie, ed era un puntiglioso elenco di segni particolari, del tutto inutile, tanto potevano essere adattati a persone diverse. Mio zio ha fra le altre cose: "naso diritto", "capelli castani", "segni particolari N.N.", identico a tutti gli altri. E più specifico un tentativo di scrivere, a matita, New York e un indirizzo di Brooklyn. Come si scrive Brooklyn, per uno che a malapena sa scrivere il proprio nome? E cosa cercava, o chi, mio zio, agli inizi del Secolo, a quell'incompiuto indirizzo di N.Y. e come gli sarà apparsa, quando la vide? Nerico-Merigo non andò in America per effettivo bisogno, il mulino doveva rendere qualcosa: "sta bene al mondo chi ha un colletto bianco o un sasso tondo." cioè preti o mugnai, come nel nostro caso. Macina macina, quel po' di farina in casa rimane, sia di frumento che di castagne. Era piuttosto un astio sottile verso il padre, il grosso Chicò, Checcone, Big Frank, l'uomo dall'anella all'orecchio come i vecchi di un tempo (uno solo; l'altro l'aveva perso) sicuro di s‚ e di cosa è bene e male, padre e padrone e patriarca, tanto che l'unica a tenere testa era la moglie, come dimostra il fatto dei vasi da notte. A lui sembrava esagerato comprarne un paio nuovi, lusso eccessivo; lei allora andò a Porretta e ne comprò venti. cosìfece con i coltroni, le coperte da letto imbottite. Mi ero sempre chiesto, prima di conoscere i particolari, cosa ci facessero in casa tanti vasi da notte e tante coperte da letto. Lui figlio giovane, non sposato, un po' socialista, un po' insofferente, che non mandava giù il fatto di non poter adoperare il calessino del padre. il calessino, non il brozzo o il carro, come un'auto sportiva: lite a coltello, con minaccia di diseredare, e invito a portarseli dietro al camposanto, il calessino e i soldi e le macine e il fiume e tutto. E via in America. Ma gli altri, quegli altri nelle loro fotografie: ci sono foto di montanari indomenicati, pose fiere e baffi e bimbi piccoli inscuffiati davanti a fondali dipinti, col braccio appoggiato a colonnine, da soli o in gruppi, morticini con fiori e un'aria quasi allegra attorno, sovrabbondanza di orologi da panciotto e catene e relativi panciotti e cravatte con spille probabilmente false e un'aria nuova (americana?) in faccia. Ci sono le baracche che erano già state viste nei film di Paperino, in quelle foto, ma l? quelle vere, di fianco al monte di detriti delle miniere di carbone di Mark, Ilinois, monte che crebbe senza posa fino alla crisi del '29, e che ora vogliono fare monumento nazionale, come raccontano quelli dell'unica famiglia rimasta l…, spiegandosi un po' in dialetto e un po' in inglese, perché‚ l'italiano lo sanno parlare poco. Tracce d'america rimasero fino alla sua morte; non solo nella forza del tronco, acquisita in mina a spicconate, che avevano trasformato il magro ragazzino della prima foto in un uomo che alzava a due mani un sacco da un quintale di grano, ed era già verso i settanta ("pòra gioventù!", disse a me che non ero capace). Tracce leggere di un rasoio di sicurezza Galette, scatole da sigari vuote, l'abitudine, smessa, di appoggiare i piedi sul tavolo dopo mangiato, la birra che si concedeva una volta all'anno, per Santa Filomena, quando andava in paese (io ce l'ho visto due volte). O frasi lapidarie, emissioni di giudizi, che dovevano ritornare per ragioni sconosciute ogni tanto, se me le ricordo: "A Pisburg t'va' fòra con al sol' ch'l'è bianco, e t'artorni a ca' ch'l'è nero" oppure: "Al Misisippi l'è 'n fiumme tanto grando ch'an s'v‚dde cl'altra parte." A volte uscivano fuori nomi certamente magici, l'inoi, Tex, Senlui (a volte Sanluigi), mina, rail; a volte erano storie di birra, o di Tornados. Uno in particolare, una visione fissata come su lastra, di una strage di uccelbi morti sotto ad un albero gigantesco, dopo un uragano, ma lui, lui indenne. Con un bardotto di birra, si era scavata una buca sotto la baracca, e l?, bevendo (e in pace, si pensa) era rimasto ad aspettare la fine dell'uragano. Tanto, si sa, i venti sono due, tramontana e vento (a volte scirocco) e tanto danno non possono poi fare. E poi la birra era una birra speciale: "Da noi non la fanno. E' 'na birra frea, apena fatta, come il vino che deve ancora riboglire, rossa, di colore, e quand'è frea ne beresti, di quella birra!" Quando arrivarono gli americani trovarono un paese di gente che biasciottava inglese; con loro avr… parlato di dov'era stato, dei posti che aveva visto e conosciuto, quasi come di casa, insomma. Coi tedeschi gli era andata fatta bene: l'avevano preso su per la TODT ed ebbe la costanza di camminare zoppo per tutti quei chilometri che ci sono fin dopo Silla, verso il Marano. Allora lo spintonarono da una parte della strada, cosa ce ne facciamo di uno zoppo; così, di corsa stavolta, pot‚ tornare a casa. Quando mor? mio nonno rimase l'unico uomo di casa con quelle tre altre vecchie, la moglie la sorcra e la cognata, lui a macinare e a lavorare negli orti attorno a casa. Si asciugava il sudore che gli faceva goccia sul naso e passava gente che andava e veniva fra Pavana e di l… da l'acqua e tutti si fermavano a dire qualcosa: "Avanti pure, Merigo." "Avanti e vita lèsta, manghiar poco e lavorar da b‚sctia!" Poi col mulino un po' non ce la facevano più, un po' i campi s'erano vuotati e i castagneti non li armondava più nessuno, e di farina di castaggne ne avevano tutti mangiata anche troppa, che fa venire i fortori. Il Mulino chiuse nel '58, anche se ogni tanto mollava una macina per macinare quel po' di granturco per una polenta (perché‚ se non la macinava lui la farina non era buona verod?o) o per fare un piacere a qualcuno; poi perché‚ il munaro dev'essere uno di quei mestieri che ti rimangono dentro, e aprir la paratoia e far correre la macina ogni tanto deve far bene al cuore. Anche oggi, nipote che ha fatto l'abiura (mio padre prima di me) quando vedo quelle mole inerti ancora coperte di polvere grigia e la grossa macina fuori scartata, le anelle attorno a casa che non reggono più i muli e i rodi sotto casa che p‚rdono i catini con le leve che arrugginiscono e il bancone che pencola e le paratoie saldate dalle incrostazioni calcaree e il bottaccio secco e terroso pieno d'erbe e di lucertole, viene come una grande voglia di far correre ancora l'acqua e dar la molla alle macine, a tutte e cinque, a quella da granturco, alla Paola, a quell'altra da grano, a quelle due da roba nera e castagne, e sentire il rumore delle battole che sbatacchiano e mandano giù roba nel foro rotondo, e lo strofinare della roba stessa che si frantuma fra le due pietre e i palmenti che si riempiono, e aprire la porta dei rodi e vedere i catini impazziti che ruotano sul puntone appoggiato alla bronzina e lanciano acqua da tutte le parti in uno schiumeggiare cantante che finisce nel fosso sotto casa del gorello ed emerge cinquanta metri più sotto, nella gora che va al Pontaccio, per finire di nuovo nel fiume. Mio zio Enrico è morto nel '63, quand'ero militare. Le gambe gli andavano in cancrena e facevano i bachi. Lo portarono, per comodità, giù di sotto dalla camera da letto, giù in cucina, vicino al vasto vaso della conca. Dicono che dall'odore non gli si stava vicino, e lui invocava Cristo, che lo facesse morire prima. Non mi dettero nemmeno la licenza (per un prozio, figuriamoci!) e non so nemmeno se al camposanto ce l'han portato a spalle, come mio nonno, ma credo che già ci andassero col carro funebre. Dopo, mia nonna e mia zia sua moglie non se la sentirono più di stare nella grande casa lontana dal paese, in mezzo al fiume. Zia Rina andò a stare da sua sorella, mia nonna poco più sotto, da sua figlia, a Casa Bonaiuti. Per la prima volta dopo cent'anni la grande casa, il Mulino, che aveva visto tanta gente crescere e passare, tanta frutta e verdura fare negli orti, tanti animali schiamazzare e morire attorno, rimase vuota. 6. All'alba risuona il cigo lacerante che prima ti fa saltare sul letto a chiederti cos'è stato, urlo di terrore folle e morte che sovrasta il ruiare potente del fiume invernale e quello più casalingo e mansueto e soporifero delle macine che girano alla tonda. Poi capisci: o che bel ritornare a vita, e a raziocinio ragione!, e balzi giù senza quasi neanche sentire il fr‚eddo che perd?o, aaa quello s?, ti aspetta e strozza fuori dal caldo coltrone pesante di lana calda softsòffice e voli giù verso la cucina perché‚ sai che la festa è cominciata, e non te la vuoi perdere. Il maiale si ammazza dopo l'Anno, e prima della Bufaggna, quando c'è più freddo, e c'è caso che abbia anche nevato e allora è tutto bianco e c'è neve dappertutto, meno la striscia nera del fiume, con l'acqua scor‚nte tra sassi e massi, e quella curva del Murotondo, e l'altra del Pontaccio, e di qualche profilo d'albero, gli stecchi ramosi neri dei ciliegi, dei peri, dei meli, dal neige, del mar‚ne sopra la curva del pozzo, e dei paloni della luce che ora non portano più fili, dopo che la Centrale è saltata, e sono piantati l… inutili, in mezzo ai campi, a ricordo. Ci sono i fumi dei camini per l'aria e le rotte nella strada, quella che va in su verso Pavana, e quella che va in giù, e da l? viene Gigi, che fa il cinema e il fotografo e il carpentiere ma d'inverno fa anche l'orcino; arriva, Gigi, con tutte le sue cortelle arrotate e forse Remo nipote aiutante, e già c'è movimento ed eccitazione in casa, e dalla sera prima tu stesso stentavi a dormire, domani s'ammazza il maiale, e quelle donne hanno acceso i due camini e i paioli sono pieni d'acqua che bolle e ribolle e ce ne vuole tanta per buttarla addosso bogliente e raschiare tutte le setole. Gli americani, nei filmi, fanno bollire l'acqua solo quando deve nascere qualcuno: "Mettete dell'acqua a bollire!" dicano. O a cosa serve? Son buffi gli americani: devon tirare via le setole a chi? Noi si mette mò l'acqua quando s'ammazza il maiale, e t‚ giri l? d'atorno e anche le sempre gentili a volte ti mandan via in malo modo: "O sortirai di l?, o nescimi di torno!" tutte d‚ntr'e fuori, che prillano e parlano a voce alta dandosi sulla voce se UNA non fa quello che l'ALTRA vorrebbe si facesse finch‚ uno di quegli òmini non fa la voce più grossa ancora e Gigi sciorina tutte quelle cortelle sul tavolo e han già tirato fuori la grande Tròga che servir… a distendercelo sopra, il povero animale ammazzato e squartato. Forse son nervosi perché‚ in fondo gli dispiace. Il maiale non è mala b‚sctia, te lo ricordi castròncino squittente e roseo, pulito e lindo; poi viene confinato nello stal‚tto (non deve fare sforzi, non deve perdere di peso, ma acquistarne, e ingrassare a dismisura per il bene di noi tutti, santa e saporita c?ccia che ci nutrir… di delizie per un anno intero) ed è di poi solo muso grugnente, l'umile rughi-rugante bestia, che appare col grifo a presa di cor‚nte fra lo spiraglio del trogo che sporge a met… dalla parte dello stal‚tto, quando o nonna o zia si avvicinano col secchio della bròda e la avverte già quando è fuori da l'usscio e comincia a grugnire di avida soddisfazione. T‚ grugnisci pure, t‚, che ti si d… noi, le chicche, dopo l'Anno e prima della Bufaggna. Un po' dispiace, però. Un maiale non ha nomi, mai. Un gatto ne ha, e c'è generazioni di M‚niche acchiappatopi e cacciatrici, tutte M‚niche, a ricordare la Prima Gloriosa che si schiacciava all'imbrunire sui sassi del fiume quando le rondanine volavano basse a caccia d'insetti poi con balzo da molla, ma più elegante, meno metallica, saltava su e le beccava in volo, per portarle ai gattini. Quella M‚nica che aveva anche imparato a pescare, quando il gorello andava in secca e sapeva che nelle pozzette rimaneva una qualche lasca o un qualche barbo e con la zampa li buttava fuori all'asciutto e li pigliava in bocca e Nonna, che lo aveva imparato, dietro! e glieli prendeva e alla sera si faceva la frittura, che nonna le aveva queste cose, 'na friturina di sei laschette o l'umidino con quei tre prataioli e quelle due loffe che aveva trovato nei Prati. Quella gatta dal cuore di felino vero, mia come i gatti d'adesso che son bòni solo a mangiar scatolette, quella che rovinò il cane da caccia di M‚dola; quel b?schero di cane le diede dietro, bau bau, che lei aveva i gattini, nella cavanna, fra il fieno, e li nascondeva cosìbene che ci si metteva dei giorni a trovarli, perché‚ uno magari glielo si lasciava e gli altri li affogava nel fiume Zioner?co, dentro a un sacco, sott'a'il sasso, e lo faceva cercando di non farsi vedere da me, se no sai le svèrnie. Il cane la vide, verso il Murotondo, e le diede dietro a coda dritta, bau bau. Imbaub…umi l'osanna! Lei scappò su un alberino, poi, quando trovò il momento giusto, gli saltò sulla coppa, gli piantò le zampe di dietro nel costato, e a morsi gli dava nella nuca e a graffi sul muso, cercando gli occhi. Scopiò un bordello! Bai, sofiate, peli che volavan da tutte le parti e sto cane che girava su se stesso cercando di scrollarsi di dosso la furia che lo dilaniava, lo lacerava senza scampo e difesa. Altro che bau bau, corsero in tre, a salvarlo, quel cane! Gloria a te, freccia di pelo e vibrissa fremente, terrore di topi e msuraggnole, secca e agilissima M‚nica, scomparsa chissadove e senza perché, verso la fine degli anni '40. Ci fu anche un Negus, n‚rrro di pelame e d'anima, che fin? i suoi giorni inchiodato dalla forca di uno del Piandalcèro, perché‚ l'aveva trovato nello stal‚tto a con?glioli, ma nome vero di gatto è M‚nica, come la figlia, e la figlia della figlia, e cosìancora, perché‚ gatti maschi al Mulino dopo quel Negus non ce n'han più voluti. Andare a con?glioli?! Va mò a topi, che ci pensan già anche troppo lor a mangiare i conigliolini, e quando arrivi nello stal‚tto e li trovi, quasi apena nati che non hanno ancora aperto gli occhi e tutti mezzo rosichiati ti si stringe il cuore, gatto b?scaro! Anche i cani hanno nomi; noi non se ne vuole, di cani attorno casa, ma c'è il Lampino di Ziocor…do, o la Lola, la cagna di Ziamarialu?sa, che dovettero sparargli i padroni perché‚ quando era nato Bruno si era incattivita e non lasciava che nessuno si avvicinasse alla culla, neanche mia zia sua mamma, una raffica dovettero sparargli. E c'era Ruffi della Casanòva, quel cagnone enorme che quando passavan gli apparecchi degli americani correva sotto al letto a nascondersi, e uggiolava dalla paura e non sortiva più fòri. Per dire che anche i cani hanno nomi. Non sarà che non si d… il nome alle cose che poi si mangiano? Le galline non hanno nomi, genericamente sono piro-piro, o cochi-cochi, i con?glioli non hanno nome. Ma non è mia v‚ra, perché‚ le capre hanno nomi, Tirino o Cornetta ad esempio, e anche le mucche, c'è la Milorda, e la Grigia, e la Gigia e la Donzella e via andare; e quelle, prima o poi, vedrai che le mangi, anche se per interposta persona, non le ammazzi mica t‚, perché‚ le porti dal mac'laiio e via che t'amavo. i maiali sono tutti Rughi, o Rughi-rughi; quando ogni tanto lo tiri fuori dallo stal‚tto per pulirlo (si intenda lo stal‚tto, che Lui te lo ripuliamo poi noi), lo chiami, e lui ti guarda con quegli occhietti (porcini?) poi scapicolla, una breve corsetta di coscia lardosa e balzellona e di zampetto gentile. Può, non può? Correre dico; non lo sa, non lo capisce subito. Fa quella corsetta poi si ferma, stupito quasi di tanta audacia, e si volta a guardarti, se lo sgridi o cosa, poi riparte grugnendo le sue maialit… al vento, una volta tanto felice non di quella bròda soltanto, libero, fuori dall'angusto spazio in cui è stato costretto per mesi, col codino a truvello che si srotola e si arrotola, fin sul ciuffetto di peli finale. Anche il grillo l'ha fatto a truvelino, e quando corre a volte gli esce, ma così, perché‚ tanto l'han castrato e lo tira fuori solo di riflesso, mia per trombare, che maialate ne far… di sua essenza, ma quella non l'ha mai imparata, pòra b‚sctia. Ti corre anche incontro, se lo chiami, e tu con lunga bacchetta lo gratti sulla nuca, sulla pancia, sulla tonda pappagorgia, e lui ti ringrazia felice e si rotola per terra come un gatto, e si gratta nella polvere tutta la rosa accumulata in mesi di sporcizia. Sarebbero puliti i maiali, sarebbero. Ruma un po' di grifo fra l'erba, che come il suo selvatico cugino ce l'ha d'istinto, ma solo un po', così, solo un pallido ricordo di chissà quale avo, perché‚ dopo lo riprende la sfrummia della corsetta, del caracollare, finch‚ tu un po' con la bacchetta un po' a pedate (cam?na, porco putandro!) lo respingi di nuovo verso lo stal‚tto pulito, e lo consoli con una bròda abbondante e saporosa, con r‚mmola, gussce di mele e di pere, patate, qualche torso di cèlo, un po' di granturco, che rimpiazzi subito quell'etto perso trotterellando fuori all'aperto. Quando lo tiri fuori così non fai fatica: gli apri la porta e lui ti guarda come per dire: "O cosa mi aprite? Che novit… è questa, oggi? Due passi? perché‚ no, ma prima lei, non mi permetterei mai, si figuri." Poi passetto dopo passetto, grugnito dopo grugnito esplora, va verso la luce, si guarda attorno e fa tutto quello che si è detto. Ma quando lo tiri fuori d'inverno e c'è lo scannino arrotato e acuminato che lo attende allora lo sente, che non è una passeggiata, che non è per pulirgli lo stal‚tto, che non è per chiamarlo Rughi-rughi e grattargli la pancia. Ci sarà aria di morte attorno, e odore d'eccitazione ferma e necessaria cattiveria, altro che rughi-rughi, rincula e comincia ad alto grugnire, a cigare e a mugliare che peggio di un bove, e quegli òmini devono entrare dentro e chi lo prende per una zampa, una di dietro, e cerca di legargliela con una fune, per buttarlo poi per terra, la zampa davanti piegata sotto a liberar la gola, ma sarà un quintale e venti e più, non è mia facile, e chi lo chiappa per un orecchio, chi lo spintona, lo calcia, a manate, a spallate, con tutto il peso del corpo, e lui fuori anche dalla stalla vede tutto quel biancore di neve e ghiaccio attorno, coi candelotti appuntiti che sembrano loro tanti scanini a pendere dalle gronde e dai tetti e dai fili, e i fiati, suoi e di quegli òmini che disegnano l'aria fredda, fuori dal caldo stal‚tto fumigante ald…mme. Guarda e si dice: "Dove sarà la mia polvere? Dove quel po' d'erba da rumare? Dove la bacchetta gentile che mi gratti? Io che non ho neanche amori da ricordare!" Ma tutto un secondo, un lampo, perché‚ vede la Grande Tròga che lo attende, il patibolo, e via a cigare, con tutti che lo spingono e Gigi con lo scanino in mano attento a cercare la gola nel punto giusto e pronto a vibrare il colpo, diritto e preciso, dalla gola giù fino al cuore, in modo che il sangue esca a fiotti e la bestia muoia così, dissanguandosi, per lasciare la carne più buona, più dolce. Ciga il maiale nel silenzio della neve, urlano e bestemmiano quegli òmini, corrono e urlano quelle donne, non c'è neanche un camion sulla strada e i camini, si sa, fumano in silenzio, solo urla e cighi e madonne e correre e spingere e azzuffarsi. Una volta, vibrata la coltellata, data in fretta che non erano neanche riusciti a legarlo, rughi scappò disperato in cerca dell'estate o della libert… o di una morte gloriosa: scappò dalle mani di quegli òmini e corse lungo la neve, una corsa disperata e urlante, e a ogni passo il grande cuore pompava fuori dalla gola lacerata un fiotto di sangue fumoso che lasciava una traccia a intervalli in tutto quel biancore di neve. Lo fanno, 'gni tanto, anche i tacchini. Nino-Gocchia aveva vinto 'sto tacchino a non so quale gara di briscola e fa, dice, al fratello di Gioe-Blek: "ASi ammazza e si mangea, ma lo mazzi t‚ perché‚ se aspetti che lo amazzi m‚e aspetti 'n pezzo." "O cosa ci vòle?" gli fa l'altro, e prese un cetino e con fatica, a zampe legate, gli mise la testa su un ciocco e giù colpi e via la testa. "Ecco il tuo tècco, s…a cosa ci voleva!" e gli slega le zampe e quello, senza testa, spicca il volo e avr… fatto un cinquanta metri in linea d'aria, che dovettero andarselo a riprendere giù in Centrale in mezzo a delle ragge. Come i pescigatto, che non c'è verso di farli morire. Ma per il maiale, maremma, dispiace. Quella volta gli corsero un po' dietro d'istinto ma poi: "Lascia pur che vada, o in dove vuoi che vada?" e infatti la neve si faceva più fonda e sempre più faticosa era la corsa e più flebile il grugnire. Arrivò sempre più lento e impacciato un po' sotto al Murotondo, con la sua rotta di zampetti e sangue dietro e si abbatt‚ pesante di lato, solo con le zampacce posteriori che scalciavano, mentre tirava gli aghetti. Allora corsero, per portarlo giù e spararlo prima che la morte e il gelo lo irrigidissero del tutto e irreparabilmente e lo caricarono sulle spalle di uno che lo portò giù con gli altri attorno, ad aiutarlo, con la povera testa che penzolava, non so se ancora vivo e rantolante, e lo gettarono sulla tròga che resse l'urto gigando anche lei, e l? finalmente lo spararono. E c'è la grande bestia morta sulla tròga, grande vassoio di castagno che lo regge tutto. E' pronta l'acqua bogliente? E' pronta S?, corrono in due per paiolo reggendo a fatica il gran peso e la gettano addosso a rughi morto come un cristo sanguinante e i fumi e i vapori, si levano e si corre ancora al pozzo per riempire di altra acqua; intanto, coi raschietti affilati cominciano a scorticarlo, prima sulla testa, e sembra quasi quando Zioner?co si fa rasare quei pochi, capelli rimasti, abitudine da mina, e ogni tanto col rasoio prende contro a uno di quei grossi nei che ha e esce sangue e madonne; per bene, tutta la testa, poi giù verso la pancia, e butta giù altra acqua, per bene attorno a tutti quei capezzoli rosa bottoniera di c?ccia, giù sulle zampe grasse e i piedini biforcuti, sospesi in aria, e non sai se d… ancora un calcetto o oscilla solo COS?, sotto le lame. Poi forza pure che lo rivoltiamo, oooo, e adesso sulla schiena, e acqua ancora a pulire da tutta la grumma e le setole. E' proprio bello pulito e rosa ora, pòro Rughi; Gigi gli infila una cortella sotto la gola e la tira giù piano ma con forza fin verso la natura. Si apre quasi da solo, c?ccia rosa e grasso bianco, e quella massa di intestini fuoruscenti, troppo tempo contenuti e sacrificati in quell'epa prominente; o quante ce n'ha, di budelle?! Fuori il fegato con la rete, e via in cucina, che mezzod? s'avvicina e a mezzodì a s'manghia, oggi pasto tipico del maiale ammazzato, polenta dolce e fegadatti, sugo saporoso che sa un po' delle foglie d'alloro, solo sugo, perché‚ a me il fegato non piace (quanti fighi, ch'a fa al m‚ pero! Biòggna manghiare 'd tutto!) con quelle fette brune di polenta di castagne, strano contrasto di dolce e salato, e la polènta che scende dal paiolo sul tagliere è un magma ribollente, che cola calando e si riempie di se stessa, si distende rotolando sul tavol‚ro; giù la polenta, nella cucina piena di vapore con quelle donne ancora instancabili, "Alora!? 'n t' manghi?! m…nghia gio donca!" Seri, gravi sul cibo, cortigianerie continue, leziosit… rococò, pieni di rurlie ancor giovani, le bocche senza denti, di già, che sbiasciòttano. O dov'era finito il freddo, col caldo del camino in boiòre, e il calore dell'economica che ingoiava stluzze e ronch‚tti e cioch‚tti come fossero coppe, come salami, dr‚nto, uno via l'altro, e il calore dappertutto e sui visi, con le mani dalle unghie rovinate e nere, e quegli òmini il cappello in testa tirato indietro a nuca, a giovin diobaie, un ultimo bicchiere, su e giù quel pomo d'adamo puntuto sulle gole secche, le deta tese infuori, siamo di mondo perdie, mia bischeri. Ma questo dopo; intanto, l? all'aperto, fuori il cuore, che è ancora pieno di sangue, per fare i miacci, che a noi non piacciono, di sangue fritto e farina e uva passa e noci, vuol dire che se li far… Gigi, che vedrai lui tanti fighi non li fa come t‚, via a sciacquare le budelle, con tanta acqua, per contenere le lunghe filze della sanciccia, via a sciacquare la vescica che si riempir… gonfiandosi di strutto can- dido, bianca palla appesa, tonda e lustra come un ovo, come un chicco d'uva di quella grossa, del sud, zibibbo o sultanina, da spaccarsi trac-sciac quando tu la spiaccichi così, per il gusto di farlo, come stringeresti una tetta così, per il solo verso di brancicare. Esce lo strutto quando fai il paiolo pieno di scarti e grasso per liquefarlo e dopo tanto bogliore è tutto strutto liquido più quello che cola quando stricchi il canapo con dentro quelli che sono i c?ccioli grasselli, che salati mangi così, caldi, appena fatti, con lento saporoso masticare, e masticheresti come di brustullo o luvino salato, ma più pieno, più ricco, cingomma degli dei. Te ne davano, e tu patozzino eri il primo ad essere sfamato di quella golosit…, tu, il grilletto giovine, il bischerello nòvo nov‚nto, l'erede, degno dei sacri lombi, che gli anziani ne isperavano tu li sostituissi tutti, il giorno della lor dipartita. E tu, con mani grassocce e rosse di gelo e neve ne prendevi dal canapo a grossa trama un pezzetto, caldo boi‚nte, e lo sballottolavi soffiandolo a destra e a manca, da babordo a tribordo, come balòtto o frugiata; intanto quell'odore si spandeva largo, grasso, rassicurante, confortevole, e via l? datorno i gatti impazziti di desiderio, a calci via le bestiole che con le narici ripiene d'odori esaltanti perdono per un po' la loro consueta elegante imperturbabilit…. Ma dopo, quando annotta. Ora via tutto di dentro, ed eccolo l? spalancato come un libro e pulito, la povera testa morta reclinata verso il basso sulla saladòra-tròga inclinata per fargli uscire anche l'ultima goccia di sangue e acqua, che sia lindo e pronto per i grandi lavori di dopo. Sale, intanto: si vuotano le saliere sui taglieri, in grossi chicchi cristalli verdastri di prezioso sale conservante, quarzo e salnitro di polvere nera da mina, quello che t'hanno messo in testa in chiesa anche a te, per conservarti e salvarti, sale sapienza, sale salute, che purifichi e secchi, insapori e mantieni, sale che tien lontana la maledizione della putrescenza, la dannazione della corruzione. Con le butiglie si macina, questo sale, lo si fa fino, tanto ne serve per i presciutti e le spalle e le sans?ccie o per tutto quello che vuoi fare. E si macina pepe, chicchi tondi bianchi e scuri che sembrano patte di scacchi o Mèdici, e ti verrebbe voglia di mangiare sedotto da quel loro profumo se non sapessi (perché‚ lo hai fatto, di rimpiatto, una volta) che ti riempono la bocca di fuoco dell'inferno, ma mescolati al sale aiutano a mantenere la purezza di quella c?ccia che taglierai in fette di rosso schietto e di bianco immacolato. Appare sul tagliere il presciutto e la spalla e le mani amorose cominciano a palparlo e mosticiarlo di sale e pepe, maniche tirate su ai gomiti, maglie di lana ('d p‚ggora, che ci…i messo un mese a domarla) a carezze lente e concentriche, in modo che butti fuori l'acqua che ha dentro, attorno al tondo osso sporgente, piano piano che si impregni bene, altre mani spezzettano la c?ccia per la sans?ccia e presto sul tagliere si forma un monte-vulcano dentro il quale si versa una butiglia di vino giallo dorato spumante che frigge di schiuma mentre si perde fra la c?ccia e il pepe e il sale e le mani lo mescolano e lo rimescolano e altre mani ancora chiappano un pezzettino di c?ccia qua e uno l…, cruda e saporita (o vuoi nescirmi da l??!). Macina pure te poi la c?ccia dentro al macinino: dall'altra parte c'è il budello già pronto che si gonfia piano piano di sans?ccia, e bolle il paiolo con dentro i pezzi di testa per fare la coppa. Sono già accese le lampadine dell'androne e della cucina, perché‚ d'inverno, fra l'Anno e la Bufaggna vien buio presto, e nel Maganzino le pertiche sono già piene di sans?ccia stesa ad asciugare, e grandi panieri accolgono il prosciutto e la spalla che dovranno ancora essere ripassati, c'è la pancetta, c'è la coppa di testa che sarà la prima a volare perché‚ non si tiene, e la vescica di strutto per friggere o per gli arrosti, e c'è anche la sungia per gli scarponi e per tutto quello che vuoi ungere. Rughi non c'è più, è tutto l? appeso, o a riposare, o in buzza; la tarda primavera ne vedr… un altro al suo posto, il vecchio come un re antico sacrificato perché‚ il nuovo re possa arrivare, ma ora lo stal‚tto è vuoto. Ne provi come una stretta, una pena, se ci pensi sotto il coltrone, sobbalzando di paura per il rumore improvviso di un sasso che la piena del fiume ha spostato, o per una cigata di una trave o di vento su nel tasèllo-morto, sopra la tua testa, la pancia ancora piena di quell'ultima costolina che Rughi scomparso ti ha voluto regalare. Sai però che un giorno qualcuno arriver… con un sacco squittente, e lo stal‚tto avr… di nuovo il suo legittimo abitante, non come adesso, che gli stal‚tti sono sempre vuoti, nido di ragni e di volpi, le porticine pendenti a sbindloni da un cardine e i trògli di castagno o di sasso sono disfatti di tarlo o di rogna se non pieni di terra contenente orribili fiori e non bròde calde e saporite e musi grugnenti di composta soddisfazione. In quei momenti però c'era solo lo spegnersi delle buonanotte quando l'orcino, prese le cortelle, affrontava la rotta e la neve; poi la marletta cadeva, il bracial‚tto veniva rinserrato e nel castello-fortezza rimaneva solo quel rumore di macine rotanti e di fiume scorrente, che andava, senza sapere di s‚ n‚ d'altri, così occupato com'era a portare sassi in fondo, a valle, a conclusione. 7. Il fiume ha tante di quelle facce, angoli, cantoni, curve, anse, piaggette, ripe e riòli che uno può starci dei giorni, dei giorni? degli anni vè, in su e in giù, senza che se lo ritrovi uguale. E il fiume è un mondo a s‚, a parte, mondo vero e preciso nel mondo più grande che non sai neanche se c'è più, quando vai nel fiume. Il sasso, il lastrone, quel drizzone che fa in un certo anno dividendosi in due come per fare un'isola (e sembra, di estate, che abbia poca forza, il povero Limentra, ma quando s'incazza duro e cativo d'inverno porta via anche le case, cristiani, macine, galine) e canta e mormora e fischiola e anche all'occorenza ruiia come gli pare. Od?o, uguale un po' è sempre, dove svolta lo sai, che piante o erbe ci fanno lo sai, e anche quando. E' come un uomo: la base è sempre la sua, anche se giorno per giorno ti cambia, e tu non te ne accorgi di tuo ma lo vedi e te ne accorgi daddov‚ro. Ci vorrebbero delle foto, ma quelle, si sa, non sono cosa di tutti i giorni, e non si fanno fotografie a un fiume, così. Fotografie degli occhi quelle s?, momenti che magari l? per l? non ti sembra, quando non sembra, ma le cose le fotografi, e di poi te le ricordi per gli anni a venire, e hai chiare visioni di punti e momenti e paesaggi e atmosfere e un colpo che t'amazza. Ora, a prima vista, non lo riconosceresti quasi più, ma se ti siedi solo solo come allora su un lastrone e lo lasci passar via per un po', con quella sua bella acqua chiaccarina che ti vien voglia di mangiarla o di esserci dr‚nto, fino al collo, come in tutti gli altri fiumi che incontri (sola colpa non essere Lui, il Vero, il Limentra, ma solo palliativo ipotesi gli altri che son in giro per la nostra Italia Bella, o int al Grando Mondo Tutto); oppure cerchi così, senza quasi volerlo, di accendere un fòco (anche se col bich e non coi fiam?feri degli americani) lo vedi che è lui ch'a t' digge: "T'se' artorn…, brutto mostro!" e gli occhi ti si riempiono, e accetti il fiume e lo sai che non è cambiato per colpa sua, che non ci s'entra più per colpa sua, che lui è l? che se la scorre, aaa se la scorre dav‚ra, e ti manca solo di quegli anni pasati non sai bene a far cosa (scioch‚zze, mat‚rie) e lui era ancora l?, incolpevole, giusto a spetare che tu ti mostrassi. Nel fiume ci si mangia, anche. In quei pomeriggi sul presto, quando in su dormano tutti, verso le due, e al Mulino Nonna e Zia sono sul letto, e Ziaterèsa è l? su quella scranina e si lascia crollare la testa piano piano, come se rispondesse al ronzio generale, l? d'atorno, dopo aver sparecchiato e spazato per terra, sul tasèllo. Prima ci vuol buttata l'acqua e poi si scopa, che ce ne vorebbero, di aspirapolvere, per tutta quella polvere che c'è, tanto i Mulini bianchi non son mai stati, ma grigi, di polvere e di farina e di ragnatele, che diventan fin nere, nei punti più reconditi e inacessibili. Giù al fiume Pavana è lontana, la su pr'aria, come detto; passa un camion e senti il cl…cso, se non è la Tr‚ppia, quella cori‚ra che parte da Por‚tta e ha il cl…cso bitonale, quasi che uno potesse regolarci l'orologio, cosìa occhio, quando fa la curva di C… del Cucco e sòna, e ti vien da dirlo, anche se lo sai che è lei, ma la Tr‚ppia sòna e tu senti e dici, all'amico l? vicino, o solo a te stesso se solo: "La Tr‚ppia!" come cònstati l'inevitabile evento atmosferico e dici: "Piove!" o "N‚va!" Sei nel fiume intento a infilare le mani sott'a'il sasso, o semplicemente sdraiato in cima a guardare per aria e a seguire certi tuoi pensieri, o a letto che leggi smordichiando una mela, o sulla murèlla del botaccio che guardi quella laschina nera e nera non dovrebbe essere e dici: "o che lasca è?!", dappertutto insomma dove si pòle essere, e la senti e ti giri, guardi verso e mormori dentro di te: "La Tr‚ppia" come quando al campanile battono i tòcchi e li conti e dici, per esempio: "mezzodì." E a mezzodì a s'manghia. E dentro di te dici, fai: "'Rcod?ose, n'sarà mò meglio che artorni?!" Per mangiare si mangia a casa, ma si mangia anche sotto a in Centrale; perché‚ è bello, non perché‚ s'ha fame. Fuochi se ne ac‚nde un po' dappertutto, basta vedere un po' d'erba secca dei bach‚tti che il fiume ha portato e ti tentano, belli bianchi e lisci che sai che basta avvicinarci la fiamma per farli andare, i fuo- chi. No coi bach‚tti strusciati, che quello lo fanno nei filme, ma provaci pure, t‚. Delle ore, a strusciare, ma gn‚nte. Scaldarsi si scaldano, i bach‚tti, ma mia come quando nel filme strusciano un po' e salta su 'na fiamma che sembra di quella volta che con Piero-Blek si disse: "Ma la vedi quest'erba? Com'è s‚‚cca! Ci si d… fuoco?" e in tre secondi, tre seconde? tre attimi si alzavano delle sfiammarate lunghe 'na gamba, e già bruciavano le liane dei vizzadri che portavano il fuoco agli alberi a cui eran avviticchiati e c'erano rins…nguini e ontani, v‚tiche e fiuppe, ma sopra, quasi per sbaglio, quei bischeri della centrale ciav‚van fatto crescere un pino, e allora se ti andava nella resina, ad?o che t'amavo. Bruciava, il fuoco, e muggiva, e Piero e io ci guardammo sgomenti con la faccia di chi sa, dice: "O, stavolta l'abbiam proprio combinata verod?o!" ma il fuoco b‚sctia mugghiava e ruggiva e picchiaci t‚ pur sopra con delle stròppe, sembrava che ne volesse delle altre, da ingoiare, e poi era sopra alla murèlla che già per accendere ci si era dovuti alzare in punta di piedi. Ma chi se lo aspettava, sempre l? coi fiam?feri in mano, tanto gli americani ne avevan lasciati, di fiam?feri! Sul muro del canale, che prima c'è quella passerella tenuta su dai due traversini di ferro, e cimento, poi c'è il muro, che sotto ci fanno quei barbi o cavedani che sai, e di qua le immense finestre sempre spalancate della Centrale esplosa e sventrata, e di l… c'è quella iar‚tta a spagna che le capre ci andrebbero sempre, se non le badi, l? ci doveva essere una cancellata, perché‚ c'è tutta una serie di tubi di ferro a un metro circa l'uno dall'altro, e tagliati (ferro alla Patria?) a una certa distanza dal suolo, diciamo sui 10/20 cm., che è il posto ideale delle vrèspe per farci il nido. La vrèspa, banale dato di entomologia, pinza. Lo sai, senza neanche aver studiato, perché‚ ogni tanto ti ritrovi con un pinzo, se sei in mezzo a un albero a tirar giù pere o fighi, e senti la stilettata che ti va al cervello, e vedi la mano o quello che è che ti si gonfia. L'ape, se ti pinza, muore; la vrèspa, malvagia, no, per non parlare poi del galavrone che magari muori tu, se ti pinza ben bene, e quella volta nella cavanna di Primo della Luce avevan fatto 'na pera che bella era bella, e ti veniva anche voglia d'andarla a prendere con le mani, gialla e marrone e grossa più d'un cocomero, come avevi visto in certi filmi di Topolino; naturalmente era tutto un correre di noi ragazzi, per arrampicarsi su per la scaletta che adduceva alla buia cavanna, per mostrarci la grande dangerosa pera, coi galavroni, non neri, ma gialli e marron come il favo stesso e le vrèspe, però più grossi, il doppio, O più, che ti passavano sopra la testa come gli appareecchi degli americani, e il piacere e l'eccitazione della vista era reso maggiore dal rischio enorme che si sapeva stavamo correndo. Forse il galavrone nero, più conosciuto, è allo stesso tempo più e meno pericoloso; ronza, per ronzare, ma pare poi che sia meno pinzoso. Quello giallo e marron, per la sua stessa rarit…, è tremendo, piaga biblica. Ma non è tanto il colore: il bordigòne da l'…glie d'oro, cosìluccicante com'è, sembrerebbe che pinzasse chissacosa, e invece lo puoi prendere e ci leghi anche a una zampa un filo e lo fai girare in torno finch‚ vuoi; be', mia tanto fin che vuoi, perché‚ dopo un po' muore e lo saluti. O i Cervi Volanti, che li vedi con dei corni che dici: "Se mi pinzan quellli sto freco" e invece t'hanno insegnato che li puoi prendere al volo, poi gli torci la testa e ti restano quelle belle corna lucide e puntute in mano, che poi te le tieni per ricordo, le fai vedere e dici: "Sembran proprio di cervo!" anche se di cervi veri e propri non ne hai mai visti, perché‚ qui non fanno. Per quel nido da Primo ci volette Gigi, vestito com'era quando andava a prendere il miele nei favi, col cappello con la veletta e la capparella fino ai piedi, e guanti pesanti alle mani anche se s'era di luglio, e prima li affumicò, poi li tirò giù per darli a fiamme giustiziere, e si prese anche due o tre pinzi (non mor?, per intercessione miracolosa di chissà quale santo, forse la Santa Santa Filomena in persona, ora pro nobis) ma il favo fu distrutto, e il pericolo scongiurato. La vrèspa è quindi malo insetto e ignorante, che quando mangi l? fuori sta sempre nel mezzo, dentro ai bichieri, in dentro a frutta e panini, sopra 'gni ben di dio, e vuole quindi annientato. Avevan fatto un nido nella finestra di destra del Maganzino, sopra la murèlla del botaccio, e quando si passava di l? ti ronzavano attorno che sembravan non ti volessero far pasare. M‚, non mi fate pasare?! Decisi allora di eliminarle, e pensai prima, non potendo affumicarle, di usare la pompetta del flit, conservata in uno scatolone degli americani nel forno, e che era quasi piena (la pompetta), e dopo quando se ne accorsero che l'avevo adoperata tutta presi il mio, ma funzionò! Venivan fuori che sembravano briaghe, e cadevano a terra e tu le potevi schiacciare a tuo bell'agio, anche se tanto tempo non stavi l? a perderlo. Poi c'eran quelle rimaste dr‚nto, nel nido. Allora coi fiam?feri abbruciai il tutto, e il flit doveva contenere qualcosa di abbruciabile perché‚ andò che sembrava benzina. Cos?, ricco dell'esperienza e del successo sulle vrèspe della murèlla del botaccio convinsi Piero che quello delle vrèspe era un lavoro che andava fatto, mia per i ringraziamenti, che si sa, le imprese generose non te le conta nesuno, ma per il senso del dovere, di compiere opera meritevole; per toglierle di mezzo, più che il piacere della cosa in s‚. Ci voleva fiam?feri (e si avevano), della carta, e bastava qualche giornale degli americani, e qualche frasch‚tta di v‚tica. Avere i fiam?feri controvento sarebbe stato il massimo, ma quelli gli americani non ce li avevano, li vendevano alla Venturina, o li trovavi per Santa Filomena, una scatolina e via, di più non potevi pretendere. Il fiam?fero controvento ha del maraviglioso, che lo accendi e lo tendi pr'aria e non si spegne, a non si spegne no, mia come quello di casa che puzza di zolfo che ti si strozza in gola e per farlo andare devi essere più che abile, o anche quello degli americani, safetymatch chi…ppalo, con la capocchia rossa e il corpo quadro, ma ragazzi farlo bruciare! Allora dovevi andare vicino al tubo segato, poi strofinare il fiam?fero (altre due o tre scatoline ce l'avevi, per tasca, che non ce n'eran dentro tanti) dare fuoco alla carta e quando aveva preso bene infilarla ratto nel bugo. Quando la prima vrèspa sorte fuori, giù una sbrocatina, mentre l'amico ha già pronto il fiam?fero aceso e lo infila di nuovo, e mentre esce l'altra vrèspa, giù un'altra sbrocatina, finch‚ a fiam?feri e sbrocatine hai annientato tutto il nido e passi al secondo. Ti van via i giorni che non basta 'na stagione. Per dire dei fiam?feri, e de le vrèspe. perché‚ per manghiare int'al fiumme dovevi avere i primi ed eliminare le seconde: sembrer… un'impresa b?scara, ma cosìera necessario e fondamentale. Tolta però quella volta del fuoco che quasi s'arrampicava su per Pavana, e già eravamo sgomenti e le avevamo provate tutte, a pisciarci sopra, a correre come dei pistolli su e giù dal fiume alla strada con due busolotti in mano (che ce ne sarebbero voluti 'na sbiscicata a testa, di busolotti) a sbrocare e scalciare terra di qua e di l… e neri e sudati stavamo per correre a chiamare gente (mia siam stati noi: Si pasava di l?! O non c'era un fòco!" Altro che G. Washington e il suo ciliegio, quando lo tagliò con un cetino poi subito a dire che era stato lui: "Non posso mentire! Son stato io, babbo!" pòro bachiòcco) ecco che il fuoco si spense di suo, così. Mi piacerebbe poter dire che venne improvvisamente a piovere, un miracoloso acquazzone che scese dal cielo e spense il fuoco e rinfrancò e rinfrescò noi accaldati e tremanti ma ci pensò lui, da solo, come era partito cosìs'era ito, lasciando solo qualche bach‚tto e qualche foglia o stròppa a fumigare di qua e di l…, t'fogassi! Di solito ci si badava, ai fuochi. Per fare il fuoco nel fiume ci vuole un sasso che faccia da spal‚tta, alto e dritto; poi si prendono due sasòtti lunghi e stretti che facciano da cavdoni, e gli si piazzano di fronte, sistemandoli convessi verso il fondo, cosìsopra ci può stare una latta appoggiata. Se invece vuoi fare il forno per cuocere le pippe di terra grèca ci vuole sopra una lastruccia e altri due ritti e chiudi il tutto con la lastruccia, in modo da formare la camera di cottura. Le pippe vengan bene, quelle che si fuma, no l'altre, che c'è sempre un b?scaro che vien l? a dirti: "Vi divertite, sporcacioni, a far le pippe nel fiume!" e tempo (troppo) sarebbe pasato, da l? a stare argufolato su con 'na qualche patòzza dietro a quei c‚sti di v‚tiche. Le pippe di tèra: c'è qualche sasino che non sei riuscito ad eliminare dall'impasto anche con fine opera di ripulitura sgrezzatura e filtraggio dell'argilla, ma noi si dice terra grèca, che di cave ce n'è soprattutto due, una nelle ultime curve del fosso dal Logli‚tto (dove? te lo vengo a proprio dire a t‚, pipi!) e una proprio sotto a in Centrale, dove c'è la pred‚ra e comincia il gor‚llo del Mulino, ma quella la sanno tutti. Alle pippe poi ci puoi fare il bocchino di figo, che si buca come il sambuco ma come sapore è meglio e dentro ci fumi. No tabacco, che sarebbe troppo facile; il tabacco si mastica quello che ha Franco-Casari, che glielo mandano i suoi parenti in America (Mark, l'inoi), che c'è uno strato di cingomma e uno di tabacco e si mastica, ma così, perché‚ poi a pensarci bene non è mia poi tanto bòno, e se non hai in tasca 'na mela o 'na pera o un grappo d'uva per pulirti la bocca ti rimane quel sapore schifo per delle ore. Il tabacco si Pòle anche fumare, come coi sigari americani di Franco-Casari. E' che il tabacco se si fuma bisogna respirarlo, è l?, quisctione, che se no fai come quele donne quando sono un po' in sgazurla alle feste che dicono: "Mi fai fumare 'na sigaretta?", ma quele donne un po' alegrotte, via, per fare dei versi, che se provano poi a mandar giù (perché‚ questo è il concerto, se fumi devi imparare a mandar giù, è questo che ti fa òmo), è tutto un tossi e ritossi e occhi rossi per far ridere quegli òmini; neanche cominciare. Casari s'accese il suo sigaro, "Bòno!" diceva, ma poi diventò bianco come un cencio, verdo come i cilgiètti di primo giuggno, poi senza dir niente si voltò da sopra il sasso dov'era seduto e arcaciò verod?o tutto il tabacco d'America. cosìdi tabacco, almeno alora, non se ne fumò più. Ci volette degli anni di sforzi e sacrifici poi, per imparare a fumare come si deve, pòri strascini! Fumare alora si fuma i vizadri secchi, certi canoni, ma tanto non si respiravano, e quando tiravi facevano delle fiamate di mezzo palmo, oltre al sapore che t'arivava in bocca che sembrava ti fumassi il comò della tua st…nzia. Roba forte, mia tutti eran bòni. più gentile e delicato il fumare nelle pippe, cosa che si prestava agli esperimenti, foglie di rosa, di figo, di castaggno, di vite, ormai s'era intenditori; si provò anche quelle foglie secche di quela canapa che i nonni tenevano nella cavanna, l? perché‚ non si sa mai, tanto i telai non li aveva più nessuno. Non eran cative, quelle foglie. E di l? a venire, quando mi capitò in bocca quella tal sigaretta che sembrava di fumare l'ira di dio, mi dissi: "Ma 'sto sapore qui l'ho già sentito" e chi l'avrebbe detto che eran le stesse foglie fumate nelle pippe di t‚ra grèca (o granturco perché‚ si fecero anche con quello) di quei giorni lontani nel lontano fiumme. O, non s'empara mia mai gn‚nte, vè. Naturale che il fumo sia migliore dopo mangiato. Anche l? c'è dei misteri. A casa patate ce n'è, chi non ce l'ha, le patate. A pensarci, son mò bòne quelle arosto nel forno che fanno col pollo, quando lo fanno, o quelle fritte nella padella piena di strutto rappreso che col calore si scioglie e sfrigola e s'insaporisce del rosmarino e della salvia che vi hai dapprima messo. Ma ragazzi perché‚ la patata abbia quel sapore che sai devi rubarla, non c'è di cristo, che non c'è patata più bòna. E l? vicino c'è le Piane dei miei, e l'orto del babbo di Casari, e quello di Tonio-Rosa; ce n'è, di orti. Vai, tanto a quell'ora non c'è nessuno, non hai paura che ti urlino dr‚do: "Corri, son ne le patate!" cominci a scavare atorno alla pianta e tiri via patate, diciamo una grembiata, anche se il grembio non lo porti; diciamo che ne fai 'na camiciata piena. So- lo patate, da mangiare? O d?o, l'uomo spesso esperimenta, tenta, studia: si può provare con dei pessci, de le laschine, un paio di barbi, 'na trotella, come si aveva visto nei filmi, pulite, poi con un bach‚tto infilato a mezzo e via, su due bei bach‚tti a forcella che fanno da spiedo. Ma nei filmi ragazzi o son proprio bòni a far tutto, che vedi sempre uno che dice: "E' pronto!" e arivan l? e mangiano che non ne avevan mai sagiato delle meglio. Ma in poco e! A t‚ ti cadono i bach‚tti, ti finisce tutto in mezzo a la cenere o soffi per ravvivare il fòco e tutto ti si rimbussola per l'aria con gli altri che ti danno del pòro sciamanno, poi, se ciarivi in fondo, prova pure a mangiare t‚, ma le lasche son sempre meglio quando te le friggono a casa, anche se sembrerebbe strano. Hai cotto dell'uva, per provarti a fare l'uva secca o sultanina che sia, ma chis… come faranno, che vien fuori diversa; per cotta è cotta, ma no secca, e non è mia un gran ch‚, a dirla giusta. Ti sei anche cimentato nella Prova Assoluta del pollo. Anzitutto per fare il pollo bisogna avercelo, il pollo, e rubarne uno non è mia come andare ne le patate. Ci vuole uno esperto, che ne conosca bene, dei polli, usi e costumi, o anche un pollaio affollato, che non stian l? tutte le matine a contarle, la Rosina e la Nerina e la Pira- Pira e n'acidènte ch'a t'chiappa, train po'. Di solito chi porta il pollo va nel suo, di polaio, ma l? ci vuole proprio uno mezzo sciagurato, via, portar via i polli di sua mamma! Che poi uno lo trovi sempre. Noi ci dican mostri, ma sotto sotto (dispiace, un po') s'è bravi ragazzini, anche. Ma se quello col pollo arriva, aaa, non stai tanto a guardare in dove l'avr… preso, e sembra che tu debba cuocere la più prelibata delle raffinatezze. "Ragazzi, oggi si fa il pollo!" come se tu non ne avessi mai mangiata, di quella roba l?. E' che è complicato; quello del pollo l'ha già mazato, perché‚ per farlo sortire dal polaio in silenzio un po' di collo glielo ha tirato, ma spenarlo non è mica stato l? tanto, che se lo chiap…vano! Alora c'è sempre quello che dice: "Da' qua! Sta a vedere che non sarò bòno a spenare un pollo!" e comincia a tirare di qua e di l… quele povere penne e comincia, parte 'na spenerla! Durre ragazzi! "O chi ce l'ha 'tacate le penne a lui (lei) qui?!" "O da' mò qua a m‚, pòro strascino, che non sei bòno a far 'na semplice!" e via altre penne, che dopo un po' ce n'è da per tutto, e le più legere s'alzano per l'aria se prendono una tèrmica d'un fòco aceso che van su dritte in un momento, poi sembra che si fermino pensose e ti ritornano adosso pigramente ondeggianti, o anche il fiume comincia a portarle a valle, e vanno via lisce per cascatine e gorelli, ruotano giostrose nei mulinelli poi prendono il drizzone e via veloci, altro che le barchine di Fernando. Allora si comincia a dire: "Ma non ci sarà mia qualcuno, più in basso, che vede tutte 'ste penne; e sa', son poco curiosi! che madonna andrebbero in culo a su' ma' (e due che porto) pur di dire e fare e brigare e andare a raccontare e tutto..." e cominci a rimpiatarle di sotto a quei sassi, o scavi una buga per suplircele, ma maremma cane 'sti polli ci…n più penne che anima! E poi gli spunciotti?! Quello (l'hai visto fare) sarà meglio abbruciarli, con quell'odore tipico che, se lo senti in casa, è vaticinio quasi, presagio di festa o imminente crapula ma l?, aaa l? t'è già bell'e passata la fame se ce l'avevi. Alla fine, quando qualcuno lo regge per il collo, con la povera testa crestuta piegata di lato e gli occhi in fessura, con le ciglie penzoloni davanti che sembra un gatto quando lo tiri su per il cop‚tto (e sono cosìveloci e sguscianti 'sti gatti, ma se fai tanto di brancarli e tirarli su per di l? restan paralizzati come dei bischeri, uguali ai conigli per le orecchie) e uno dice: "Ecco! Ci voleva tanto?" tu dici, fai: "Ci voleva tanto s?, ci voleva, e ora chi lo spara, t‚‚?!" e si resta tutti l? come lòcchi, e se prima su la spenerla c'era stata quella nobile gara che s'è detto, ora la fatica si fa già sentire, e anche forse la noia del gioco, ch‚ devi ammettere che a casa quando ti siedi e te lo trovi davanti, il tuo polastro, è diversa. "A io non lo sparo no dav‚ra! Puliscilo t‚, che l'hai portato!" "Io?! Ora che l'ho portato che se mi trova mia mamma prendo il mio avere lo sparo anche?! Ma lo butto int al fiumme, piutosto!" Primo, i polli non si sparano. Gli si fa un bugo sott'al collo e si tira via il magone, che non si dovrebbe buttare via come si fa noi, ma si apre e si vedono tutti i bibbi di grano o di formentone non ancora digeriti, in mezzo a quel colore violaceo madreperla striato che te lo fan vedere, per curiosit…, mentre lo lavano, e serve, tritato, a fare il ragù per la pastasciutta. Poi si fa un altro bugo, vicino al boccon del prete, al culo via, e si infila dentro la mano e si comincia a rumiciare e a tirar fuori tutto quello che c'è, che non si butta via niente, e se è una galina c'è anche caso di trovarci dentro delle òva, piccole, senza guscio, senza bianco, che te le danno anche: "Le vuoi? Son bòne" e a te schifiltoso che dinieghi con tutto te stesso ti fanno: "Quanti fighi!" e giù, vlap, in bocca a testa indietro, col mento in avanti, la mano ancora tutta sangolenta di quello che ha incontrato nelle viscere della b‚sctia. C'è i fegatini (per i crostini) e il cuore, e le budeline; o quanta ce n'è, di roba, l? dentro?! No nel fiume, che quello che ha preso in mano la situazione per fare vedere che lui s?, a lui dav‚ra, ha 'na bella paura, e ha tirato fuori il cortelino, e tutto quello che trova lo fischia via, dentro ne l'acqua, che mangino i pessci, che li pasturiamo, e dopo vedrai se ci fan le anguille qui. Ora pulito, più o meno, dev'esser pulito; lo si lava coscienziosamente ne la cor‚nte, che si sfuma sempre più del filo sanguinoso fino a sparire, e eccolo qui il vostro pollo, pòri mocoloni, son pronte le braci? Le braci sarebbero anche pronte, ma di solito hai visto che prima di metterlo in forno, o su l'economica, al pollo bisogna farci l'aglione, che appena comincia a sfrigolare è quello l'odore che si spande, che riempie la casa, di rosmarino e salvia e aglio tritati, e ti dice che è festa, e ti consola, che non vedi l'ora, altro che aperitivi. Alora? Alora il sale grosso s'ha, ognuno è coscienziosamente uscito con la sua cartatina di carta gialla ben involtata e piena, non si sa mai; poi: "La salvia, quella la so io, t‚ sai il rosmarino, e t‚ (io, poi) che sei il più vicino vai a prendere l'aglio in casa, che adessa negli orti non c'è." Vuoi opporti? Parti su quei sassi che se ti vedessero andar via cosìquando ti mandano a prendere l'acqua fresca alla fontanin„ saresti la loro consolazione, saresti! Altro che lamentarti che sei stanco ("T‚ che ci…i le gambe nòve!") o sbatachiarli da per tutto, quei fiaschi, per le gambe, contr'al muro, strusciarli contr'a la cèdda ("Che se ne rompi uno prendi il tuo dio!" al di l… dell'umana immaginazione il solo pensare di poterli rompere entrambi); piombi in casa con l'anso ("O d'in dove sorti?") mormori frasi sconnesse che, delle due, aggravano la tua posizione ("L'aglio?! per fare il ch‚? al ch‚ te sta a fare tutt'al d? giò pr'al fiumme! dal mat‚rie! O dal ragaz…! ch'a i sar‚vve da badare al galine, a i sar‚vve! o cavare al doriffore int al patate!"). Preciso, come le braghe di D‚lmo! Non era mia per fare quella corsa vè, che non volevo andarci, a prender l'aglio; come se non li conoscessi. O non son cosìanche i vostri?! Se stai via 'na giornata non ti cercano, non san neanche che tèra tocchi, ma apena passi per di l? i Ragazzi, te ne trovano cento da fare! Cento? Che se non sei svelto a guantarne dalla resta e a scapare via altro che cento, son qui per cavare le dorifore dalle patate scosato, anche se nonna mi ha promesso una lira l'una, e son anche belle, le larve, lolini aranciati, e i burdingoncini con la corazza a strisce bianche e nere (dicono siano eredit… degli americani, che prima non ci…n mai fatto): non ci fosse ragazzi atorno, ci andrei s? a cavarle, ma oggi poi che c'è anche il pollo, e proprio di luned?! Ve le cavo poi domani. E via scappi, aiutato, sembrerebbe sospinto dai fiòl d'un cƒ che ti volan dietro, che ti spintonano quasi, e arrivi che le industriose mani hanno già cominciato a tritare su un sasso e il sale, e la salvia, e il rosmarino ("Baster…a? M…?! O m‚tticine un altro po'!") e mancava solo il tuo aglio, mancava. Prendi il pollo e con amorosa perizia cominci a strofinare l'impasto, a mosticiare in su e in giù, che s'insapori, sotto l'…glie, sulla schiena e sul petto, dentro anche, e un po' dell'impasto ti finisce in bocca che è buono anche così, quel sapore di sale e erbe fresche, come una cavra, che il sale è proprio, be' è salato no?; e alora? Eccolo l?, il tuo pollo. Fatica è stata fatica, ma ne valeva la pena. Non resta che infilarlo in una bacchetta spiedo che è già stata foggiata in pura v‚tica (mi racomando l'oleandro no, che è velenoso), verde, perché‚ non bruci; addirittura hai scelto un ramo che alla fine sembra quasi un manico, per poterlo girare, come il girarrosto spiedo di Ziocor…do quando fa le schidionate di tordi O merlotti, davanti al camino. E' che il suo gira, e il nostro no; o meglio, la bach‚tta girerebbe anche, è il pollo che non gira, il bugo è troppo grando, allora quando giri l'asta vedi il pollo che si alza per un po' come se avesse anche voglia di farlo, il giro completo, poi, arivato quasi al limite della parabola, plum, che risbotta giuso, e cosìvia, e ti si cuoce (strina) da una parte sola, la più pesa. Non c'è che da prenderlo e infilarlo per traverso (e hai già persa la fiducia in ogni filme che puoi aver visto), ma intanto s'è già spento il fòco, e mancano i bach‚tti, che tutti si stava l? a veder girare 'sto pollo neanche fosse un volano della batidora. Va in cerca, riaccendilo pure, aspetta per un po' di braci, aspetta ancora che anche da quella direzione ti scivoli giù (giù lui? giù mè madonna!); 'nsomma, per farla corta, saran già le cinque e mezza (pasate) e il tuo pollo è l? che girotta non girotta, 'cid‚nta al tuo pollo, a t‚ che l'hai portato, a gli spiedi, ai fòchi al fiumme e tutto. Via ragazzi, non si buter… mia via! C'è quel senso antico e profondo che t'hanno insegnato giorno per giorno in anni di pedagogico indottrinamento: non si butta via niente. Strascinare la grazia di dio? Altro che tirare de le madonne, o tocare le patozine; quello s?, è peccato. E' più forte di te, come non riusciresti a mettere il pane dalla parte curva, sul tavolo; come, finito di mangiare, con le dita unite tiri su tutte le briciole che trovi, ma mia perché‚ t'han detto che se ne lasci anche una sola il Signore Iddio Tuo poi ti mander… coi diti accesi a cercarla (che bursa anche Lui L?!), proprio quella l? ("Proprio quella l?i? per una?" "Anche per una sola, coi diti accesi!"); sai ormai che quelle son fole da bimbi, però qualcosa ti spinge a farlo, automatico, istintivo. E il brutto del pollo poi non è tanto la fatica che hai fatto, è la nemesi di tutto, è che lo devi mangiare; mordi a denti davanti, quella carne ancora mezza cruda, ancora con qualche filamento rossastro di sangue ("però, bòno!" "O sta mò zitto!" "Bòno sci, pulido!") finch‚ poi uno fa: "Ragazzi, sapete che mi tocca scapare a casa, che ciò da fare." "Non vorrai mia star l? ancora se non ci s'è più tutti; allora ce n'è un altro, che gliè venuta in mente una cosa, poi un altro, poi insomma, vèn via si vavvia, e ad?o che t'amavo. Le tracce del misfatto si nasconderanno dentro a un c‚sto di v‚tiche, preda futura e sicura di gatti, volpi, faine e altri animali nott?vaghi. Non eran meglio le patate? Eran meglio s?, eran meglio. Quelle le lavi un po' dalla terra, cerchi la tua bella latta che non sia forata e le metti a bollire sul fuoco acceso; dopo un po' che l'acqua bolle (parlando di varia filosofia e umanit…, come ad esempio quell'ultima coppia di morosi che sei stato a spiare sott'a la Diga: "Ragazzi, un rufol?o!") le tasti ogni tanto col cortelino per vedere se sono al punto poi, finalmente (ma dopo mia tanto) via la latta dal fòco, prendi la patata che ognuno ci… la sua e non si l‚tica, fuori il sale dalla tasca, e mangia giù. Se Casari ha munto una capra di straforo bevi del latte, sennò acqua di fiume (di un gorèilo a parte, che è più pulita), e felice e sadollo te ne stai l? a fumar vizadri, a far la gara di rutti (ma qualcuno ce l'ha dentro d'istinto, di suo, come un'arte), dicendo ad esempio tutti i nomi di tutte quele pat…zze di Pavana (ma il meglio è Natta, quando dice Za?ra, o, a volte, ma quand'è in giornata, madonnaza?ra, adiritura!); la vuoi meglio? Di meglio, ragazzi, non ce n'è dav‚ra! 8. Le capre si chiamano Tirino o Cornetta; ci sarebbe anche un'altra capra, che si chiama in maniera diversa, ma è quella di Nonnadèle, nonna di Giordano-Natta. E' una capra ignorante e inculante; cozza, e non meriterebbe di essere mentovata. Nonnadèle è una vecchina piccola, vestita alla montanara, col gr‚mbio di cotonina bigio su la sotana nera, la retina in testa, e fila mentre che mena innanzi questa sua grande capra scontrosa che appena arriva al Mulino fa le viste di non interessarsi a nulla, solo tesa a brucare quel po' di spagna che potrebbe trovarsi, per mero caso, l? datorno; ma appena può, aa! Se può, si inarca sulle zampe anteriori, si impenna, caracolla, rampa verod?o che nemmanco il cavallo di Baracca-Ferrari, fa tre o quattro pass‚tti al- l'indietro sulle zampacce posteriori, sostenute da muscolatura più che possente ai galloni, piega curiosamente la testa di lato, e ti s'avventa, e solo Nonnadèle, che fila con quella sua rocca sott'al braccio e il fuso che le prilla davanti, riesce a rabbonirla e a calmarla e a farla scendere dalla montura coi suoi: "Tòòò, tòòò porina, bòna, tòòò, tòòò..." ma tu sai che è mala b‚sctia, da aspettarsi dietro a cèdda, di rimpiatto, e allora s? che la prendi a sassate e lei salta s?, ma per qualcosa, che l'hai colta in quei fiancacci opimi e fuggi inseguito da urla maledicenti che ti riempiono di grande gioia giustizialista: "Acid‚nta a t?, fiòl d'un c…!, ch'a t'morissi..." e tutto quello che può seguirne. Ti viene però da pensare che ora, non dico la capra battagliera (quasi la comprendi meglio, nella sua essenza caprina, e tenderesti a giutificarla ora, po- rina) ma Nonnadèle istessa, dove se ne sarà ita, lassù, sotto a quei castaggni, a far tèra castagnina appunto, come noi tutti un giorno, e anche suo genero, babbo di Giordano-Natta, razza maremmana dei Nativi come Franco-Casari, e Nino-G…cchia, e tanti altri (di quelli non tanto alti però, perché‚ anch'io ne fo parte e la differenza si vede); il babbo di Giordano-Natta dicevo, che un c…nchero si portò via, non prima però di avegli fatto vedere il Brasile, terra sconosciuta e lontana dove vide un'Anaconda (serpe, pare, molto più grossa del Magno Frustone in persona) che si divorava un vitello intero, partendo dalla coda, come una Serpa- Botara si ingoia una bòtta, anche se le bòtte la coda non ce l'h…nno. Poi gli fece anche vedere, nel '45, i brasil‚ro di ritorno, mandati a morire loro stessi su questi appennini, negli ultimi spiccioli di questa ultima Guerra Mondiale, senza scarpe e paltò, a meno quindici i carioca, altro che samba, se non c'eran gli americani... Ma loro, si sa! E anche suo fratello, al fornaro, morto d'alcool, e di disperazione forse, a indovinare che la casa sulla strada, quella sua col forno sotto, sarebbe bombata a poco a poco, quella dove c'era la fontana di fronte alla strada che va al Mulino, sarebbe cresciuta quasi per simpatia della sua epa idropisica, rischiando di travolgere (poco male, tanto il muro aferma tutti!) un moderno T.I.R. lanciato verso Livorno coi suoi inutili containers, che tanto non si sapeva neanche cosa fossero. Lui cosìincazòso, come tutti i Natta, come quella volta che al cinema di Gigi fece a cazzotti con Remo perché‚ aveva sgridato Eugenio suo nipote, si rotolarono sulle file di sedie legate dietro, "ri t'l'ha con cal ragazzo", e giù cazòtti, e tutti in piedi, a guardare, film prima del film. E chi l'avrebbe detto, alòra, che quel matto di Eugenio (in canottiera anche d'inverno, che non sapevi come facesse) sarebbe diventato MACROBIOTICO. Ti immagini?! Ce ne fossero state, di sanc?cce, e di polente, e giù presciutti, e giù formaggi sardi, e cine, e necci, e pastesciutte col colmo, e poi venti òva sode (le ultime sette col guscio, perché‚ se no fan male, e non le digerisci bene), e poi d“ fiaschi di Vi., e fritate coi vizadri, m…nghia giù, e pagnotte di pane di un giorno (perché‚ apena sfornate, si sa, non giovano!), e con?glioli arosto, e poli, dimentichi i polli?, arosto anche quelli, o lessi, con la salsa verde o di peperoni, o mangia giù dunque, e le aciughe che prima le lavavi nell'aceto e poi le mettevi con aglio e prezzemolo e origano sott'olio, bòne col burro, sul pane, per antipasto, tanto per aprirti lo stomaco che duri cimenti ti attendono, e fungi fritti, e tanti quando fanno, che tanto li hai fritti e l? non devon restare, a dav‚ra no, verod?o, ciupadèlli grossi come teste di bambini, e ovoli a funghetto, O sughi misti di gal‚tti e morèlle, bòne anche quelle, per condire 'na polenta, diciamo una polenta condita, che nella zuppiera ci metti uno strato di fette, poi il sugo, di carne e fungi, e sopra formaggio grattugiato, parmigiano e sardo, se la vuoi far grassa, e via un altro strato di fette, e via ancora col sugo, e via ancora così, all'infinito, e d“ fiaschi di Vi., quello toscano, nero e grosso, quello da bere un po' fresco quando hai sete, a sbocconate, a sciacquagola, e che viene giù dalla piana di l… dove sono diversi e parlan diverso ma il vino, aaa, il vino è un bòn bichiere, avercene! O le cine col presciutto e la sanc?ccia fritta? O la polenta dolce con la rete del maiale apena amazato, fatta con le foglie di lauro? O i graselli apena tirati via dal paiolo, caldi caldi, che (neanche da dire) ti si sciolgono in bocca? Altro che cingomma, altro che fotte! Poi c'è le colombe, con la marmellata e l'uvetta e le noci, e m…nghia giò, che ti pulisce lo stomaco, e sei pronto per ricominciare, perché‚ quando ce n'è ce n'è, e non ce n'è tutti i giorni; e allora avanti con le braciadèlle, quelle col buco in mezzo, e allora si vuole vino diverso e Nonnopiètro va lui in cantina, a tirar fuo- ri le Albane e i Trebbiani, d'oro e spumosi, che sanno di moscato e d'Eficona, e di quel bicchiere l? ne tocca anche ai più piccoli, che fa sangue, e via col Latte alla Portoghese, che cola, cola? gronda di caramello sul suo tremolare marron bianco-giallo di òva, e panieri di frutta, le pere saniacme (che devi mangiare in fretta, sennò marciscano), le santamaria, le pere limone, le villani, le spadone e le lungone, le ruggine, le cestòne, le zucarine, e i fighi, e mele a strascinare, le delicius, e quelle rosse che fanno d'agosto in quella pianta lungo lo stradone, rosse rosse e di polpa bianca e sugosa, che non ce n'è più, hai voglia a cercare, e quelle verdi che se le tocca il gelo vuol proprio dire che sono giuste, e ciliege a panieri con le foglie atacate, le napoletane, le visciole, le acquaiole, le durone, le zambelle e le magenghe (ma quelle fanno prima) e fròle, col vino e lo zucchero, e pignatini, e susine claudia, le ignare, e quelle viola, e quelle d'oro che picchian sulla strada e giù noi ragazzi a mangiarne, e quelle peschine mezze selvatiche s?, ma con un sapore, e mugliaghe, se l'anno è buono e fanno, e morastèllo, fragola (a chi piace), zibibbo, vaiano, albana, trebbiano, moscato, maiolo, neratina, squizzina, e sorbe e noci e culore e nespole e tò, te scopiassi, datteri e fighi secchi. A ceste, a monti di gusci e bucce, sui piatti e per le tavole, a monti! Ecco, a cazzotti per te, fece, perché‚ facevi il bischero, fra le file di sedie legate dietro del cinema di Gigi, verso Natale di una domenica sera degli anni quaranta, e tu ora fai il macrobiotico?! Aa, se l'avesse saputo! Ma anche Remo ora è morto, anche se non beveva, giallo lo vidi di quel suo c…nchero al fegato, e poi, fff, via, lui e la motofalciatrice che gli scappò via nel campo e Zioner?co dietro a urlare, lui il Grande Balètta, che sua madre passò le linee per andargli a prendere la morosa e farlo sposare, che non ne poteva più, e si fecero le nozze (e c'ero anch'io), con le scatole americane che roba cosìbòna non se n'è più mangiata, e ora ha nipoti biondi biondi, che sembran tedeschi e girano ora loro il mondo, e chissà se ricordano il grande nonno, Re di tanti mestieri, figlio di quel Pepone cacciatore che tirava nella pippa e di quella Zelmira morta dopo di lui, a 94. E Ziar?na è morta, che era stata cameriera a Genova in casa di signori e organizzò il pranzo, e fece anche gli antipasti, che non s'erano mai visti (gli antipasti?!), e quello con l'organino che diceva i brindisi (di Grande Poesia: "Il giglio è bianco, la rosa è gialla, evviva il letto che stanotte balla") e dopo suonò, e Gigi, terzo fratello Lumière che faceva il cinema e le fotografie delle nozze, e dei battesimi, e delle cresime; dei funerali no, perché‚ quelle foto non le voleva nessuno, e tanti, troppi altri, e allora anche noi non le vogliamo, quelle foto, cosìstampate assieme alla Mala Capra di Nonnadèle, riposi in pace. Franco-Casari ha invece due capre bòne, che si chiamano Tirino e Cornetta; sono veri nomi da capre, nomi storici. Si chiamavano cosìtutte le capre che le hanno precedute nella famiglia, in una linea ininterrotta di successione che finisce lontano, l… dove la mente vacilla, a cercare di immaginare. Non si chiameranno cosìle capre a seguire, perché‚ verranno gli anni del Grande- Boom e del Grande-Esodo e non ci saranno più capre a cui dare un nome, e capre da badare, e orti da guardare che le capre non ci vadano, e il fiume rester… vuoto di capre e dei loro belati, e vuoto di vilegianti a fare il bagno, e vuoto di scarplini, e vuoto di pesci; pieno solo di plastiche biancheggianti come un tempo le ossa, fitto delle grandi v‚tiche che nessuno taglier… più per fare gli stropèlli, e pieno dei grandi farfanacci che, non più usati per tupare le Dighe, si seccheranno inutili al sole d'agosto. Tirino e Cornetta sono due capre piccole (non come quella di Nonnadèle che è grossa il doppio e ignorante per tre), bianche e grigie, con una corta barbetta; gentili come una capra può es- sere gentile. Franco-Casari le porta al fiume a pascolare una volta al giorno, passa dal Mulino e si va in Centrale, a pascolare le capre. Ci sono dei problemi da risolvere, perché‚ bisognerebbe stare a badarle, essendo che la capra, anche se gentile, ha in fondo all'animo certa riottosit… indipendente, e preferisce i germogli più teneri del seminato (come sono buoni i fagioli che s'arrampicano su per la frasca, o le tenere lattughe, e i cavoli, O tutto ciò che di commestibile c'è negli orti l? attorno!) alla foglia della v‚tica, saporita ma più villana, più agreste. Senza nominare quando (Dio ne scampi e liberi!) non ti vanno nella spagna fresca, che le ghiottone divorano come spensierati scialacuatori di avite eredit…, destinati a misera fine, e triste fine le attende, che ti si potrebbero ripresentare rincoglionite d…n'abbondante pasto e dai gas malefici che loro si sviluppano in pancia, gambe ridicolmente magre e ventre a pallone, sguardo fra lo scusarsi e mendicare salvezza, flebili belati di scusa e aiuto, ma noi ragazzi, che farci? Bisognava correre a cercare qualcuno esperto, che le liberasse da quella pienezza di bombole di pibigas, con imbuti o col coraggioso buco nella pancia, per farle liberare, spurgare, sfiatare, e vivere di poi, per gioia loro e della famiglia. E' proprio che non ci si può fidare: tu le lasci libere e dopo un po' che ti sei messo a fare qualcosa di interessante non le vedi più, ma se vai negli orti l… esse sono, e bisogna tirarle via a urla e pietrate e calci, e cosìvia per la giornata. Si Possono legare allora; se hai del filo del telefono america- no (e ne hai, perché‚ naturale cavezza e guinzaglio delle capre è il filo del telefono americano), le leghi a una pianta, e puoi dedicarti a svaghi e ozi più interessanti e proficui. Dopo un po' le capre hanno mangiato il mangiabile, a 360ø, e si lamentano, e bisognerebbe prendere e rilegarle da qualche altra parte, o cosìvorrebbero i grandi che ti mandano. Ma è invece bello, per esempio, mungerle, e tuffare il pane rubato dentro a una gavetta di latte zuccherato, o stare l? seduti sotto alla v‚tica a raccontarsi: i film, per esempio, "incomincia che si vede due che arrivano al fortino, un fortino tutto di leggno come un palancato, ma più fitto, con dentro i soldati, e questi arivano, a cavallo, e uno fa in tempo a dire solo Gerolamo... "Cos'è che dice?" "Gerolamo, che si capisce poi che è il capo di questi indiani Apasci, c'è gli Apasci che son cativi e c'è i Sceièn, che son bòni e stan coi bianchi e fan le guide... gli dicono dove devano andare, via... guardan le tracce, guardan per terra e ti san dire chi c'è pasato e quando... gli Apasci invece prima si vede che han tagliati i fili del telegrafo, s'arampican su 'sti pali ragazzi!... e tagliano i fili cosìal fortino non possan più trasmettere i mesaggi... comincia così." "Poi?" "Alora. Poi si vede questa carozza che ariva, che devono fare questo viaggio, con 'sta carozza. No una carozza come quella di Bugone..." "Quello, sarebbe 'n calesino..." "S? lo so. Per dire. Una carozza come le cori‚re d'adesso, ma più piccola, anche della Corierina, che alora ci viagiavano, sai le carozze dei film di caubòi..." "Quele carozze l?, 'nsomma..." "Quelle. C'è tutta 'sta gente, che deve partire, in cit…. Sai le cit… con le case di leggno, con le scritte in americano, coi cavalli che vanno in su e giù, e tutti con le pistole e i capèlli, 'nsomma." "Le citt… dei filmi di caubòi." "Quelle. E c'è alora il guidatore de la carozza, uno buffo, e grasso, che si chiama Buch..." "O cos'ha, il nome d'un cane?" "O m…?! Si chiama così, lo chiaman così, è 'n nome americano. A t‚ ti piacerebbe avere un nome americano?" "A m‚‚ mi va bene anche Franco. Ma se avessi un nome americano, che nome avrei? Frènk." "Non è mia detto che uno debba avere il nome che ha qui. A m‚ mi piacerebbe. Se avessi un nome americano mi piacerebbe Brazos Bill." "Bill va bene, ma 'sto Bravos, Bralos... o d'in dove lo sei andato a pescare?" "Brazos, no Bralos, o il ch‚ m'imbrali. Ho guardato su una cartina geografica che ciò, con l'America. E' il nome d'un fiume. Brazos Bill il Coiote è anche il nome d'uno che ci scrivo un libro, che poi te lo leggo." "Quando l'hai finito sie. Ma poi sto filme?" "'Nsomma lui è il guidatore, quello che sta davanti e tiene i cavalli, ci… il fucile l?, infilato l? vicino, e la pistola dentro al cinturone, sai quela pistola come quella "O Susanna" che ci…i t‚, ma con più colpi. Poi c'è una signora preggna, belina ma un po' ghi- gnosa, con un capelino buffo, in testa, una un po' superbiosa via, ma non perché‚ è preggna, sembra cosìdi suo..." "Antep…tica, via..." "S?, antipatica, ma anche perché‚‚ è la moglie d'un Uficiale, che deve andare a trovarlo; lui, 'st'Uficiale, è via, in quel'altra cit…, e deve nascere il bambino e lei va a farlo nascere o cosa..." "La moglie del Marisciallo non è superbiosa..." "Chi è? Non la conosco mia io." "O, è una che sta a Taviano..." "Ma guarda che un maresciallo non è mia un Uficiale..." "O come no? Non comanda i Carabinieri? E' mò un Uficiale, il Marisciallo..." "O no che non è Uficiale dav‚ra! Mio babbo, in guerra, era Uficiale, e li comandava, i marescialli, e i sergenti e tutto..." "M…?! Ma dav‚ra?" "O sie? Fidati, se te lo dico io che lo so." "Anche questa è nòva... alora? Poi?" Poi non vorete mia che ve lo raconti tutto, che ci vuole 'na ma... matinata, o il pomeriggio. Poi c'è un'altra cosa: veramente, noi si dice filme. E' che facciamo fatica a pronunciare una parola che fi- nisce con consonante, e ci appiccichiamo una vocale, di solito la e. cosìil film è filme, rum è rumme, punch è ponce (pl. ponci, dimin. poncino) e mia madre è Estere, anche se viene da Carpi, terra lontana dove loro le pronuncian s? le parole che finiscano per consonante. Comunque, chi fa i filmi è Gigi, nel cinema di Valdibura, e qualche volta, d'estate, sulla terrazza di casa sua, dove, contro al muro, ha dipinto un bel rettangolo bianco, e mette le file di sedie sulle mattonelle, e sopra, dove c'è anche la vidara dell'uva, ha steso una rete mimetica degli americani, per la guazza, perché‚ certe sere, anche d'estate, se il tempo è rinfrescato fa freddo. E' bello l?, c'è il bordo dell'aiuola, con le giorgine, e bisogna stare attenti che quei brutti mostri non le strappino, e in fondo il mugliago, che quando fanno bisogna stare attenti che quei brutti mostri non le mangino. Io, che sono un po' parente di Gigi, sono in posizione di terribile imbarazzo: entro gratis, ma mi piacerebbe partecipare come giustizia vorrebbe alle nefandezze sulle giorgine e alle spoliazioni del mugliago. Non fare la spia mi sembra il minimo, ma anche non vivere l'avventura in prima persona è doloroso. Mi fa sentire come vigliacco, come bambina, che se ne stanno tutte bòne bòne, loro, a guardare il filme, non schiamazzano, non si tirano addosso le bucce dei luvini, non mi- mano con lazzi sguaiati le scene d'amore che, incredibilmente, appaiono anche nel bel mezzo di un film di caubòi a quasi rovinare tutto, e sembra che di quel deprecabile e fracico sentimentalismo siano impregnate non solo le bimbe istesse che si riguardano quelle scene zitte zitte col viso in avanti e gli occhi sognolosi, ma il nostro eroe in persona! E dire, che fino a quel momento l?, se ne era mazati di indiani, se ne era; o di cativi, o di quello che era che doveva mazare. Ci si può consolare con un velutino, o un astro? E' chiaramente palliativo, sono fiori più piccoli, quasi rasoterra, uno allunga la mano e li tronca, ma non danno quella piena soddisfazione della giorgina che ha nella sua alta statura come implicita una sfida al temerario. La giorgina svetta, ti guarda in cagnesco, provoca, sobilla, istiga; la Maria-di-Gigi ha occhi penetranti e fissi nel'oscurit…, il cui orizzonte è punteggiato da cespi di giorgine fiorite. E' l? che l'abile audace deve agire, saper cogliere il momento propizio, e rapido e ratto avventarsi sullo stelo, sbarbare il tutto, e il tutto lanciare, terra e barbe e lombrighi compresi all'indietro, verso la terza e la quarta fila, dove possibilmente, vicino a legittima madre o nonna, sieda quella patozina che magari ti piace di più, fra le altre patòzze dei dintorni. E si urla, e la Maria-di-Gigi urla, classicamente: "Acid‚nta a voialtri brutti mostri!" e guarda naturalmente me con aria di rimprovero come a dire: "Non hai visto niente, e? Brutto mostro anca t?." Fu per questo, per allontanare sospetti di mancato coraggio o connivenza, che quando andammo quella notte a rubare le marene che la Maria-di-Gigi teneva sul davanzale della finestra, mi offrii volontario, per allontanare, con quel gesto, anni di spiacevoli sospetti. L'impresa non era difficile: bastava, dalla strada della Fanfani, saltare sul tetto del casotto che Gigi aveva fatto di fianco alla terrazza, per tenerci gli attrezzi e i con?glioli che si sentivano rumiciare nelle gabbie mentre guardavi il film dal tetto, piano piano, si arrivava fin quasi alla finestra, e bastava stendere una tavola o una scala o qualcosa per arrivarci pari pari. Ci arrivai infatti, pari pari, e me ne stavo tornando indietro col mio vaso (il più grosso) fra le braccia quando il tetto con rumore infernale mi si schiantò di sotto e precipitai fino alla cintola in un attimo di terrore e l? mi piantai, col mio vaso stretto fra le braccia, e l? mi trovò la Maria-di-Gigi che in una frazione di secondo aveva già bell'e spalancato la finestra e mi puntò contro quel suo dito ossu- to e urlò nella notte: "L?!" e aggiunse "Pròpria t?!" e non sapeva di rifare la storia (nilici sub sole) e di riurlare in quella notte un cesareo tu quoque mentre i complici si involavano e rimanevo l…, solo, a fronteggiare le terribili conseguenze che, di certo, sarebbero di poi occorse. Ma questa è cosa del tempo a venire, più avanti delle capre e dei racconti dei filmi fatti fra le v‚tiche, del tempo del cinema di Gigi in Valdibura o sulla terrazza fra le giorgine e il mugliago e sotto la vidaro di uva americana che, per il vero, raramente vidi matura. Per fare il filme ci vuole la pelicola, che è anche sinonimo di filme (domenica c'è 'n filme! equivale a domenica diamo na pelicola! e il tutto deve essere accompagnato da un movimento rotatorio da destra verso sinistra della mano destra con le dita stese a ventaglio. Mai, dico mai, che ci fosse un filme, o una pelicola, non degna di questo gesto di serena approvazione, da parte di Gigi, e, naturalmente, della dilui-Maria). La pelicola arriva col treno o con la cori‚ra, in certe scarole di metallo quadrate, legate da doppia cinghia di corda e rinforzate agli spigoli; arriva assieme a fascinose e desiderabili locandine, a volte perfino colorate, anche se il filme è rigorosamente in bianco e nero, e ai manifesti, un paio, tanto non ne servono di più. Uno si attacca fuori dal cinema, quando c'è la proiezione, uno dentro, per il prossimamente, che è anche un filme piccolo, di scorta, e fa vedere quello che ci sarà domenica prossima; è bello guardare anche quello, perché‚ è sempre qualcosa da guardare, per noi che di cose che si muovono su uno schermo ne guardiamo cosìpoche. qualcuno va a prendere la pelicola in stazione e si porta a casa e si guarda, senza proiettarla, si guarda solo la scatola, come se per magia il filme potesse dispiegarsi e raccontare se stesso davanti ai nostri occhi sbalorditi. C'è anche che a volte la pelicola non arriva, è in ritardo, e se non è arrivata col treno dal d“ riprova te pu- re con quello dal quattro, con tutto che alle otto e mezza si comincia e il mondo potrebbe crollare, e il filme non farsi, e anche se al Mulino continuano sereni le loro consuete operazioni, noi si vive attimi di panico perché‚ tutti abbiamo vago sentore che the show must go on a tutti i costi e noi cosa si proietta, se la pelicola non arriva, che cosa ci infili, dentro alla macchina? Ma qualcosa arrivò sempre, da infilarci, dentro alla macchina: magari non era proprio il filme annunciato, ma tanto un filme vale l'altro, e c'è sempre un'altra domenica, per vederlo, e un'altra domenica an- cora, e cosìvia, in un anno fatto di tante domeniche in cui il mondo dovrebbe essere un poco più allegro e leggero. La macchina, già, un mostro nero pieno di luci che si accende e ruggisce e sfiata e produce calore e macina l'incredibile meraviglia del filme. Di macchine ce ne sono tre, in assoluto. C'è la macchina che va per le strade, anche se ne passano poche, ora, da quando gli americani se ne andarono, con le loro Gip. Passare, qualcosa passa, ma sono per lo più cammi, ansimanti e rumorosi, molti residuo bellico, Trer… o D…gge, o ancora più antichi B.L. o O.M. Vanno carichi di non so cosa dalla Toscana all'Emilia e viceversa, e sono familiari, anche perché‚ da Carpi, nel giugno del '45, io e mia madre tornammo in Pavana proprio in camion, sul cassone di dietro, con un gruppo di partigiani che torliavano in Toscana; o quella volta, che il sig. Melotti, nostro vicino modenese, ci portò in Pavana per Natale perché‚ andava in Toscana, tutti e tre in gabina, e ci lasciò l? al bivio per il Mulino, proprio sotto alla casa dello zio di Giordano-Natta, quella casa che stava per bombare e precipitare. Cammi ce n'è: a volte è bello, d'inverno, stare sulla strada quando ghiaccia e vedere quando arrivano alla curva del Comune dove proprio la salita comincia a stricare e vedi che per un po' non vanno più n‚ avanti n‚ indietro, poi indietro ci vanno s?, e cominciano a scivolare piano piano spostandosi di lato verso valle e allora vedi il camionista che scende con balzo dalla gabina alto bestemmiando e corre dietro a gettare zeppe sotto le ruote, per fermarlo, e a volte è anche più bello perché‚ avviene che il camion si ribalta, di traverso per la strada, e ferma tutto e tutti peggio del muro, meno noi, che allora si andava a piedi, mia come adessa, che si va avanti e indietro in macchina da per tutto come i b?scheri o i furetti. A volte i cammi rompono i freni: quando arrivano verso Pavana, dopo tutte le curve e controcurve che ci sono da Pistoia alla Colina, su al pass?, poi dalla Colina in giù, dopo il Ponte, dove comincia il pari. Si rompono proprio verso la fine del tragitto, quando non ci sarebbe poi più tanto da lavorare di freno, e allora è una corsa buia e istantanea, perché‚ noi a piedi ci si mette mezz'ora, ma il camion senza freni ci metter… s? e no tre minuti. Non so perché‚ di solito accadessero di notte, queste cose. Forse una beffa di un destino vago che aveva fatto passare al camionista magari cinque anni di guerra abbastanza indenne, e lo aspettava l?, metti alla curva del'Iggiolina, e non voleva nessuno per la strada per giocarsela in due, lui, il destino mostro 'd gesù e il ca- mionista terrorizzato, e lo scherniava anche, facendogli fare tutte le curve e controcurve per inchiodarlo poi all'ultima maledetta, quella a gomito del Ponte, quando, per estrema illusione, a lui in gabina sembrava d'avercela fatta, ma la forza centrifuga lo prendeva per la coda e lo faceva fischiare giù oltre la spalletta del ponte e ruzzolare giù per la scarpata e finire in Reno, con tutto il carico rotolato per il grotto che il giorno dopo mani pazienti andavano a recuperare, come quel camion carico di soda che a ognuno ne toccò un pentolino, come quegli abitanti di certe piagge o isole che hanno quasi un diritto di recuperare ciò che il mare del naufragio risputa a terra. I cammi servono anche per attacarsi di dietro, con le biciclette, quando gli operai ritornano dalla Daldi di Porretta e allora nelle ore canoniche li vedi in attesa davanti ai canceli poi, appena il camion passa, c'è la rapida rincorsa e il gruppo si attacca a ciò che di attacabile un camion può avere e vedi il liofante o il rinoceronte che arriva a discreta velocit… con tutti gli uccellini aggrappati ai fianchi, perché‚ per fare la salita dal Ponte in su ci vogliono gambe che non tutti hanno. A volte, per mera crudelt… spregiosa o per vendetta alla strada infame il camionista inchioda di colpo e ci vuole tecnica consumata e grande esperienza per non finirci stampato sopra. Questo non si capisce; si capisce na- turalmente di più se al camion gli dai dietro per arrampicarti sul cassone a buttare giù la frutta, d'estate, quando portano roba dall'Emilia verso la Toscana, i cocomeri, i meloni, l'uva e pesche spicche, roba che da noi non fa, o non ce n'è tanta. Si sa che in certi punti i cammi devono cambiare e rallentano, ed è l? che può prendere la rincorsa il più agile, il più sguillante, e noi dietro, perché‚ se quello riesce a guantarlo e a inerpicarsi allora comincia a buttare giù roba, e per la strada comincia a farsi strad?o di pesche gialle e di cocomeri rossi, perché‚ prendere al volo una cassetta di pesche o un cocomero lanciato da un camion in corsa non è mia facile subito. E allora si spataccano con suoni secchi di bomba lanciando schizzi e semi in tutte le direzioni, e se il camion non fa abbastanza rumore il guidatore sente e inchioda e chi c'è sopra rischia di saltare giù assieme ai cocomeri e fare la loro stessa fine; ma tutto questo è quasi leale, c'è una lotta ad armi pari, non come quando inchiodano coi ciclisti dietro. Sul camion ci si può anche saltare dal muretto, nei punti giusti; la tecnica era stata sperimentata al tempo dei tedeschi da Pace, quello che nel '46 o giù di l? si impiccò col filo del telefono americano; dalla finestra aperta lo si vedeva, ma sembrava che stesse leggendo il giornale. "Guarda Pace che legge il giornale" disse Fernando, e l? per l? la cosa non ci colp?, ma poi un po' lo leggeva troppo fermo, un po' questa storia di Pace e del giornale inconsciamente ci suonava storto, e allora Fernando andò a vedere e lo trovò così, ma non credo per il rimorso di avere svaligiato tanti cammi dei tedeschi, e di aver perso la roba quella volta che gli spararono dietro e fu costretto a lasciarla strascinata per il nostro campo. Il giorno dopo trovammo un mezzo bue e fu grande il dolore perché‚ era già pieno di vermi, un brulicare da cosmo in creazione affascinante e spaventoso. Un mezzo bue, e di carne, allora, non ce n'era mica poi tanta, e tutta l?, gratis, nel campo, il ch‚ la fa diventare automaticamente roba tua, come di ciliegia sul ramo o di prataiolo fra l'erba; Ziar?na quasi ci piangeva, su quel mezzo bue, anzi, forse non ricordo e pianse proprio, a lungo, e con soddisfazione, perché‚ poi anche di soddisfazioni tante non ce n'erano, e si prendevano dove si poteva. A prendersi soddisfazioni ci van quei ragazzi più grandi, di et… fra i 18 e i 20, sulla macchina di Leo, una cosa mostruosa e lunga che ce ne stan dentro anche 15, chissà cos'era. Leo è l'autista ufficiale, già bolognese perché‚ sta di l… dal Ponte, con una faccia tutta naso e bocca e denti, e dice spesso: "Mi i sarò brutto, ma i son po' tanto simp…ttego!" e fa queste smacchinate piene di ragazzi e li porta a casino, a Pistoia o a Bologna. Non che da noi non ci sia, e ce n'è uno, di posti, che ci si fermano certe file di cammi! Ci va Presi, il Profesore, quello che d'estate d… anche delle ripetizioni perché‚ è stato nei preti e la sa lunga, sul latino e anche l'inglese, e gira con quel suo giradischi a manovella e una sborsatina di 75 giri pieni di tango, che a lui piacciono, e dice con quella sua vocina flebile: "E' 'n tango!" con lo stesso gesto che fa Gigi quando parla dei suoi filmi. E si racconta di orge incredibili, che ci fanno sognare, con marsala versato addosso a queste donne gnude e leccato l… dove non si può dire. O anche la Paiara, in quella sua casetta dove si ridusse a starci senza acqua corrente e vetri alle finestre e i topi che le facevano compagnia, nelle notti d'inverno quando il freddo diceva davvero, a fa freddo anche adessa col riscaldamento, e forse delirio e freddo si confondevano e memorie e chissà cosa in quella povera testa svanita, che la fa canterina quando il tempo cambia che altro che la TV e le sue previsioni, perché‚ la Paiara ci prende s?, ci prende. Certo non è più roba fina, anche se pare che lo sia stata, la figlia di Paiaro matto e scarplin, un colosso che dicono fosse il migliore nel suo mestiere, se solo avesse avuto la testa a posto. Sposò la figlia di un maresciallo di citt…, e forse l? qualcosa cominciò a non funzionare, o chissà , Lui che si era fatto quella casetta tutta di sasso verso la diga, e la dovette vendere per debiti. Lui che ha fatto il monumento ai caduti di Pavana, una stele d'arenaria e marmo che c'è ancora in piazza. Lui che fece il monumento funebre al povero figlio della sua povera figlia, avuto da un americano e morto subito, por?no. Passava, il grande Paiaro detto anche Don-Don, con una zappa tenuta sulle spalle e retta da mani giganti che di fronte al Mulino mettevano fuori le corna come lumaghe, per sprègio, e scoreggiava, per schèrnia, e arrivava al Pozòne del Pontaccio con tutte quelle vilegianti che prendevano il sole e l? si calava le braghe e la faceva e tutte quelle che scappavano via. Un giorno, al Mulino, arrivò la mamma del pòro Marcello e disse alla mia: "Ha mai visto una donna picchiare un òmo?" e si mise ad aspettare, seduta sul muretto, lei Nativi che era anche cugina bòna, di quel Paiaro Nativi. Quando Paiaro arrivò, dal suo campetto di l… da l'acqua, lei prese d'in terra un sasso e gli si parò sotto; quello andava, con le sue mani cornute e le sue scoregge, prepotente e cattivo col mondo, che forse gliene aveva fatte davvero, o forse matto proprio di suo, e per questo aveva minacciato o cazotato il babbo del pòro Marcello, perché‚ si era permesso di passare nel suo. Gli si parò contro e senza dir niente gli sparò questa pietra sulla fronte, e lui lasciò le mani e la zappa e cadde per terra e lei sopra, e giù sasate, che lui pisciava sangue come una fontana e ci volle Zioner?co a tirargliela via di sopra, e Zioner?co allora era ancora abbastanza giovane e la mina gli aveva fatto un torace e due braccia che ne alzava e ne spostava di pesi, anche un sacco da un quintale a due mani, ma disse che aveva fatto proprio una gran fatica a spostare la donna dal sasso in mano, vendicatrice del marito. Ma era una mattinata di sangue perché‚ prima due gal‚tti ci avevano messo due ore ad ammazzarsi a becco e speroni, da dietro nel pollaio fin su dove comincia lo stradone di fianco al pozzo, sotto al cèrniolo. Lo portarono in casa e quelle donne lo medicarono, lo lavarono, lo disinfettarono, lo fasciarono, lui mansueto, fattosi agnello, che mormorava: "Grazie grazie bòna gente, grazie, grazie" e il giorno dopo ripassò sfasciato e baldante, lui, le sue mani a capra e le sue scoregge, come prima, come sempre. Si era messo un giorno in mezzo alla strada per Taviano con un picco fra le mani, e fermò tutto il traffico che non ce n'era tanto come adesso ma c'era, e, c'erano cammi di sopra e di sotto, sbalorditi e incerti i camionisti di fronte al gigante folle e irato per certe sue misteriose e profonde ragioni, col suo picco brandito per aria come una bandiera rivoluzionaria. Arrivò Tontino, che era stradino dell'ANAS, quello che impiegava una mattina a cercare di fare la riga bianca in mezzo alla strada nella curva del Comune e a litigare coi camionisti che ci passavano sopra. Arrivò Tontino dell'A- NAS, quello che allora, prima di fare il voto, tirava tre madonne a parola, e diceva un "in grande stile" ogni due, e Tontino non era neanche la met… di Paiaro ma era uno che si caricava sulle spalle anche un quintale di fascine, quando veniva a portare per noi, a òpra. Arrivò col badile dell'ANAS e la divisa da stradino, il ch‚ gli dava come un'aria di Pubblico Ufficiale Responsabile della strada e della sua libera circolazione. Gli arrivò sotto, sfilando davanti ai camionisti ammutoliti, alzò il badile e disse: "Ti t's‚ matto, ma i son matto anca mi, at‚nto", e le misteriose ragioni di Paiaro svanirono o si fece luce nella sua testa matta: abbassò il suo picco, se lo mise sulle spalle e via che se ne andò, pare senza neanche le mani a corna. Scoregiare, quello s?, ma credo ormai che non se ne rendesse nemmeno conto. E ora se ne sono andati davvero tutti e due, Paiaro al Don-Don matto in un letto del manicomio di Lucca e Peppe-Tontino, grande lavoratore, che sapeva dire sotto quale castagno era stato concepito suo figlio più grande, come tanti di qua d'altra parte, che quando aveva un bicchiere in più cantava gli stornelli con Ziocor…do, accompagnandosi con un ombrello, grande lavoratore e cacciatore e stradino, che un c…nchero ha cancellato, lui e la sfilarata di tordi allo spiedo che quella sera si mangiarono; e anche Ziocor…do, gli è andato a tenere compagnia. C'è ancora invece la Paiara, che non esercita più a Pistoia, o a Montecatini, o a Viareggio, o in altri posti eleganti e va avanti e indietro 100 volte al giorno da Pavana alla Venturina, e vive di caffè e di sigarette, e parla da sola vestita di tracce e di ricordi, in pelliccia anche d'estate, e va su e giù su e giù per quel chilometro di strada, fumando e parlando. Pace, pace, Almina la Paiara, pace alla tua susina ingargagnata e ai tuoi deliri; ti venivano a trovare, di notte, perché‚ un po' si vergognavano, quei ragazzi più grandi con qualche dolcetto o una cioccolata, come andavano a trovare la C…-Cura, o la Fran- cesina, quella che sua madre era stata tanto all'estero che parlava francese e tedesco che bisognava sentirla, e l'altra che è rimasta vedova e s'è risposata in chiesa, e ora, giustamente, è sempre a messa. Il paese non rifiuta, non scarta, non emargina, e poi tutti son parenti di tutti. Non si vergognava il Frate, quando andava di notte a trovare la Paiara, gonfio di vino e di frasi in latino e in tedesco, lui che era stato nei preti e a lavorare in Germania, e aveva anche sposato una tedesca, che poi gli era scappata via, lui che durante la guerra aveva fatto l'interprete per i tognini, e quando era sobrio (non spesso, però) portava anche lui un quintale di fascine sulle spalle e come piastrellista non ce n'erano altri. Arrivava di notte e si sentiva mormorare: "V‚rame, Almina, ch'i t'ho port… la mortadella ch'a t'piaige tanto!" ma raramente, in vero, lei apriva. E ora anche il Frate non c'è più, e la cirrosi l'ha stroncato, e c'è rimasta invece Almina la Paiara col suo andar su e giù inverno e estate per la strada, con chissà quali ricordi e pensieri e previsioni del tempo e topi che, dice, ce n'è uno che è tutta la faccia di Giordano-Natta; cosa, però, non facile da credere. Ma inventa. Una volta, in treno, tornando da Pistoia, incontrò mia madre nello scompartimento e senza neanche il buon giorno le disse: "Ma lo sa, signora, che sono stata la segretaria del Duce?" e tutti nello scompartimento sobbalzarono e si apprestarono golosamente a seguire una conversazione che avrebbe ammazzato la noia di tutte quelle gallerie ma la Paiara ammutol?, dopo la rivelazione, e ogni attesa fu inutile. Quei ragazzi più grandi, quando hanno quattrini in tasca e Leo è a disposizione, vanno a Pistoia o a Bologna, perché‚ tanto anche se son quasi tutti fidanzati quelle patòzze son proprio brave patozine e non te la dan mia subito, e ci vuole il matrimonio da don Quinto e il pranzo di nozze regolare e il viaggio se c'è e tutto il resto, ora che, dopo la guerra, son diventati sofistici. Le sentiamo, le loro avventure, noi ragazzi più giovani, alla domenica mattina, di fronte alla chiesa, per la messa delle undici. Le messe alla domenica sono due, quella delle sette, e ci va Ziaterèsa e Nonnamab?lia, e quella delle undici, che ci va Ziar?na. Zioner?co non ci va, solo per Natale, Pasqua e Santafilomèna (ora pro nobis), perché‚ lui è stato socialista e coi preti un poco ce l'ha, soprattutto da quando don Quinto gli ha preso il Dopolavoro per farci la maglieria, che don Quinto di queste idee ne ha tante, e ha fatto il laboratorio in quel locale nostro dove prima c'era il Dopolavoro e poi ci fecero subito dopo la guerra la Casa del Popolo, Palmiro-Paride e quegli altri compaggni, e poi don Quinto ci fece il laboratorio della maglieria, con tutte quelle patòzze che ci lavoravano dentro e, d'inverno, il tubo della stufa che usciva dal vetro tagliato per il tondo e il fumo che ancora annerisce il muro; con quelle bimbe che ascoltavano alla radio Giorgio Consolini e si affacciavano sul cortile e gridavano: "Corete, che canta Giorgio Consolini!" e le figlie della ma‚stra uscivano in cortile ad ascoltarselo, lui e Togliani e tutti gli altri di quegli anni. Il laboratorio poi fall?, e Zioner?co deve ancora tirare i soldi; poi in paese non gli piace tanto andare, dopo che (pare) i fascisti bruciarono la falegnameria di Archide suo cognato che era nel nostro stallaggio, e ci sono ancora i travi bruciati, e Archide prese su e se ne andò emigrato in Francia, a Antibo, a fare il falegname l…; quell'Archide morto a 96, che a 94 era ancora vispo, e un giorno nella bot‚ga di Nino-Gocchia, bevendo un po' di vin santo che Nino ci aveva offerto, sorseggiò e disse, così, pianamente: "I m'arcordo che 'na volta i chiap… 'na ciucca 'd Visanto... (pausa)... i ero st… a balare a Pistoiia... a p‚ (30 chilometri)... i chiap…' na balla ch'in ‚ro più bò ed tornare a c…... (pausa, risolino) ...‚‚‚‚, i n'avevo gnanche vint'anni." Noi allora ci facemmo il conto e scoprimmo che ci avevano appena raccontato di una sbornia dell'800, di una scimmia di un altro secolo, e l'avvenimento venne compiutamente festeggiato. Io alla messa ci vado con Ziar?na, quella delle undici; ci sono anche tutti quanti, a quella messa. Da piccoli alla messa si entra subito, si va nel banco, ci si alza o ci si inginocchia quando si deve, si guarda un po' in qua un po' in l…, quei ragazzi che la servo- no, Franco-Casari o Narifatti o il pòro Marcello o chi ci sia, si guarda il buco misterioso del confessionale, la grandezza spropositata dell'architettura che ora sembra cosìpiccola, lo stendardo di Santafilomèna (ora pro nobis) che ora non viene più portata in processione la domenica d'agosto della Festa perché‚ ci han detto che Santafilomèna non è mai esistita, e ora la Patrona di Pavana è Santa Maria, che quella, a dire, non dovrebbero togliercela, ma in chiesa lo stendardo c'è rimasto, con quella sua bella faccia liscia e antica, anche se non vede più le nostre strade lungo la prociscione, con don Quinto che canta e le priore coi ceri e Tontino con la grande croce del Cristo assicurata nella tasca di cuoio sul grembo e davanti Narifatti e Giordano-Natta coi lanternoni a bacchiare le noci dagli alberi mentre si cammina. Alla messa, da più grandi, ci si va da soli; c'è la camicia bianca, perché‚ di domenica ci vuole la camicia bianca, o sennò che domenica è? Si arriva e ci si mette davanti al portone, sul sagrato, dove c'è quella croce che rappresenta il Sinai, quella che hanno rimesso tre anni fa e per due volte, di notte, sono venuti con la motosega e l'hanno tranciata giù. Si sta l? e si aspetta dopo la predica, perché‚, come si sa, la messa è buona fino a prima dell'elevazione, e non è virile entrare assieme a quelle donne. Noi stiamo l?, con le nostre camicie bianche, e i più vecchi raccontano. Ci sono tutti: Franco- Pitto, e Franco d'Angiulla, e Franco Betini, e Franco Presi, e Franco-Casari, e tutti i Franco che Iddio istesso ha messo sulla terra, me compreso, e Carlino dal Mac'laiio, e Maurino, e Fernando che però a troia non ci va, e si sente raccontare delle robe, tipo: "Ma lo sapete ragazzi che m'è venuto viola a forza di trombare!" e noi, più piccoli, si ascolta e si fa tesoro, e s'impara e si sogna, noi ancora freschi del gioco del dottore sotto a quelle v‚tiche, nel fiume, quando allentavi coi ditini tuoi di mamma bella quei tre automatici del pagliaccetto e poi, con lo stecchino, zac, la punturina, su quelle chiappette rotonde e su quei passerini implumi ancora, che ti avrebbero fatto molcere di desiderio, al ricordo, appena un poco più grande, pensando, quando le vedevi, che tanto implumi non eran più, e cosìpiene di succhi e di gemiti e di forza naturale, come le grandi v‚tiche sotto le quali ci arpiatavamo e che, dopo l'inverno, coprivano di verde improvviso e quasi angosciante tutti gli anfratti delle sponde del fiume, assieme ai farfanacci e all'acqua che le gelate e le nevi avevano rinno- vellato. Quando andammo in gita a Genova, nel '52, quei ragazzi ci andarono perché‚ volevan provare un casino che non fosse di quelli soliti, ma un po' più esotico; io ci andai perché‚ era la seconda incredibile occasione di quell'anno per vedere il mare. Ziar?na mi ci portò perché‚ lei a Genova ci aveva lavorato degli anni come cameriera, anni di sogno e di civilt… lontano dai monti, con le sorelle, dal Commendator Sassola, nome carico di significati inspiegabili, quasi un Presidente o un Principe del Regno, in quella casa in piazza Umberto Primo, che ora si chiama Matteotti. 9. Zia Caterina, sempre chiamata Rina (con qualche rara eccezione per un confidenziale o scherzoso C…ttara, ma forse se avessi sentito Caterina mi sarebbe sembrata un'altra) era nata alla Casa Nuova, o Canòva, assieme alle tre sorelle Zelmira, Nunziata, Maria. La Canòva si chiamava così, diceva: "perché‚ l'aveva costruita mio padre, che prima non c'era niente, della macchia; mio padre aveva questa terra, era della sua famiglia, che si chiamava Masotti, non mia mamma che era Ugolini, che dice si potrebbe anche discendere dal Conte Ugolino della Gherardesca, un Signore toscano che fu chiuso in una torre. I suoi nemici lo avevano rinchiuso in una torre per farlo morir di fame assieme ai suoi figli, e lui se li mangiò. AVeva fame e se li mangiò." "O come Zia se li mangiò?!" "I polli, non te lo so mia dire io come se li mangiò, non c'ero mica io, ma dice che se li mangiò" e l'improbabile di- scendenza terminava in questa torre, una via di mezzo fra le torrette colombarie e il mozzicone della torre di guardia di Sambuca, il tesoro della sua supposta Regina Selvaggia, mai veramente regina, nascosto sepolto sotto un pero, una chioccia coi pulcini d'oro, una Teodolinda del 1300, e il Castello maremmano dove si consuma la fedele Pia, ingiustamente carcerata. "Al tempo che dei Guelfi e Ghibellini/repubbhche a quei tempi costumava..." cosìcome cantata dalle ottave di GiusFppe Moroni, detto "il N?ccheri, poeta illetterato". "Termino il canto e chiudo i versi miei/della dolente Pia de' Tolomei." E si sembrava tutti un po' cugini, di questa gente. "Quando mio babbo volse prender moglie, aveva questa terra, e si fece la casa, se l'è costruita proprio lui." La Canòva è di sasso calastro, non di pietra serena come quelle di Pavana, perché‚ di qua dal fiume la terra e i sassi e la vegetazione sono diversi. Sul davanti, a est, a monte, ha l'aia dove battevano il grano, in tempo di guerra tornarono a batterlo ancora con la pietra trainata dai buoi, come prima delle trebbiatrici; a destra ha la porta d'ingresso che d… nel fumoso locale della cucina, a sinistra si apre la porta del fienile. Sotto, ad un piano di dislivello, la stalla, e un'ala più moderna, buona, che immaginerai voluta dalle figlie grandi e a servizio a Genova, piena di ricordi e fanfaluche, l'oleografia delle varie et… dell'uomo, giochi e oggetti misteriosi e desiderabili. Ricordi di cameriere e fantesche nella maravigliosa citt…. Sopra, al secondo piano, una serie di piccole camere da letto. Di fronte Pavana, in basso il fiume e più lontano il territorio bolognese, le Capanne, Granaglione e Lustrola. Il terreno della Casa Nuova confina, per certi tratti, con quello della casetta del Pian del Cèrro, di mia nonna Amab?lia, più verso nord va in altri campi, terra di grano, fossi, stròzghi e marughi. "Allora qua attorno c'era tutto cèro, e spini, e mio babbo dovette segare tutte queste piante, poi sbarbare tutti i ciocchi, poi fare lo scasso, che dice che portò via tanti di quei sassi che c'era più masg‚re che tèra, da coltivare. Ma banbi, alora lavoravano sa', e poche storie, da la matina a la sera da la sera a la matina, che è venuto fuori un bel poderino, vite, perché‚ di qua ci batte il sole, mia come in Pavana, che è tutta a basgio, e ciliegi e grano che un anno ne abbiam batuti..." e il ricordo si perde nell'esatto conteggio del numero dei quintali o dei sacchi, cifre iperboliche, mai forse visto, nella storia umana dei cereali, tali quantit…. Ma lei non rimase a fare la contadina, e neanche le sorelle; passavano mediatori di servitù a raccogliere giovinette montanine per le citt…. Chiss… perché‚ fu Genova; molti erano già andati in Liguria a intrecciare panieri per i fiori, la strada sarà stata quella, e tutte e quattro andarono via, perché‚ il Commendator Sassòla, Grande di Spagna quasi a sentirlo dire, aveva la casa in citt… e quella della tarda primavera estate a B…rzoli, ora citt… anche quella ma allora lontano luogo di villeggiatura, con le domestiche vestite da domestiche, rigati stretti in vita con seni d'opulenza villereccia che sporgevano, i capelli raccolti alti a scoprire le nuche giovani, chissà che questo Commendator Sassola (probabile insignito della Giarrettiera o del Toson D'Oro) non le ab- bia inseguite e concupite, per le stanze di quei palazzi patrizi di una Genova che fu; e chissà chi è stata tentata o stava per cedere, alle voglie di ancilarit…. Ma la citt… in qualche modo evolve: Zia Rina portò con s‚ cappellini a cloche, o zanettine da passeggio, scarpette di vernice con cinturino sul cono del piede, che chissà come faceva ad arrivare a Pavana a messa con tutte quelle mote dei fossi invernali e primaverili che c'è dalla Canòva fino al Pontaccio. Se le sarà tolte, le sue scarpine da elegante spinaiòla. Anche i libri aveva portato Zia Rina, da Genova, Il Fiacre no 13, La portatrice di pane, com'è bello, quest'ultimo. "E' un uomo innamorato, ma cattivo, che ne combina di tutti i colori a 'sta povera donna, d… fòco a 'na fabbrica: o insomma, leggilo!" "Ma come finisce, finisce bene?" "S? che finisce bene, ma leggilo." Se ne devon macinare, di pagine, e di pomeriggi, e quante rabbie si devon mandare giù prima che le cose si mettano a posto, e i buoni, quelli per cui hai avuto tante angustie, alla fine vincano, e siano felici. Non sarà cosìanche nella vita, quella che in qualche modo si delinea, l… fuori, l… intorno? "E bambi, se ne patisce, di cose, a 'sto mondo. Ma lo sai che quando mi mor? mia madre, che sembrava me lo sentissi, all'improvviso moritte, sentii tanto un gran dolore che la mattina dopo, quando mi alzai, m'erano venuti tutti i capelli bianchi, da un giorno a l'altro!" Gli avvenimenti eccezionali dunque esistono, non sono materia solo da narrare nei libri, fantasie di autori; il più strano di tutti pensare però che i capelli abbia potuto averli neri, una volta, prima di quella morte improvvisa. Questi vecchi attorno sono cosìnati, difficile pensare che abbiano potuto avere un'infanzia come la tua, e cosìresteranno, ormai fissati per sempre in quella condizione nella quale tu li conosci, e, di certo, non scompariranno mai. Ma il più bello di tutti, da leggere, è "I misteri di Parigi", l? s? che ce n'è da leggere, di roba, e ne succedono, di cose. Quante mele mangiate in quei pomeriggi (di notte no, la notte si dorme, che bizzarria è, star l? con la luce acesa, a leggere) sopra tutte quelle pagine; quel libro è anche più bello dell'Uomo che ride, di quel ragazzo che lo rapiscono gli zingheri e gli tagliano la bocca, e lui è un nobile jnglese (come Tarzan, de le scimmie. O son tutti nobili inglesi?). E' difficile da capire tutto, quello, e si legge proprio perché‚ non c'è altro; od?o, c'è anche quella parte dove lui arriva nella camera da letto di quela donna mezza gnuda, e il pensiero un po' ti scombussola tutto, per fortuna che Zia Rina non l'ha letto, quello, l'hai trovato tu, doveva essere di tuo padre. Ma è meno bella senz'altro, come storia: certo, che se metti le mani su Tex Viller, o Sciusci…, o Il Piccolo Sceriffo, quelli li leggi più volentieri, vuoi mettere, altro che Montepin o Sue! Sciusci… l'han anche dato al cinema da Gigi, e siam corsi tutti, noi ragazzi, ma non si capisce mia, la storia sembra diversa, chiamarsi si chiama Sciusci…, ma non sembra mia lui, è 'na storia che deve forse ancora esser messa, nel giornalino, è un po' una delusione, anche se va bene lo stesso, prender su e andare in giù sempre con lei Zia Rina, quella che tiene i rapporti col Mondo Esterno. Zia Rina al sabato va a fare la spesa, e io dietro; a volte, di sabato mattina, al mercato a Por‚tta, e via, alla domenica c'è da aiutare la M‚ Maria al cinema o al ballo, vuoi che manchi? C'è da trebbiare alla Casanuova, o da aiutare qualcuno a vendemmiare verso Suviana, o la chiamano a curare un pranzo di nozze, o a fare le punture, a togliere il maldòcchio, a portare la verdura a questo o a quel vilegiante. E' con lei, che conosci il mondo, che il mondo stesso si conosce, in confini spesso impensati, o impensabili. Fino a Lustrola andò, a piedi, a cercare certi materassi che i tedeschi le avevano portato via, e qualcuno aveva detto potevano essere lassù. E io, mostro di cinque, dietro; all'andata ce la feci, è tornare che non mi reggevo in piedi e mi portò in braccio, e sa' che già allora non ero mia tanto lig‚ro. Unico lampo, di quel pomeriggio, già verso sera, un cannone americano nella piana, puntato verso un cielo luminoso e strisciato di lunghe nuvole alte, e quel cannone, per la prima volta, mi fece come paura. Lei sa affrontare anche le citt…, Modena, ad esempio, e la gira come se ci fosse sempre stata, pari in piedi alla Tombola di San Geminiano (non si pòle avere tutti Santa Filomena, ora pro nobis) mia come Nonna che quando viene ne ha quasi paura, e si rintana in casa; o Bologna, la Bologna dell'Istituto Ortopedico Rizzoli, primo viso a farsi vedere dopo due ore e mezzo di operazione a quel braccio fratturato, è lei che fa la notte e viene tutti i giorni, in treno, sempre con qualcosa da leggere ("Che gli piace tanto, a questo ragazzo, aaa se fosse per lui sarebbe sempre l? col libro o il giornalino in mano!"), o qualcosa di su da mangiare, o un'aranciata di quel chiosco appena sotto l'ospedale, una bottiglietta fatta ad arancia, belina, che se ne tenne una. E con lei ci alzammo in quell'alba strana, perché‚ non s'aveva chiuso occhio tutta la notte, un po' per l'emozione, un po' perché‚ sotto le finestre era arrivata una vecchia vagabonda e ubriacona, chissà chi era, che un po' cantava un po' si lamentava e non ci fu verso di mandarla via, neanche con un vaso d'orina in testa, si allontanava per un po' imprecando poi artornò! di nuovo, a lamentarsi e cantare. Ma ci alzammo e andammo a Bologna e prendemmo il nostro tram e su, al Rizzoli, a togliere i punti e a fare le lastre sperando che tutto si fosse messo a posto per bene. "Ma far… male?" "Un po' s? e, ma cosa vuoi che sia, per un òmo come t‚; pensa dopo che liberazione, anche solo gratarsi senza quei fèri da calza, per la schiena." Che freddo che c'era quel pomeriggio su al Camposanto, al trasporto. Ti fischiava attorno una neve cattiva e stizzita, e l'ultima rampetta della strada nuova era ghiacciat„ e non si stava in piedi, e anche la terra era dura che, mi disse Gice, una fatica così con quela tèra ghiacciata non l'aveva mai fatta. Da lassù si vede tutta la Chiesa, e le Logge e Pavana di sotto, la Diga col bacino e più in basso il fiume e in fondo i tetti ora rossi di tegole e non più qua e l… nereggianti di lastre del Mulino. Si vede anche tutta di l… da l'acqua, proprio di faccia. Che vuoi cridare? Hai imparato da tempo che le et… non restano fisse per sempre, tu cresci e loro calano, a uno a uno se ne vanno come certi tempi e certi odori e certe parole. Che cridi a fare, per farti vedere? Potranno capire che finita lei di quei vecchi non c'è rimasto più nessuno, e niente di quella casa, solo un po' di memoria che mastichi e rimastichi, presa e sballottata tutt'attorno dal tempo di adesso nel quale vivi, per stupire, forse, un giorno, anche tu come fece lei quel giorno, di quell'Ospedale nuovo e grando che han fatto, guarda t‚, mia a Bologna al Maggiore dove sei ma proprio lassù, a C… 'd Bondina. 10. Per dodici anni senza vedere il mare, poi quell'anno, due volte in fila, quando si dice. La prima volta fu di primavera, da Modena, in gita scolastica. Non avrei mai creduto mi ci mandassero, ma fu mia madre che non l'aveva mai visto e disse: "Ce lo mando, non deve fare come me, che non l'ho ancora visto e sono andata in treno per la prima volta che avevo diciott'anni!" Non so se fosse vera, questa storia del treno. Io in treno c'ero stato già prima, quando mi portò in Pavana la prima volta, e le poche volte che, dopo, andava a Modena a riscuotere il sussidio o quel che era di mio padre militare in Grecia; dopo la guerra no, perché‚ la linea era distrutta e anche la stazione della Venturina l'avevano centrata in pieno gli americani, quella giornata chiara d'agosto che venivano giù dalla Collina, gli apparecchi, che sembravan unti, tanto non c'era contraerea, e ce li vedemmo passare sopra alla testa, su nel campo, e si vedeva benissimo il disegno della stella sotto le ali e come mitragliavano e sembravano lacerare l'aria: mia a noi, tiravano al Ponte, quando ancora aveva le Palle dei Mèdici dalla parte toscana e le chiavi di S. Pietro e il Triregno dalla parte bolognese. Ma noi prendemmo la follia cieca del panico e cominciammo a correre giù per il campo, mia madre e Ziar?na e io, per mano, e giù per lo stradone verso il Mulino, poi uno dei tre prese col piede nella fos‚tta di scolo e ci librammo in aria e ruzzolammo a terra lungo quel grotto sotto al Murotondo, un triplo volo che fu anche bello a vedersi, per velocit… e grazia, ma non per Nonnamab?lia che era sulla porta del Mulino e gridò: "Madonnasanta li han presi!". Ma non tiravano a noi (gliene fregava bene, di noi) tiravano al Ponte, e lo presero sicuri e precisi nel mezzo, e beccarono la Stazione, che c'è rimasta, dopo, q.uella di lamiera per degli anni, un posto piccolo e semicurvo con la stufetta di ferro nel mezzo e una lampadina pendente dal soffitto, prima che la rifacessero nòva coi cessi nòvi coi muri pronti per essere coperti di scritte oscene e anche il giardino con le rose e la fontana. Noi, rialzati dal volo, sentimmo lo schianto subito dopo, e si vide il fumo alzarsi in cielo, e Ziar?na corse in giù, che ciaveva la Maria-di-Gigi sua sorella che stava a Casa Bonaiuti, e anche Ziap?na stava l? (bella forza! Ziocor…do è un Bonaiuti!) e correndo in giù incontrò una donna che piangeva disperata e gridò: "Ditemi cos'è successo!" e quella, con le mani nei ciuffi, folle di terrore: "Morti, son morti tutti, tutti!" "Madonnasanta!" pensò Ziar?na, ma non era vero, non era morto nessuno, anche il Capostazione che era corso sotto all'arcata della Galer?a del treno non s'era fatto niente, perché‚ quella Galer?a l? non l'avevano presa. Solo la stazione e la ferrovia, che una rotaia era volata dalla stazione duecento metri più sotto e s'era posata, con forza gentile, sulle due colonne del cancello della casa di Gigi romano, e l… ce l'han lasciata per degli anni. Poi l'arcata centrale, tranciata in pieno, con la gente che si guardava da una parte all'altra ed eran tornati come prima della Leopolda, toscani da una parte e bolognesi dall'altra. Bisognò aspettare gli americani, arrivati un mese dopo, che ci buttarono un Bailey; bravi bischeri Tanto a spendere per tirarlo giù, per spenderne altri per poterci passare, e peggio di prima. Ma loro, si sa, soldi non gli mancano! Cos?, quando mia madre dopo la Liberazione volle andare a Carpi a vedere che fine avevano fatto i suoi, perché‚ non si sapeva più niente di nessuno, loro di l…, noi di qua dalla Gotica con tutto che Marzabotto è a meno di 30 km., trovammo un passaggio su una Gip di due dottori brasil‚ri che andavano in giù, che è verso Nord, ma noi si dice in giù, e ci lasciarono a Modena sullo stradone per Carpi, con mia madre che diceva: "Quante volte l'ho fatta, in bicicletta!" e trovammo un carro che ci diede un passaggio, e più avanti, in bicicletta, non trovammo Ziaz?ta sua sorella che veniva da Milano? Anche lei per vedere che fine avevano fatto i suoi, poi per tornare a Carpi, perché‚ nel frattempo era rimasta vedova di questo ignoto Ziorom…no Marchetto veneto, che lavorava alla Caproni, fabbrica di apparecchi; uomo mi- sterioso di cui è rimasta questa foto, capelli stirati all'indietro, sorriso mite, la Zita con cappello a grande visiera rialzata, e attorno si indovina lei, Milano, terribile citt… in qualche sconosciuto posto sito nella direzione che indica, almeno per un tratto, fiume Reno. Era Giugno. Mi fecero quella foto col bolerino di velluto e i capelli biondicci con la molletta, Foto lotti, in quella casa vicino a Carpi con la chiusa del canale. Ma Carpi era triste, ed era triste quella casa con tante famiglie e tanti piani e tante scale, con un cortile umido e muffoso e non prati e non fiume e non boschi, atorno. Con quel cesso col buco e quell'odore di ammoniaca nel quale andava tutta la gente del piano, altre due famiglie. Non che al Mulino fosse meglio, ma almeno si poteva andare nel fiume, vuoi mettere. Nonnalda mi fece un uovo, col burro, e senza formaggio. O che uovo è? E l'olio, non ce l'avete? E il formaggio di pecora, un po' stagionato, neanche quello? O in che mondo siamo? E il pane, dico il pane, quei cornini secchi secchi, che si spaccano con un tac stizzoso. Datemi una bella fetta di pagnotta, datemi. Poi non c'è piante, e ora è giugno e fanno le prime ciliege e bisognerebbe andarle a comperare, come bisogna andare a comperare tutto: ogni giorno qualcuno esce e va a fare la spesa. Tutti i giorni? Tutti i giorni, un etto qua, due etti l…, così, tutti i giorni. Si va mò invece al Sabato, si va in giù e si compra dal mac'laiio la carne per il brodo del giorno dopo, da mangiare con le tagliatelle fine-fine, e dopo c'è il lesso; a volte si compera il sale, ma tanto, quello grosso che poi per farlo fino si mette sul tagliere e ci si passa sopra con la bottiglia, e sta a riposare nella grande salera di legno appesa sotto alla rastrelliera dei cuverchi, gli stessi cuverchi che Ziaterèsa, quella sera che entrò a vele spiegate in arteriosclerosi, si mise assorta a misurare con un pezzo di filo preso da una tasca del grembio. Quando domandarono cosa stesse facendo, rispondeva con aria un po' misteriosa: "I a l' so mimmi!" e capirono che se ne era ita con la testa, la povera zitella solt‚ra che andava ogni tanto ad Abano a fare i fanghi, e aveva la stanza singola in fondo al corridoio, sopra al bottaccio, coi muri un po' corrosi dall'umidità e le statuine di gesso lucchesi (garzoncelli e amorini) sul piano di marmo del comò. A volte comprare si compra, si comprano, per esempio, cose di raffinato esotismo, le acciughe salate, o il tonno, da quelle latte rosso blu e oro piene di nomi lontani e fascinosi. Ma la frutta, o la verdura o le òva, o un polo? L'olio ce lo portano i toscani, e noi gli si d… della farina. Il vino nero lo portano i toscani, e noi gli si d… della farina, perché‚ la farina ce l'abbiamo, vedrai che chi macina la farina ce l'ha, e quella di granturco, e quella di castaggne, e i polli c'è pieno nel pollaio dietro a casa, e ci sono due staletti di con?glioli, e c'è lo staletto del maiale, che si amazza a gennaio, dopo Natale, dopo l'anno, verso l'Epifania, e su nella stalla del campo ci sono le mucche, e attorno a casa ci sono gli orti, con le patate, i zuchini, i fagioli dalla frasca e non, e i pomodori, e i cèli (che però a me non piacciono) e insalata, cipolle, che non c'è niente di meglio d'estate che tagliare due fette di spalla e farsi un'insalatona mista: si va nell'orto e si prende cipolla e insalata e pomodoro e si mette tutto assieme. Lo fa Nonnamab?lia o Ziar?na, e si chiama mangerino, e con acqua fresca del pozzo, o quella più bima del Docione o del Vivaio, mia come quella del rubinetto che vien sempre giù calda, in giugno. E in giugno c'è anche caldo, e si suda, ma non perché‚ si è camminato, diciamo si è andati a Piandalcèro, ma si suda in casa, senza far niente. E le mucche ci danno il latte fresco tutte le mattine, e il formaggio quando Nonnamab?lia ha voglia di farlo, o se si vuol di pecora si d… della farina e ce lo portano. Ti portano anche, invece della molenda, delle paniere di fròle, quando fanno, o di pignatini. A Carpi c'è la P‚sca di S. Antonio, che in Pavana, per la verit…, non c'è. Alla sera si va in questa chiesa un po' fuori, bisogna sorbirsi il rosario ma dopo c'è la P‚sca: ci sono dei frati, tu gli dai una moneta e tiri dei biglieti di carta, con sopra dei numeri, e si vincono giochini, caramelline, leccornie mai viste dai colori sgargianti. Ma la P‚sca non vale certo tutto il resto; allora, quando si trovò quel camion di partigiani che tornavano in Toscana, via con loro, sul cassone dietro, e rivedemmo finalmente Pavana, e prendemmo la strada del Mulino che era verso sera, ma prima di tralummescuro, e al Pontaccio, dove il Mulino si vede proprio bene, dalla Madonina, c'era Nonna che veniva giù dal Piandalcèro, presa in pieno da un sole radente che sfiorava appena l'Alpe di Granaglione e colpiva pari quel grotto che c'è rimasto al posto della mulattiera che venne giù con la frana del '37, quella della Piena. Ziar?na era su un ciliegio sopra al pozzo, un ciliegio che ora non c'è più, un durone primaticcio che faceva queste ciliege strane e gialle, con Tontino sopra la pianta che aiutava ad arcatarle, e allora fui di nuovo a casa, anche con un vago senso che l'Eden era l? l? per essere perso di nuovo, e per periodi ben più lunghi e drammatici ma quella notte risentii il ruiare sommesso del fiume d'estate e, credo, mi addormentai felice. Non dormii invece quell'altra notte d'estate, vigilia di Genova e del suo mare Repubblicano e Marinaro; già ci si doveva alzar presto, perché‚ doveva essere 'na bella tirata, anche a star via quella notte, come dovevamo stare. L'alba ci accolse, Ziar?na e me, su per lo stradone, con la nostra sborsatina di provviste (si mangia al sacco, diceva Don Quinto. O che mangiare è, al sacco? Poi mi spiegarono che è come quando si va a fare la merendina, il luned? di Pasqua" con la roba dietro, le sportate di roba che ce n'è per tutti, soprattutto di butiglie. E alora dille chiare le cose, nòo?); poi la stessa alba ci corse dietro fin su al piazzale della Chiesa, dove c'era già il Torpedone blu, e tutti i gitanti festaioli e quei ragazzi in camicia bianca da domenica anche se era di sabato, tutta Pavana indomenicolata in giro per il mondo a far danno. E che aria tirasse lo fece capire subito Giordano-Natta, che non si era ancora arrivati a Taviano (1 km.) e si mise a cantare, tanto forse per far sentire a quei crochioni di Tavianesi che noi si andava via e loro no, la nota canzone: "A Marechiaro ci sta 'na famiglia dove fa la pip? la mia coniglia." e il mezzod? (a mezzodì a s'manghia!) ci trovò su una panchina di Chiavari, vicino a una fontana, e Ziar?na cominciò a tirar fuori dalla carta oleata e unta e il presciutto, e un con?gliolo arosto, e mi toccò la zampa, e mezza pagnotta di pane, e la braciadèlla gialla e sbriciolosa, e quel suo bicchierino di alluminio fatto di tanti cerchi concentrici che si tiravano in su e veniva fuori quasi un bicchiere vero, anche se un po' l'acqua colava; quel bicchiere era un po' al culmine dei miei sogni e desideri, e sarebbe stato veramente bello possederlo, ma: "O proprio non te lo dò, tanto lo sciupi o lo perdi" e non me lo diede, e chissà che fine ha fatto, ora. Desiderio frustrato: come di quella patozina più vecchia di me, bella davvero con quegli occhi verdi, morosa di quell'altro b?schero che poi la piantò, fotografia del suo viso fuori dal finestrino e il b?schero che dice: "cosa vuole ancora la mia morosa?", annoiato e stravaccato, col mare che sciaguattava e quell'odore di marcio salato e le barche che dondolavano piano, e Don Quinto che diceva, a qualcuno: "S?, in do' tu vvai? Le son cipolle." Solo ANNI dopo mi si palesò il vero significato della frase (cipolle), e il sottile whit che da essa promanava, ma l? per l?, guardando quegli occhi verdi con amor di dodicenne, non affer- rai e mi parve una bischerata (o, non che adesso...) e volsi la testa colmo d'amore frustrato e mi fermai a guardare quella gran meraviglia del mare. Il mare è poi come il bacino di Suviana, solo più largo e lungo, e c'è la rena, invece che la mota, per terra. Al mare, sulla spiaggia, ci sono anche sassini colorati, che nei primi momenti cominci a tirar su, ma dopo un po' ti stanchi, perché‚ ne hai già un paio di sbisacate piene, e capisci che non puoi trascorrere il resto della tua vita a tirar su sassini e vetrini limati dall'onda. Ci sono anche molluschi, che si chiamano conchiglie: si fa così, si va sulla spiaggia e si vedono le conchiglie. Dici: "Guarda, se ce n'è uuna!" Quello ti stupisce davvero, perché‚ a Suviana le conchiglie non fanno tanto, e allora tiri fuori il fazzoletto e cominci a mettercele dentro, poi te le metti in tasca e te le dimentichi. Dopo alcune ore senti una puzza di marcio che non hai sentito, peggio di quella volta che da un camion cadde un maiale e ruzzolò giù per la scarpata prima della diga, e rimase l? a putrefarsi tre metri sopra il viottolino, che quando andavi a nuotare su all'imbocco della Galer?a del Palone, prima di passare per di l? prendevi la rincorsa a naso chiuso e via. Peggio ancora di quel gatto morto dentro quel pezzo di tubo sotto la diga, che per fortuna guardavi dall'alto quando, passando disopra, era d'uopo raccattare da terra un paio di sassi e vedere se ci prendevi dentro, al tubo (Mai. Una volta, mi pare, Piero, ma ancora si vergogna, di quella culata), ma di sotto, vicino al tubo sotto la diga, non ci potevi quasi passare, anche se era quasi superiore alle tue forze resistere al desiderio di avvicinarsi per vedere il rincorrersi folle dei baghi che si inseguivano senza riposo sopra e addosso al povero micio morto e galleggiante. La puzza delle conchiglie è peggio perché‚ è traditora, perché‚ non te l'aspetti, che quelle cose bianche e striate contengano immondo animale capace di tanto fetore, acid‚nta a t‚, al mare, a l'acqua salata e a le conchiglie e a tutta la gente che se le mangia e ne va ghiotta! Ma intanto io raccoglievo conchiglie, ovviamente con le scarpe piene di rena, che t'entra dappertutto e te la ritrovi in un angolo di una tasca anche un mese dopo, nonostante te la sia ben scrollata di dosso, e sul torpedone istesso, e alla sera spogliandoti per andare a letto, e la mattina dopo rivestendoti quando sorti dal letto; fai una striscia di rena dovunque tu vada, che di Pollicini ne avrebbero trovati quindici, acid‚nta alla rena, al mare, alle conchiglie e tutto. Lui intanto, già scafato e smagato sui diciotto, mia come te, b?schero di dodici e raccoglitore di conchiglie, prima gli fa (a lei), dice: "O la mia morosa mi cerca sempre, non mi posso muovere d'un passo" (ella temeva che sarebbe andato a casino, con tutti quegli altri, come di poi fecero) e poi: "Vieni qua, via, che ti do un bacino", lui che poteva, a lei, alla splendente. Me la rividi, in quella corsia dello Spedale di Por‚tta, con la testa deformata e ingrossata da quel tumore Mostro della Madonna, grottesca e tragica, che mi venne incontro e mi disse: "Ma sai chi sono, mi riconosci ancora?" "E via, vuoi che non ti riconosca!" cosìda anni, lucida sempre, e doppiamente straziata e infelice. "Sai cosa vorrei?" mi disse "cos'è che desidero di più. Morire, vorrei, perché‚ Cristo o s'è dimenticato di me o mi vuol lasciar qui a farmi star male, non so perché‚. Cosa gli avrò mai fatto, io, a lui? Ma io voglio morire, perché‚ non ce la fo più." E mi parlava piano piano, calma calma, come se mi raccontasse di cosa le davano da mangiare, o che il tempo s'era rinfrescato. E io l? come un pistollo a dire: "Ma via, ma dai", vigliacco che non sapeva come fare, cosa dire, e non vedeva l'ora di trovare una scusa e scappare via. Ma allora era nei suoi sedici, non sapeva, non poteva immaginare; unico cruccio quel sentore di troia che aveva annusato fra le voglie e le mete dei maschi di diciotto/venti; c'era anche lei su quella cremagliera che ci portò che già rimbruniva su per boschetti vicino al Colle della Guardia, dove c'era una famosa Madonna, più miracolosa e benefica della Santa Filomena in persona (ora pro nobis). Non so se le chiesi il miracolo, alla Madonna, che, metti, la bella sognasse o cercasse di me, dodicenne goffo che Ziar?na prese a dormire con s‚ e la nipote nel reparto donne, nel sottotetto del Convento, perché‚ quei brutti mostri chissà cosa avrebbero combinato. Io, già storto perché‚ su quello che avrebbero combinato ci contavo proprio, dovetti anche andare in quei cessi pieni di donne che mi guardavano e dicevano: "Ma c'è un òmo!" T‚ chiamalo pur òmo quello che non pot‚ neanche tirarsi l'acqua addosso, farsi gli scherzi dei letti, fare (nel convento) a chi pisciava più lontano, bere l'iradid?o da tutte le butiglie delle provviste, e apparire trionfante, come fece Franco-Pitto, in mutande, sul cornicione dell'ultimo piano del convento, gridando forte all'indirizzo della nipote di mia Zia: "Rosanna, Rosanna" e accennando a lievi passi di danza, mettersi a cantare: "Samba, samba Samba alla fiorentina con lo stornello..." costringendo una suora a uscire nel cortile e a urlare, rivolta a quei tanti metri più in su: "Lei cosa fa, ma si rende conto di dov'è, venga via subito" e Don Quinto la mattina dopo dovette dire che una cosa cosìnon se la sarebbe mai aspettata, che Pavana s'era fatta conoscere da tutti i pellegrini d'Italia, che fate piangere le vostre madri (che piangevano dav‚ra!) mentre i craque o sei Franti l… in fondo facevan 'na fatica a star fermi e a fare le facce serie, ma 'na fatica, che difatti ogni tanto si sentivano gli sbruffi e per tenersi poi si misero a piangere anche loro, rossi per lo sforzo. Noi, i buoni, io poi, angelo coatto, potemmo andare a visitare l'Augustus, una nave con tutte le comodità, e anche qualcuna in più, dato che poi tutte quelle comodità l? dalle nostre parti non c'eran neanche in casa. Si guardava di qua e di l…, quegli ottoni lucidi, quelle gabine eleganti, quelle grandi sale, quei tappeti, quei cristalli, quei fiori, che sembrava la lettera di quell'amica di mia madre che fugg? giovinetta di casa per andare a conoscer la VITA a Milano e la famosa lettera cominciava: "Gente gente, fiori fiori, luci luci: ecco la mia cara e tanto sognata Milano!" Anche per noi era tutto un dirsi: "Hai visto? Che splendore, che magnificenza, che fasto!" Di tal genere, se non tali appunto, erano le nostre parole e poco diversi i nostri pensieri. Non facevamo confronti però, non pensavamo ai nostri tasselli di castagno imbiancati solo di tanti anni in tanti anni, e che acquistavano col tempo, come la carta di giornale ad arte traforata che faceva da centrino, quel bel colore dorato del fumo del camino; non paragonavamo le nostre scale di sasso, e le nostre forame di ferro, e l'acquaio di sasso senza acqua cor‚nte, e le nostre stanze da letto con l'uva appesa ai chiodi dei travi e le mele da inverno in un angolo, non invidiavamo, perché‚ la nostra era la realt…, e quelle curiosa anche se meravigliosa bizzarria, destinata a gente misteriosa e strana, non certo della nostra razza, come non invidieresti uno con due teste perché‚ ne ha una più di te. Tu sei la norma, quella è beffa di chissà quale natura vaga o essere di altro spazio e dimensione. L'Augustus era come un filme, e i filmi si sa, sono fantasie per sognare, come le storie d'amore di Bolero Filme o di Grandotèl che quelle patòzze leggono alle lacrime ma nessuna fugge per il mondo e quando si sposa lo fa con quello di Cadidano, o di T‚glia, o di Casabettini o di Cadmeng…iia e via andare. Anzi, ce ne fossero! E i reprobi? I reprobi andarono a casino, trombarono il trombabile, bevvero il bevibile, affittarono un motoscafo col quale fecero lunghe e spericolate evoluzioni attorno all'Augustus e tutti noi maschiotti ce li indicavamo a dito e loro s?, li invidiavamo, altro che la grande nave e le sue pompe, e si ripresentarono al Torpedone per la partenza briachi come embrici, con le camicie bianche tutte sporche di rossetto puttaniere, tanto perché‚ non ci fossero dubbi, e si misero rochi e avvinazzati e canterini nell'ultimo sedile in fondo (che, come si sa, è il sedil d'elezione dei reprobi da gita). Don Quinto disse al microfono sentite parole, e aggiunse: "C'è del marcio, l… in fondo" e in quella Danimarca dell'ultimo sedile ci furono bisbigli e risa sommesse, mentre patòzze inmorosate non erano certo felici e madri in gramaglie ebbero modo e tempo di piangere a loro bell'agio, prima che le familiari curve dei monti pavanesi contro la notte accogliessero tutti noi, ovviamente stanchi ma naturalmente felici per aver trascorso una cosìbella giornata. Anzi, due. 11. Il gabinetto si può chiamare in tanti modi; cesso per dirne una, o latrina, come dice Nonnamab?lia, o 'scite, o anche logo còmmodo, e questa non si capisce un gran ch‚, perché‚ comodo non è proprio per niente. Per averlo in casa si ha in casa, mia come di la da l'acqua che vanno nell'aldamaro o hanno una baracchina un po' distante da casa che d'estate non c'entri, dalle mosche e mosconi e tafani, e fosse il male di quelle, che non sai dove poggiare i piedi, se ti fai coraggio e c'entri. Anche gli americani, quando arrivarono, per prima cosa fecero quelle buche tutte in fila, e le riempirono di calce, poi attorno ci misero delle tende, ma diverse da quelle sotto alle quali dormivano, e ogni mattina dopo il rancio del caffè ci facevano la fila, davanti. Son buffi gli americani, con tutta la roba che ci…nno, poi fanno i cessi come quelli di l… da l'acqua. Anche in Pavana, una volta, vidi gente andare nell'aldamaro, nell'unica casa da contadini che c'è, che era poi quella dei miei nonni; andavo in su (era domenica mattina e andavo a messa) e vidi le due bimbette, le nipoti di quella Virgiggna imponente e seria, e che mor? quasi subito dopo la guerra, che la facevano l?, nella fos‚tta di scolo, con le loro gambine aperte e gli occhi grandi e un po' concentrati o vergognosi a guardare chi passava, e ora son donne fatte, e imponenti come la nonna, e non la farebbero più l? così, neanche in mezzo a un campo all'aperto. C'era anche Ziapèppa Sarda, mia Zia mia, della Ma‚stra, che dicevano la facesse in piedi, in cortile, d'in fra quelle sue sottanone marron e con quel suo fazzoletto in testa che si tirava sul viso, quando d'estate si sedeva a dormichiare su una s‚ggiola sotto al cedro, di fronte a casa. La storia era affascinante, e la verificammo un giorno, Piero-Blek e io, appena arrivati su, e mentre la salutavamo sentimmo un argentino ruscellare, proprio mentre si puliva le mani strusciandole su quel suo grembione grigio, per stringercele, e poi quando si allontanò per terra c'era l'inequivocabile pozzetta, e ne gioimmo a lungo; solo che quando lo andammo a raccontare in giro i vecchi ci canzonarono: "O alora?! Non facevan tutte così'na volta? Sta vedere che adessa portavan le mutande, d'estate! O chi ce le aveva, le mutande?!" e la cosa non fu cosìpiù tanto interessante, soprattutto dopo che Giordano-Natta la fece a scuola, nel cesso della scuola, non nel bugo, ma nel finestrino che dava in strada dopo tre piani, e mirò bene, che prese lo stradino che passava l? sotto, proprio sotto la finestrina del Comune-Scuola-Ambulatorio, quell'edificio giallo dove c'era scritto, in nero: "Noi sogniamo l'Italia romana" e non si capiva bene, cosa volesse dire, perché‚ di romani ne venivan su un paio d'estate, e allora non c'eran tanto simpatici. Sar… per quello che ogni tanto la cancellavano, e la scritta, testona, tornava a saltare fuori. Era una scritta del Duce, uomo di grande bellezza, perché‚ mia madre diceva ogni tanto, a me, nel suo dialetto di fuori: "Ti ‚‚ pio bèl dal Duce!" e anche uomo incazoso, perché‚ quando Ziomer?go urlava con Ziar?na per qualcosa questa diceva, in risposta: "'N te stare a fare tanto al Duce!" C'era ancora scritto, fuori dalla vecchia osteria della B‚bi, e su per tutta Pavana fino alla Chiesa: "W il Duce!", roba di quando c'erano i fascisti, ma prima della guerra, perché‚ dopo la guerra fascisti non ce n'eran più, e tutti eran democristiani o comunisti. Noi il cesso si ha in casa, è nella stessa stanza del forno, e c'è il vantaggio che d'inverno anche se il pane si fa una volta alla settimana (al gioved?) quel certo tepore viene trattenuto dai muri e non c'è il freddo che c'è nelle altre camere, ma per il resto ci vuole quel po' di coraggio, perché‚ è un buco di un metro per un metro, e c'è un muretto sollevato da terra con un ripiano di marmo, e in mezzo al ripiano un buco tondo che mette in diretta comunicazione attraverso ad uno spaventoso e imperscrutabile budello col Pozzonero medesimo, che quando ci vai si fa sentire, che è l? sotto, non passa inosservato, e c'è questo odore d'ammoniaca continua e peggio, quello di quando ogni tanto vuotano il Pozzonero appunto, quell'odore che ti strangolò quasi quella vol- ta a Carpi (ma l? era peggio) e lo vuotavano perché‚ a Nonnoprandi era caduta la dentiera dentro al buco e passarono un pomeriggio a vuotarlo per cercarla, e tutto fu inutile perché‚ non la trovarono mai più, e credo dovette ricomprarla nuova. Anche se c'è quel tepore che si diceva, il marmo, quando ti siedi, ti gelerebbe il culo facendoti passare un po' tutte le voglie che ti avrebbero spinto l? dentro: ci sarebbe la braciadèlla, che non è quel dolce che si mangia a S. Filomena, anche se la prima volta il nome ti ha illuso sebbene non si capisse cosa la tenessero nel cesso a fare, ma una cosa simile, di paglia, che si compra da Tiribitta, e sta appesa al muro dietro, sopra al buco, e già è dura prenderla in mano e tirarla giù per metterla attorno al buco, ma anche sedercisi sopra, tutta pisciolosa com'è! perché‚ non è che ne comprino una il giorno, o alla settimana, di braciadèlle. Anche su, nella casa di Pavana, ci sono i cessi col marmo e il buco, ma sono più belli, lunghi come dei corridoi col tasèllo di legno tutto imbiancato a calce, e in fondo il trono, col suo bel tappo di marmo che finisce in una lunga maniglia di ottone arricciolato. il cesso della casa di Pavana, dove d'estate vanno i vilegianti, è anch'esso in diretta comunicazione col Pozzonero, e forse anche con qualche misteriosa e sotterranea grotta che sarebbe fascinoso trovare ed esplorare, ma ci dev'essere dav‚ra, perché‚ Piero ed io abbiamo sperimentato che nei giorni di forte vento (di vento, non di tramontana) c'è una fresca corrente che sale intensa dagli abissi e non d… noia, anzi stimola e vellica. L'unica cosa è che quando si getta giù la carta igenica (perché‚ loro ci…nno la carta igenica, mia come al Mulino che adoperano la carta dei giornali degli americani) bisogna essere sveltissimi a buttar giù una broccata d'acqua e via svelti a tupare, sennò-o la carta, spinta dalla misteriosa corrente sotterranea, ti ritorna fuori e comincia a svolazzare con grazia e leggiadria. Ma è bello, e ci si può giocare anche per ore, e chiamare amici e parenti a vedere il fenomeno, come quella volta che c'era Paolo-Bugo cugino di Piero, e prima gli facemmo vedere il miracolo del volo poi ci allontanammo e lo chiudemmo dentro perché‚ c'erano due catenaccini, uno dentro e uno fòri, e sembrava da b?scheri o un insulto a un benevolo destino non approfittarne; lui cominciò a piangere che l'avevan chiuso al cesso, quel b?schero, e arrivò sua madre a liberarlo e noi, a scanso di equivoci, chiudemmo dentro anche lei e andammo al fiume e li tirarono fuori due ore dopo, e contenti non erano, anche se avevano potuto studiare il fenomeno a loro bell'agio, perché‚ ci si può divertire anche al cesso, volendo e sapendo. Per questo il più bello è quello che ha Ziar?na giù nella casa dove sta Gigi e la Maria di Gigi e la Rosanna: quello ha le piastrelle, e la vasca da bagno coi rubinetti per l'acqua calda e fredda, e il lavandino coi rubinetti, e il vater col grande sciacquone sopra e la catena di metallo che penzola e ternmina nella bianca eburnea manopola. Si tira, quella manopola, ma solo perché‚ è bello sentire il clac-clac che fa lassù in alto, tanto non c'è mia l'acqua cor‚nte, a Pavana non c'è, e anche l? ci vuole il bidoncino dell'acqua vicino al vater, e anche l? ci sono i giornali degli americani messi ben tagliati nel buco dove andrebbe il rotolo della carta igenica. Ma è bello stare l?, con le tue braghe calate, seduto ben bene e un giornalino in mano, e la Rosanna ne ha tanti, di giornalini, anche se sono quasi tutte storie d'amore, ma non si può avere tutto, e l? dentro ci staresti anche un pomeriggio. Anzi, se sai che devi andare in giù, la tieni, e appena arrivato dici: "Devo andare al gabinetto" e ti fai dare i giornali e ti metti li comodo a leggere e sorti solo quando ti urlano: "Ci fai i baghi l… dentro? Sorti o no?" allora devi uscire, a malincuore però, col sentore che le belle cose non possono sempre durare a lungo. Mia come il cesso di Carpi dove ci vanno tutte le famiglie del piano, e stai anche una settimana senza andarci. Non che quello del Mulino sia meglio, ma almeno è roba nostra. Potendo, se l'inverno non stricca molto, perché‚ è il gelo per lo più che ti costringe a quelle brevi sedute, neanche andarci, quasi. Ma se la neve copre tutto l? datorno, è giocoforza rinchiudersi l?, senza neanche leggere perché‚ non c'è luce, solo quella che filtra dalla lampadina a goccia della stanzina del forno. Sai t‚, leggere al cesso, s'è mai visto, come leggere a letto, grili di citt…, acid‚nta a' ragazzi, e chi li campa! Ma se è d'estate, t‚ vedrai che al cesso non c'entri. C'è tutto il fiume che ti attende, ricco di angoli quieti e ftondosi, freschi e mormoranti, sotto a un cesto di v‚tiche, vicino alla sussurrante acqua che scorre, dove l'erba è più folta, tra i farfanacci. Soluzioni estrose non mancano: Giordano-Natta aveva visto quella pianta di acquaiole in Centrale, e s'era tolto le scarpe e c'era andato in v‚tta, e mangia pur giù, t‚. Ma le acquaiole son traditore, ch‚ muovono il corpo. Allora si calò le braghe e si mise a cavallo d'un ramo a forcella, continuando a mangiare, che tanto diceva, fa: "Fa pur quello che vuoi ora, vedrai che più di tanto non mi prceoccupo" e continuava a metter dentro da una parte e a buttar fuori da quell'altra. Quando scese, contento e sano, s'accorse che s'era dimenticato le scarpe di sotto, e le aveva riempite le aveva, e dovette tornare in Pavana con due bach‚tti, uno per scarpa, e buttarle dentro alla vasca della fontana. Ma è un caso limite: nel fiume c'è tutta la pulizia e l'igiene possibile, e puoi anche appagare quel desiderio istintivo e naturale di voltarti a guardare quello che hai fatto, mia come quando scompare nella voragine del Pozzonero e roba tua si mescola con chissà cosa e chissà chi, l… sotto. L? no, ti volti e giudichi, e se è tempo di ciliege conti i bibbi, o le gussce di mela o quello che vuoi e ne trai giovamento. Anche, sapresti riconoscere a volte, se non roba tua, lo stile di altri, da tante che ne hai viste sparse per le v‚tiche del fiume, come di roba firmata; perché‚ non le copri, non le devi coprire, sennò corri di poi il rischio di biacarle, e non c'è niente di peggio, specie se hai le scarpe, perché‚ se sei scalzo basta andare nel fiume e le madonne la tiran via, ma con le scarpe?! O peggio, coi calzini, che ti si infila d'in fra tutti i bughi e buggetti e devi lavare per ore, senza neanche provare a portarle a casa, ch‚ se no non solo ti tocca lavare ma prendi anche del b?schero. Come quando ti tagli con quel cortelino che l'avevi tanto voluto e te l'avevan detto: "Stai at‚nto." cosìquando torni ed effondi lacrime ti dicono: "Giusto. Ma lo sai di cosa si nutre un cortelino? Di c?ccia di b?schero!" cosìti tieni il bruciore e la schèrnia. Int al fiumme non c'è tanto bisogno di carta, da giornale o igenica che sia, anche se ora vedi cose del genere e mormori, fra te e te: "Ma dove siamo arrivati?! La carta?! Int al fiumme!" C'è tante di quelle foglie, a volerne, e son più fresche, e più morbide, e più profumate, e più pulite. già le v‚tiche andrebbero bene, basta prenderne un rametto perché‚ son piccole. Giordano-Natta disse che le foglie di ciliegio van benissimo, ma non puoi mica tutte le volte arrampicarti lassù. Il meglio è i farfanacci, che fanno anche grandi come padelle, quando son belle grasse. E' che il farfanaccio a volte s'impolvera, allora lo passi e ripassi un paio di volte fra la corènte, e hai la tua bella foglia, larga e soffice, pronta per te. Anche i sassi van bene, quelli lisci lisci, tondi, un po' scaldati dal sole. Ma meglio di tutte è sedersi a pelo di cor‚nte su due sassi che fan da scranina: ti metti l?, coi tuoi piedi a bagno, e se il pomeriggio è afoso ti rinfreschi, e senti l'acqua che borbotta e biasciotta chissà cosa. Tiri qualche sasetto, che fa pluf poco lontano da te e in giro non c'è proprio nessuno. Alla fine non ti resta che chinarti un poco e lavarti. Altro che bagno, altro che carta! 12. Son buffe quelle vilegianti che si sdraiano sui sassi per fare la cura del sole; o cosa cura il sole? Ma già son feraresi e si sa. Certo ci vuole costanza, tanta e no poca: vengon giù dalla mattina presto, e si piazzano su quei sassi del Pozone e si mettono l? a pancia in su, e t‚ picchia; poi dopo mezz'ora si rigirano, a culo dritto, e si ungano di qua e di l… che è un piacere a vederle, che di quei butiglini gliene va uno al giorno, e con quei cappelli di paglia in testa e la ciccia che esce da tutte le parti di quei costumi da bagno dove la ciccia deve uscire, un po' sopra le tette, un po' giù di sotta al culo, e fra mezzo le cosce, che fanno la piegolina quasi ad accompagnare il Grande Sbruffo in fuori della susina, che sembra che ce n'abbian due. Mia che sia brutto da vedere, ce ne fosse. Allora hanno il giornale, Bolero, o Grandotèl, o (le più colte) il Giono Mondadori. Ma mia lo leggono, lo sfoglicchiano, qua e l…, con gli occhiali da sole che gli fan bici…ncola sul naso, e a t‚ ti guardano da sotta in su, come di noioso moscone l? per caso capitato; ma non per sprègio, che le feraresi son simpatiche e alla mano, e ci stanno allo sch‚rzo, ma perché‚ cosìè l'atteggiamento normale di chi fa la cura del sole. Anche le toscane, se è per questo, la fanno ma quelle meno aristocratiche, perché‚ quelle un po' un po' al fiume non le vedi mai, solo verso sera passeggiano e vanno al bar a prendere il gelato o la bibita, oppure si vestono con le braghe e gli scarponcini, le ciglia scomparse e segnate da un rigo di matita, e vanno a fare le passeggiate. Quelle toscane l? son sofistiche, e quando hanno le braghe sembra che il culo l'abbian venduto (le feraresi, quando si metton le braghe, perché‚ ce l'hanno anche loro, e quando se le mettono non devon rimpiangere neanche un centimetro di braga comprata, che le riempion tutte verod?o), quelle toscane che si diceva non le senti neanche tirare delle madonne. Per dire, perché‚ c'è delle toscane che quando chiamano Nini o Pipi a casa che si mangia ti fan anche paura, nere e pelose, dal gran che urlano. E' che le ferraresi fanno meno svèrnie a cambiarsi: arrivano che hanno il prendisole e via che se lo tiran giù e rimangono in costume da bagno, e se fanno il bagno, un asciugamano atorno e via, se lo cambiano. Le toscane?! E ci guardano, e ci sentono, vanno a rimpiatarsi dappertutto fra quelle v‚tiche, fanno dei chilometri, per paura di essere viste, che tanto prima o poi vedrai che da qualcuno ti fai vedere, b?scara, come quella volta che Zioner?co si rimpiatò per vedere quella toscana. Dicevano che ciav‚va un cosìbel culo! Lei si rimpiatò, ma lui s'era rimpiatato da prima, così, per poter poi dire che quel culo tanto bello non era, cosìcome dicevano. O come la Vanina, che ragazzi non la si toccava con un dito, e quella volta emerse rorida dal Poz‚tto delle Scalette, non ancora purificato a dovere da latte e vetri, per dire che era presto con la stagione, e una spalluccia del costume le scivolò e se ne rimase l? un tempo indescrivibile (forse anche un intero minuto) con quella sua bella poppa per di fuori, da sedicenne già matura, già donna, che solo le convenienze dolorose d'allora non volevano pronta e colta. Era tonda e grossa e piena, la tetta della Vanina, ma i suoi sedici anni la facevano star su per aria come un pollone di castagno, bianca dorata come la panna con qualche azzurro di vena, con tutte le goccioline che piano scendevano e facevano come un saltolino quando arrivavano alla puntina del capezzolo (dritto e duro, ma piccolo e rosa, nonostante la mole del resto) e io rimasi l? rincoglionito a guardare e un'angustia dura mi prese alla bocca dello stomaco e mi si seccò la saliva in bocca e sentii un'ondata di ormoni o di quello che era passarmi da tutte le parti come quando aggiusti una presa e lasci i diti in un filo scoperto; lei poi se ne accorse, disse la mamma e diventò rossa come quando uno di noi maschiotti le diceva una battuta un po' pesa, e guardò da un'altra parte con quei suoi bellissimi occhi da sedicenne un po' strabica. Io, coglione, non ebbi il coraggio di dirle che avevo intravisto quella meraviglia che altro che l'immortale mole delle piramidi. Dissi qualcosa come: "Hai visto che è pasata 'na balerina?" o altra insignificanza del genere, mentre mi sarei voluto al- zare, per danzare e urlare, al fiume all'acqua alle v‚tiche e soprattutto a lei: "T'ho visto una tetta, t'ho visto una tetta! Vista una, già che ci siamo fammi mò vedere anche quell'altra, senza star l? a bacciare! O star l? a bacciare a fare? Tirale fuori tutte e due e non se ne parli più!" Il Cantico dei Cantici non l'avevo mia ancora letto, ma lo spirito, l'essenza, era quello l?. E invece quelle tette non ebbi l'agio di più rivederle, n‚ quel giorno n‚ mai, e ora chissà dove sono e come sono, con solo l'ombra, il ricordo pallido della loro vera e mai più vera bellezza di quel giorno di prima estate, verso mezzodì. E come si sa, a mezzodì a s'manghia. Le donne non si abbronzano, e neanche le patòzze; solo più tardi, nel tempo, qualcuna andr… al fiume. Noi maschi s?, naturalmente; certo l'abbronzatura più desiderata da noi ragazzi non è quella delle feraresi, ma è quella dei più grandi, che lavorano, fanno per esempio i muratori, e hanno quelle belle abbronzature, mica tutte uniformi, ma col segno della canottiera disegnata sulla pelle, che se si sgnudano li vedi nerri dapertutto, sugli avambracci, in faccia, sul collo, ma fino a un certo punto, perché‚ di sotto son bianchi come il latte; o quelli di l… da l'acqua, con l'abbronzatura ancora più ridotta perché‚ fanno i contadini e anche d'estate portano la maglia di lana di pecora, la stessa dell'inverno, quella che ti ci vuole tre giorni di pianti e di rosa per domarla, e se dio vuole ti dura un mesetto buono, adosso. D'estate tu hai la canottiera di cotone ma quelli di l… da l'acqua no, e ti dicono che tanto quello che tiene il freddo tiene anche il caldo, che è più salute, e li vedi arrivare al sabato verso sera che rimangono in mutande (quelle a mezza gamba, aperte davanti sul fischio) e ammiri l'incredibile biancore di tutto il corpo che contrasta col nero del viso e degli avambracci. Si insaponano, per bene, fischiano (è sabato, 'cidenta a qualcosa) si buttano niell'acqua per risciacquarsi e via a casa. Una sudatina la faranno ancora prima d'arrivare al Piandalcèro, o al Pogiolino, ma piccola, perché‚ tanto è già sera e sta rinfrescando. Poi si mangia, poi via con la camicia bianca, a ballare, e l? vedrai che a sudare torni fra valzer macinati e bussolotti di vino, ma di quell'incredibile e piacevole frescore che ti d… il fiume te ne ricorderai per tutta la settimana a venire. Allora per abbronzarsi si aspetta un'occasione qualunque, quando per esempio c'è da mietere. Ti metti l? a man‚ggia, con la tua bella canottiera, e lascia pure che ti urlino: "Copriti che picchia!" S‚‚‚, lascia pur t‚ che picchi, non son qui aposta? La sera poi lo sai che hai le spalle di fuoco e urli di dolore. Sai anche che, benefico, scender… sulle tue spalle un linimento all'uopo approntato fatto d'olio d'oliva sbattuto nell'acqua, e mani amorose e sollecite te lo apporranno, e questo lenir… un po' il tuo dolore, anche se solo un poco, perché‚ il non dormire per quella notte è quasi scontato, è tassa che paghi all'estate. Andrebbe bene anche l'Ossido di Zingo, che è naturale rimedio per quasi tutti gli accidenti che in un'intera estate possono occorrere. Il Miracoloso Ossido di Zingo viene contenuto in una piccola scatola rotonda di metallo, di mille colori fra cui dominano il blò, l'argento e l'oro, e va conservato riposto in fondo al cassetto del comodino di Nonnamab?lia. Reca sopra impressa una grande e minacciosa serpe, non si sa bene se vippara o botara, e questa serpe è indiscutibile garanzia della sua efficacia. Lo si usa in cento occasioni, eritemi solari, appunto, o semplici bruciature da b?schero, vesciche causate da improprio maneggio di utensile, distorsioni, scappucciamenti di alluci contro sassi, slogature, granchi, martellate nei diti, punture di alati insetti quali api o le più tremende vrèspe (anche se, per queste ultime disgrazie, basterebbe il freddo acciaro della lama di un coltello ben premuto sul pinzo), sassate che altro malintenzionato ti ha per caso tirato (giurer… per caso, ma t‚ hai già pronto da qualche parte il sasso vendicatore da ritirargli dietro!); tutto insomma. Alt, prociscion, quasi tutto. perché‚ anche il Magico Ossido deve dividersi con altra panacea il campo degli specifici medici. Quando infatti si passa al ramo gastro-intestinale, ‚‚‚, o proprio ci vuole altro, ed entra in campo la Magnesia S. Pellegrino, che non si sa bene se è parente di quell'altra, quella Bisurata, che c'è sempre l'areclame sulla Domenica del Coriere, o se di essa prima la seconda sia mero nome d'arte o snomaiio. Questa non è unguento, ma polverina bianca contenuta anch'essa in una scatola di metallo rettangolare che termina a punta da entrambi i lati, ottima, una volta consumata la pozione, per farci una barchina o una macchina, e quasi vale la pena. La scatola è di colore marroncino e reca impressa, su bianco, l'immagine del Santo, appoggiato al pio bordone ed immerso in salutiferi pensieri. E' pericoloso accusare un falso mal di pancia atto ad evitare qualcosa perché‚ scatta implacabile la regola della Magnesia. Non subito: prima c'è la cura leggera della scranna. Tu ti sdrai a pancia in giù sulla scranna, con l'epa ben premuta sull'intrecciatura. Questo rimedio è praticamente infallibile per le cose legge- re, veniali. Se però non passa, allora la cosa è più seria: ti si guarda, palpa, ausculta, e, immediatamente il consesso medico stabilisce con gravit… che in qualcosa, da qualche parte, in qualche modo, sei stato scondiziato, e sai che la mattina dopo, a digiuno, dovrai sorbirti un'intera tazza in cui la Magnesia Semplice (o la Misteriosa Bisurata? misurata due volte?) è stata disciolta. Bisogna andare in giù, nel pomeriggio, andare in Farmacia, ascoltare le facezie del farmacista, e attendere, la mattina dopo appena l‚vvo, che si compia il Rito, novella immersione nelle acque lustrali. E per un'estate sei a posto, a meno che tu non cada, verso la fine di essa, nell'orrenda trappola delle sorbole ancora mezze verdi, tragedia spropositata che lega le viscere per settimane intere e ti torci dal dolore e a nulla può nemmeno la Grande Magia della Bisurata, e non ti sorte fuora niente, neanche con un cav?cchio, o almeno, con quello forse s?, ma son dolori! C'è da dire, che nella trappola delle sorbole, quando uno c'è cascato una volta nella vita non ci casca più, mia come prender moglie. Altri mali non se ne conoscono. O meglio, a dire il vero, in fondo al casseno del grande tavolo dell'androne, quello dove c'è anche quell'apise reclame Ferrania e che sarebbe cosìbello possedere (quello lungo almeno dieci centimetri e grosso due, e di un bellissimo giallo, col culo nero), ma l'adopera Zior?co per farci i conti, l? c'è anche un libretto misterioso, che ogni tanto viene sfogliato e studiato con interesse, quando il Corierino è già stato letto sei volte, e tutto è finito e da leggere non c'è proprio altro, ed hai perfino riletio l'Allegro Campagnolo "Sussidiario di lettura per la 3a Classe delle Scuole rurali", e che doveva essere di tuo nonno o di tuo Zio, che ha disegnato una pippa in bocca a tutte le figurine. Quel libro dove i campagnoli son cosìallegri appunto (e dici, ma in Pavana vorr… dire che non si è in campagna, guarda cosa ci costa esser di montaggna) e i bimbi si chiamano Geppino e gli òmini il Sor Bastiano (ma questo fa il fattore) e c'è quel vecchio contadino che si chiama il Buti e sa le Lune e i Proverbi. Quest'ultima possibilit… di lettura che si diceva è il catalogo dei Medicinali del Parroco Neumann. Lo si è già sfogliato mille altre volte, ma come tutte le cose di sostanza, ogni volta ci si scopre qualcosa di nuovo e si capisce che tutte le altre volte si era stati superficiali, che non si era arrivati al dunque della cosa, pur con un vago sentore che alla Verit… Vera di quel Libro probabilmente non ci si arriver… mai. E' il Parroco Neumann un vecchio sorridente e saggio, con occhiali a cerchio, calvo se si toglie una striscia di capelli bianchi che gli fanno da corona e scendono a scopetta ai lati delle orecchie. Assomiglia un po' a certi vecchi contadini (con la pippa in bocca e il fumo che ne esce in larghe volute) di qualche pagina dell'Allegro Campagnolo, al fratello del Buti, ma quello che ha un po' studiaio in seminario, razza che evidentemente in Pavana non fa, come le pesche spicche. Non s'arvisa neanche a Don Quinto! L'introduzione è, come tutte le introduzioni, vaga e poco interessante; sarebbe da saltare. Ti spiega come e in qual modo il parroco Neumann s'è sempre interessato di erbe, le ha studiate, ha studiato tutti i mali in circolazione, e ha trovato il sistema per curarli. Mia con l'Ossido-Pomata o la Magnesia-Polverina! S‚‚‚! Ti fa tavolette, pasticche, cilindrini, gomme, caramelle, cialde, fiale, capsule, sali, ovuli, tisane, granuli, teriache, infusi, fumenti, lozioni, emmenagoghi, colagoghi, digestivi, diuretici, balsamici, empiastri, vasocostrittori, dilatatori, erubesc‚nti, farinate, pappe, emollienti, senapismi, cardiotonici, aperitivi, e poi basta, ma mia perché‚ son finiti, perché‚ mi son stancato. E non è che uno ha una malattia e prende le tavolette, e uno un'altra e prende le pasticche. Nnoò! Per ogni malattia uno può scegliere, e fa la collezione (e dev'esser bello dav‚ra avercela tutta, con tutte le scatoline e i cilindretti e i butiglini) e un giorno ne prende una e un giorno, se gli va, un'altra. E tutto, è del parroco Neumann. Se uno ha (Dio non voglia) l'Itterizia Gialla e Morbosa o l'Artrosi Ingargagnata delle Membra o il Gran Mal Caduco o quello che è che uno vuole avere, può sussumere le pasticche alla borragine del parroco Neumann, o le tavolette alla melissa del parroco Neumann, o fare un decotto alla salvia e silvestrella del parroco Neumann; e pare che faccia bòno. O di che chiesa è Priore, il parroco Neumann, che ha tutto quel tempo di fare tutta quella roba? Ci sarebbe anche un disegno, di una fabbrica con ciminiere fumanti, ed è l? che il Parroco Neumann fa tutto, come se fosse la Bayern di Monaco. Noi di malattie non se n'ha tante, oltre a quelle già dette. Ci sono i dolori, ma è roba da vecchi, naturale come i capelli bianchi O i denti che cascano. Ci sono i baghi, ma è roba da bambini, manda giù dell'aglio e vedrai che passano. C'è l'Ernia, che è un male da mina che ha Zioner?co, ma non è un gran che e si cura Senza Operazione. O almeno, nella Citt… della Motta, puoi vede- re ogni tanto al muro grandi manifesti che lo asseriscono, nero su bianco, o anche piccoli manifestini che si raccolgono per la strada e non danno la stessa soddisfazione di quelli elettorali con le figure ma sono belli lo stesso, nero su rosso E poi, l'Ernia senza operazione, un cinto da portare, e Zioner?co ce l'ha già, anzi, ne ha due o tre, e sembrano la fondina di una pistola da caubòi, con cinghie e cinghiette, e si è anche provato una volta ad indossarla ma è complicato, e le pistole non si portano sulla pancia no dav‚ra. C'è poi, oltre a queste, anche il c…nchero, ma quello ti prende e ti spacca come il fulmine se prende un castaggno, e non c'è niente da fare. C'è, a volte, il Misterioso Sangue ne l'Occhio. Non si sa da dove venga o per quali misteriose ragions; uno s'alza alla mattina e si trova col Sangue ne l'Occhio. L? non c'è medicina umana o Parroco Neumann che tenga, bisogna ricorrere a cure più decise, al Soprannaturale. Nonnamab?lia lo sa, come si segna il Sangue ne l'Occhio. Glielo ha insegnato sua nonna, Nonnaliora, razza locale dei Pieracini del Pogioli, rinparentata coi Nativi venuti di Maremma, e un giorno lo insegner… anche a m‚, purtroppo quando sarò già abbastanza b?schero da non crederci più. Per il Sangue che arrossa tutto e fa sembrare assassino o malnato malintenzionato si deve andare sopra a de l'acqua che scorre (e va bene la gora) su quel ponticino che c'è, perché‚ il ponte è magico, come lei stessa racconta in quella sua favola che dice: "Mamma fece pizza amazò Berta e io che non ero n‚ in cielo n‚ in terra vidi un morto portar tre vivi" e ti spiega, per la millesima volta, che la grande astuzia dell'Eroe nel strolgare l'indovinello irrisolvibile a quella scherniosa della principessa sta proprio l?: n‚ in cielo n‚ in terra, che sarebbe appunto su un ponte, che partecipa di questa sospesa essenza ipe- ruranica. Certo che se pensi al Pontaccio, che è mezzo di legno perché‚ quella met… l? la troncò la piena del '37, fai un po' fatica a pensare di non essere "n‚ in cielo n‚ in terra". L? più che altro sei sul Pontaccio, che avr… una sua quarta speciale collocazione, e dal quale pare difficile poter scorgere un giorno il cadavere della povera mula-cavia Berta, scuoiata e galleggiante a filo d'acqua, che trasporta verso i Due Fiumi tre corvi che la divorano. Ma il ponticino della gora dev'essere magico 'd suo quanto basta; allora si va l? col paziente con l'Occhio Infuocato, irradiato di sangue malefico, con tre rametti di Rins…nguine in mano (potere dei simpatici) e l? d'atorno ce n'è, di Rins…nguine, hai voglia. Ci si segna e si segna con l'Anello Benedetto, dopo di che si mormora, a mezza voce: "Sanguine, Rins…nguine, Sangue Germano e Acqua Corria il Sangue di quest'Occhio lo porti via!" per tre volte. Ogni volta però, in mezzo, d‚vi dire tre Pater, tre Ave e tre Gloria; richiede il suo tempo, ma al terzo giorno (perché‚ ci vuol tre giorni) il sangue nell'occhio è scomparso e la cornea è tornata a biancheggiare pura come quella di un bimbo (un bimbo senza il Sangue ne l'Occhio, ovvio). Si segnano anche le scottature; prima è meglio ricorrere alle cure normali, neanche a dirlo, ma per dare quella spinta in più, quell'aiuto ad una guarigione più rapida, si mormora: "Ges— Banbi fu nato fu cresciuto e ben lavato da sua mamma con tanta cura carne cotta ritorna cruda" e anche l? preghiere e Segni di Croce, che non so. Come non so quelle per il Fuoco di San Tantònio, male che atterrisce solo a sentirlo nominare, e non si sa bene in che consista, ma a volte prende, e lo si dice scuotendo il capo e commentando: "O povretta/o!" (a seconda dei casi). Questo Santo non dev'essere quello del porcello, che si chiama Antonio lui, e non va in giro a dare dei fuochi in qua e in l… senza ragione apparente (ma se ci fosse? perché‚ saa, 'sti Santi le cose a caso non dovrebbero farle. A meno che non sian diventati vecchi, come quando groggna e magari ti picchia tutto il grano e Zioner?co dice: "Ma t?! Lu' las— l'ha da èssr dvint… vecchio!"). Quello del porcello è benefico, e difatti ce n'è l'immagine su tutte le stalle, come davanti, sull'uscio di casa, c'è la Madonna di S. Luca. Il Santo spregioso d… 'sto fuoco, che non brucia ma... "Come un pinzo?" "E‚‚‚, quasi, ma come tanti pinzi assieme, che non si dorme n‚ di giorno n‚ di notte." Maremma cane, allora ecco perché‚ l? è cosa più delicata, e si fa in Sala (quella dove a volte si mangia per Santa Filomena, (ora pro nobis), facendo sdraiare il paziente su quell'otomana di legno e velluto che fa bella mostra di s‚ di fronte al caminetto che non fu mai usato, con sopra il ritratto di Ziapèppa sconosciuta morta di parto, di fianco alla vetrina coi bichieri bòni e tutte le foto dei parenti non al Mulino attaccate dentro sui vetri, in modo che si vedano. L'otomana su cui sdraiarono anche Nonnopiètro morto, per farlo salutare da tutti quelli che erano venuti, prima che lo mettessero nella cassa e se lo caricassero in spalla per portarlo, a piedi, su fino al Camposanto. Ma tornando alle spalle, dopo un po' di giorni, per natura o beneficio di cure, non ti bruciano più; come i piedi, perché‚, quando arrivi, ti tiri subito via le scarpe e cominci ad andare avanti e indietro scalzo, che si camina meglio, e i primi giorni è un po' dura, soprattutto se vai per il campo dove han segato l'erba o il grano e ci son rimasti tutti gli sfunzigoni che ti bucano. Dopo mesi di scarpe cittadine, ci vuole quella settimana ad abituarsi, ma dopo vai che è un piacere anche se alla sera c'è la noia di sedersi sulla murèlla del botaccio per lavarti i piedi. O non me li ero già lavati ieri? Ma ci si tiene all'igiene, prima d'infilarsi i sandolini nuovi per la sera, anche se per caso devi andare in giù, a veglia, o al cinema di Gigi. cosìle spalle; il sole puoi prenderlo quanto vuoi, dopo. Anzi, proprio in v‚tta si cominciano a formare delle bollicine sottopelle, delle sfialoppine che si gonfiano e la pelle viene via, sottile, trasparente, e non c'è cosa più bella che piano piano, con grande cura, cercare di staccarsela a lembi i più larghi possibile, e guardarla contro luce, e studiare fuori di te quella parte di te morta, con te che vivi e prilli ancora. Come quando ti tagli le unghie e pensi: "Se le tenessi, tutte 'ste unghie tagliate, chissà che montagna ne farei, dopo degli anni?" O anche i capelli; o i sandolini vecchi, che ogni estate quando arrivi non vanno più bene, ci vuole un numero in più, e si va a Por‚tta a comprare i sandolini, e riesci sempre a farti comprare anche una scatola di colori e un libro della Biblioteca dei Miei Ragazzi Salani, che nel risvolto di copertina ha l'elenco di tutti quei titoli che hai e non hai, e se Sussi e Biribissi l'hai letto e riletto, come sarà Giorgio Picchia calciatore? E come sarà la gioia di possederli tutti, o avere tutti i fascicoli dei Tre Boy-scout, dimenticati in Pavana da qualche vilegiante e raccolti da tuo padre, ma ne mancano, dal n. 5 per dirla si passa al 12, colpo violentissimo perché‚ magari li avevi lasciati in Africa con un rinoceronte e te li ritrovi in Sud America con un toro infuriato. Cosa avranno fatto, l? in mezzo? E li leggi lo stesso, ma hai la sensazione angosciante che non saprai mai come andr… a finire e che fine faranno, i tre coraggiosi partiti in volo con l'apparecchio (AREOC) costruito dal babbo ingegnere di uno di loro, che poi ha quel tragico incidente. Pensoso ti speli le spalle, il grano è già tagliato e già messo sotto la tettoia della cavanna. E' proprio cominciata l'estate, lo senti, anche se per farla iniziare ufficialmente devi attendere S. Giovanni per fare il primo bagno, e l'arrivo dell'altra Macchina che è Macchina, oltre a quelle del Cinema e ai cammi: la Macchina da battere, la Batidora. 13. Nonna Amab?lia è grintosa e dolce, fragilmente robusta, ma forse solo in apparenza, il fragile, coi capelli corti sempre dentro ad una reticella (viene da chiedersi: "ma dove se li tagliavano, i capelli, queste donne? E come, quando, se li lavavano, se mai li lavavano?"); è piccola, di statura, come può aver prodotto le alte persone che seguiranno? Mi piaceva, ormai grande, sentirla par- lare con mio padre, in dialetto. Quando s'incontravano, ed erano stati metti mesi senza vedersi, il saluto era sempre breve, essen- ziale. "Mamma" diceva mio padre, e lei rispondeva: "O" e lui "Come state?" perché‚ usava il voi, con sua madre; e lei: "E t??" e per il momento si erano detti tutto. E le facce col passar del tem- po tendono sempre più ad assomigliare alle facce, e i gesti ai ge- sti, come se la catena non si volesse spezzare, e ad ogni persona che va, pronti, ce ne fosse un'altra li per ricominciare, una non voluta ma necessaria staffetta. Con me non parlava dialetto, solo un bell'italiano pulito e prezioso, pieno di toscanismi e di arcai- smi; anche se ha fatto solo la terza elementare ce l'ha dentro d'i- stinto e di cultura. E' di madre Pieraccini, gente del Pian del Cèr- ro e del Poggiolino, trovati in un catasto bolognese del '6 o del '700, perché‚ è di l… dall'acqua, in buona parte già bolognese, sud- diti pontifici. C'è una nonna Fiora Pieraccini, da cui ha imparato forse a fare il formaggio, a segnare certe malattie, a conoscere le erbe, a cantate, se dice, quando canta con voce tutta di testa: "Dove andate madre Maria sola sola per questa via? Vo cercando del mio figliolo è tre giorni ch'io non lo trovo. E' lassù, lassù in quel monte con le mani legate e agiunte..." "Questa la cantava nonna Fiora, è un'orazione." Nonna Fiora era la moglie di Massimiliano Nativi? I Nativi sono razza maremmana; raccontava una storia curiosa, di loro. Due fratelli del grossetano, padroni di grandi estensioni di terra e cavalli. Rimasti orfani giovanissimi, con un tutore che li derubò di tutto. Ma avevano ancora terra in Pavana (e come facevano, da l? a l…? comunque, la raccontava così, e non c'è motivo di dubitarne); allora qualcuno (e chi? il tutore stesso? e quando? '700? '800?) li caricò su un somarino (non un somaro, diceva sempre "somarino") dentro due corbelli, uno di qua, uno di l… dal somaro. I due, s'immagina piccoli, sbarcarono in Pavana e crebbero, e si sposarono. E uno ebbe 15 figli, e quell'altro 12, e ancora adesso quando uno trova da quistionare con un Nativi dice: "Acid‚nta a cal corbello!" Ma non chiesi mai se Massimiliano, con baffi e pizzetto, che leggeva sempre il giornale (in Pavana? allora? ma vieni a sapere che zio Enrico leggeva l'Asino, e vedi, in quella foto del Cantone Clarus, il fiero Sabatino lacometti brandire a due mani l'Avvenire Anarchico) e si interessava di politica, era figlio o nipote o bisnipote o cosa dei due ignoti Nativi venuti di Maremma. Certo è che di Nativi in Pavana ce n'è: Giordano è Nativi, e Nino-Gocchia, e le mamme di Franco e di Marcello, e Don-don matto e cento altri, e tutta la terra di l… da l'acqua, quando avere terra aveva un senso, sotto al Poggiolino e al Bughe e fino alla Canova è tutta Nativi, frammentata di eredit… in eredit… in tanti piccoli fazzoletti a vite e alberi da frutta (perché‚ è tutta prèda a sol?o che ci fanno anche i pesghini) spagna e altro, e in quelle piantatine ci vanno ogni giorno le formiche di Pavana con un attrezzo sulle spalle o il bardotto del botino o il balzo con la carica o il paniere pieno di cose, e passano e ripassano in giornata davanti al Mulino e si fermano a riposarsi e a scambiare chiacchere, su la murèlla davant'a ca'. E ora è tutto morto, deserto, le viti sono inselvatichite e i pesghini spariti, tanto quelle pesche minute e saporose non piacerebbero più, a noi cosìgolosi di frutta esotica, e i muretti di sostegno sono crollati, le mulattiere piene d'erba che non ci passi più, r‚ggno di stròzghi e vizadri, e il silenzio discute col silenzio e le casette non restaurate come seconda casa sbuzzano e crollano, inverno dopo inverno, stagione dopo stagione. Nonna Amab?lia è nata a casa di C?ccia, "perché‚ dei briganti rubarono degli agnelli e andarono a mangiarli l?, ma non li mangiarono tutti. cosìdopo passò della gente, e trovò tutta quella c?ccia, e da alora la casa l'hanno chiamata così." Le storie di nonna hanno sempre della leggenda, della favola. Pavanese, sembrava venisse di lontano, da un mondo diverso, e invece da casa sua al Mulino aveva fatto trecento metri in linea d'aria, anche se per arrivarci bisogna traversare il Pontaccio, e poi prendere la serretta che va verso il Piandalcèro, col primo pezzo di mulattiera trasformato in sentierino perché‚ rovinò, con la piena del '37, e poi salire e salire, tornante dopo tornante, e l? c'è quel melo selvatico, più in l… le …lbatre che il nonno di Casari portò d'in Corsica, l? fa il finocchio selvatico, l? c'è il corniòlo, l? sotto fanno i prugnoli, dopo le ultime nevicate e i primi solicelli di marzo, in mezzo ai cucamegli apena sbociati, e sotto i giagiòli che si sono trasformati in flora spontanea, ora, e finalmente si arriva in cima e c'è tutta Pavana di fronte, e vedi in alto il Monte di Pavana con le Casette e Casa Bettini e Pratopianio, che da Pavana indovini, perché‚ non le vedi, e lontano a mezzogiorno (e a mezzodì a s'manghia) la Chiesa di Sambuca e il pezzo della Torre di Selvaggia dei Vergiol‚si di Pistòia, amante di quel Guittoncino glossatore a Bologna e poeta del dolcestile, e poi le crine dei monti che di colore in colore sfumano verso la Collina, il passo, verso l'altra vallata dove son toscani bòni. E a ovest vedi l'Alpe di Granaglione, con la stradina che va da L—strola a Granaglione e a Calvigi, e sotto i due fiumi con Limentra e Reno che s'incontrano e la piana che si apre e corre verso Porretta e la lontana Bologna. Ca' 'd C?ccia, che vedi l… sopra al Mulino a finestre sventrate e disabitata; Piero ed io ci andammo a frugare un giorno, cercavo libri di Massimiliano: "Ma chissà dove sono. Ce n'erano con tutte le storie, e i Reali di Francia, e uno che spiegava tutte le stelle, e pagherei non so cosa per averli, ma chissà dove saranno finiti." La religione dei libri, di trovare libri come tesori di smeraldi in America Latina. C'erano solo mobili squartati e tasselli pericolanti, e un vecchio armadio con un cassetto pencolante dentro il quale trovammo una nidiata di topi, disgustosamente rosa, che buttammo nel pozzo, tanto nei pozzi abbandonati non ci beve nessuno. Ca' 'd C?ccia, che cosìvuota offriva a me e alla mia prima morosa e ai nostri primi scoprire e scoprirsi rifugio di fieno e di polvere, di coraggio e desideri prime noie e saturazioni. Un viaggio, quei trecento metri; ci fu un pelligrinaggio a Boc- cadirio, a piedi, e un viaggio di nozze a Bologna, con mio nonno Pietro. Andarono a vedere l'operetta, la canticchiava lui, la ricordava lei, ogni tanto: "Salomè, una rondine non fa primavera..." e immagino i due montanari inlubbionati, meravigliati. Dove l'albergo o la pensione, dove la locanda e la trattoria per mangiare? Saperlo, e farci un giro per vedere le loro ombre, i loro fantasmi dei vent'anni, io che li ho sempre visti vecchi. Ma oltre all'operetta cantava, aveva un repertorio di non so quante canzoni, "Tre marinari che van per acqua", "La pastora e il lupo", "La pesca dell'anello", o cose di cantastorie: "Sei bella in nel Tempio di bruno vestita coperta la fronte di un pudico vel di dolci peccati sei forse pentita mi sembri una santa discesa dal ciel" Diceva: "L'ho sentita dalla banda dei Carabinieri quando vennero a sonare in Pavana. Io stavo ancora a Casa di C?ccia; alla sera mi mettevo alla finestra e li sentivo sonare, sembravano sotto casa", ma si doveva confondere, e le parole? E quell'altra ancora: "L'ira feroce e ignobile tanto fra noi pot‚ una vil mano anarchica ha spènto il nostro R‚..." e i ricercatori della musica rivoluzionaria-proletaria sempre? Gente di citt…. Oppure: Vogliamo, schiacciar sotto i piedi, l'odiata, austriaca catena, morte, gli Asburgo e i Lorena, noi vogliamo la libert…... Favole ne conosceva due, che non mi stancavo di sentir raccontare, d'inverno, al Mulino. La più bella era quella di Berto, che parte da casa per rispondere al bando della Principessa e portare un indovinello irrisolvibile. La favola della madre che cerca di avvelenarlo, perché‚: "Preferisco che mio figlio muoia di mano mia, piuttosto che col boia della Principessa." La favola della pizza avvelenata, della mula che muore, della lepre presa per le orecchie mentre cerca foglie per pulirsi, e la lepre era preggna. La sparò, e ci trovò dentro tre leprottini. "Ho trovato anche da mangiare", disse, ma non sapeva come fare il fòco. Allora prese delle pagine di un libro che portava con s‚, e fece il fòco e li arrost?, e mentre mangiava gli vènse in mente il secondo indovinello: Ho mangiato carne creata e non nata cotta con fuoco di parole. Berto ha vinto, sta nel giardino della Principessa ad aspettare la guazza per diventare più bianco, perché‚ è troppo nero, cotto dal sole (e gli abbronzisti? pòri b?scari!); cosìdice lei, la superbiosa principessa (razza di vilegianti?) ma sa che arriver… l'Uomo Selvatico, spera che lo uccida, quel villano che si permette di proporre indovinelli inattesi. Ma lui, Berto, si fa dare un violino, "per passarmi il tempo", e quando l'Uomo Selvatico arriva rimane affascinato, da quel suono da Orfeo contadino, anzi, montanaro, che nonna Amab?lia riproduce, col canto. "E gli dice: cos'è? E' un violino. Dammelo. Non posso dartelo, ma se m'aiuti te ne faccio uno. C'era l? vicino un tronco e gli dette un colpo d'accetta e lo spaccò in mezzo. Disse all'Uomo Selvatico: aiutami ad aprirlo, metti le mani nella fessura che lo apriamo del tutto. E quando l'Uomo Selvatico mise le mani nel tronco lui tirò via l'accetta e l'Uomo Selvatico rimase rinprigionato." L'altra favola non la ricordavo io e non la ricordava nemmeno lei, più avanti nel tempo. Com'era la storia di quel Principe, e del Ponte di Vetro, e dei vetri che gli rimangono conficcati (polpacci? muscoli lunghi?), e della buona Maga che fa quel fuoco per toglierli (o è lei che si mutila, per salvare lui?); si è persa, quella storia, come tante immagini d'allora solo superficialmente sfiorate. Rimangono frammenti curiosi, il suo dire, dopo mangiato: "Adessa lavate la bocca" o il suo modo durissimo e nervoso di lavarci, noi nipoti, quasi brusca e striglia, che anche i cugini ricordano; il fatto di essere trattata in "voi" da zia Rina, la cognata, con la quale invece usava il tu, i cassetti ordinatissimi pieni di scatole che contenevano scatole più piccole piene di oggetti minimali e infinitesimali, di odori persi, di medicine dimenticate, di giornali mai letti; gli armadi pieni di abiti remoti; di scarpe inimmaginabili; di scoperte furate e fatte proprie per mostrare dopo alle amichette nei lunghi pomeriggi sol‚ri del tempo del rock; il suo smarrirsi cittadino di fronte al telefono ma soprattutto agli spazi di angusta abitabilit… che la citt… imponeva, lei dei conigli e del fiume e dei Prati e del castagneto. Quando il Mulino rimase vuoto ed andò a vivere da sua figlia Peppina a Casa Bonaiuti (quasi come in citt…), nei primi tempi, se qualcuno ce la portava, ritornava al Mulino e l… rimaneva per ore in apparenza indaffarata, forse a far niente, a guardare, a ricordare, e l… ce la trovavo e con gioia mi accoglieva come se niente fosse cambiato (e il saluto diventava per me quello di mio padre: "Nonna!" "Alora, Francesco, t'se' qui!") e la casa ancora piena di gente come prima e io non adulto che passò di l? per caso (per caso?) ma quello forse a cui ancora si deve dire di lavarsi la bocca, dopo mangiato (non per l'et… ma per fermare il tempo del mulino), prima di gettare acqua sulle tavole per lavarle, e mi donava una bottiglia di vino che aveva ritrovato in cantina, o un grappo della sua uva americana che faceva dietro casa, o una manciata di fragole che aveva raccolto nel campo. Poi non ci pot‚ più andare, per i dolori che la costringevano ferma, il grande Mulino un qualcosa che c'era, ma lontano, di spazio e tempo; mor? prima del dovuto, le conseguenze di una caduta dalle scale, se no chissà quanto avrebbe potuto continuare, prima di tutti a morire non in casa, ma all'ospedale, una vita in pochi chilometri e cinquanta chilometri per morire. Quando la vidi, ormai composta, pensai che era davvero piccola piccola; lo sapevo, ma proprio cosìnon me ne ero mai accorto. 14. La Batidora vuol dire che l'estate è cominciata sul serio, non è davvero l? ch'la digge tòmi su, ma esplosa in tutta sua pienezza e rigoglio. Anche se finir… (perché‚ tutte le belle cose finiscano, come la bufaggna-epifania che tutte le feste si porta via) questa sua fine è ben lontana nel tempo, molto di l… da venire, e c'è ancora tutto luglio davanti, e poi agosto con S. Filomena (ora pro nobis) in mezzo, e poi la Madonna de l'otto e ce n'è ancora tanto, prima che arrivi il tempo della castgnadura e i castagneti comincino a fumare e non si possa più fare il bagno per l'aria fredda che riempie di guazza i campi la mattina e se vai nel bosco sai che ti bagni e sarebbero già da ungere gli scarponcini con la s—n- gia. La Batidora vuol dire eccitazione che corre, come di evento nell'aria che aspetti; dici: "E' già alla Venturina" e di notte se tendi l'orecchio senti il rumore e battezzi, dici: "E' alla Castlina" oppure: "Senti, stanotte battono al Cavanne (o, a scelta, o per discussione sottile, serena e accademica ma ferma e precisa nell'affermato) in Seramarl‚sca, a la Villa, ai Marcacci, al Ruvine" come quando anche di notte andranno (per poco) i tratori e dici: "Arano. Alla Canòva." come di evento naturale, come quando dici: "La tramontana." La Batidora quando arriva dal cancello e ti hanno avvertito e sei corso su vuol dire che c'è tutta Pavana a guardare la macchina nera col fumaiolo alto, quasi una piccola locomotiva, tirata dai bovi, e dietto sempre tirata la Grande Batidora di legno color minio, tutta puleggie e volani e ruote e ingranaggi, e se fino l? l'han dovuta tirare, ora bisogna mettersi dietro a frenarla, perché‚ la discesa dal cancello, prima dal viotolino, poi sulla masiciata che han fatto a posta, fin giù sull'aia vicino alla cavanria, quella discesa l? che si diceva tira verod?o (perché‚ non c'era mia no quella strada da macchine e pòri pistolli che c'è adessa) ed è lavoro da òmini e di urla e di braccia, di funi e di martinicca, con tutta Pavana che guarda d'in vetta a la murèlla perché‚ potrebbe anche darsi (Dio non voglia) che si rovesciasse, o che qualduno si facesse male, e allora qualcosa ci sarebbe s? da raccontare una volta tornati a casa. Poi si possono dare saggi consigli o ad alta voce o parlandone mondanamente col vicino perché‚ quei b?scheri non la fan mai giusta, come quando si gioca a carte e uno sta dietro, che se le avesse potute giocare lui, o non c'era il Règio di qua, che l'han proprio voluta tirare dietro, che non la perdevan neanche! Non aveva giocato il Gobbo lui?! S?, prima, no in quela mano l?, quando potevi strozare, con l'Asso di spade, che te lo aveva anche cignato. Eeee, ma non son mia bòni, vè, acid‚nta a dei sciamanni, schiapini! Vien da dire: "E riportarla su?" Ma intanto si pensa a portarla giù, frenandola con pali, funi e soprattutto grida e madonne. Sortan fuori quele donne un attimo dalla cucina, perché‚ devon preparare da mangiare che neanche a un nozze, fra piume di caponi sventrati, con?glioli già sul fòco e òva di sfoglia, che fra i machinisti e gli aiuti e le òpere vedrai che di gente a mangiare ce ne sarà. Ma ora bisogna portarla in piano, e fissarla bene che non scossi o traballi ("Scossa? Scossa mò la bursa!"), la Grande Macchina che ingoier… covoni a pignoni e li risputer… in paglia da paiaro e locco fine e volatico e polvere apicicosa e chicchi fini e continui come una gragnata. La Batidora si divide in due: c'è davanti quella Macchina che si diceva, quasi come una locomotiva, ma più piccola, col camino alto che lo montan l? sul posto, con le giunte, e vuole alto perché‚ quando sfiamma le fiammelle potrebbero andare su la paglia, sul locco, sul grano, e lo sai t‚‚ l'incendio?! Ha due ròte alte quasi come lei, il battistrada di fèro lucido, e i mozzi di fèro, e sul davanti uno sportello come quello de l'economica e va a carbone, come una locomotiva vera, ma ce n'è di quelle che bruciano anche la leggna, o la paglia a diritura; l'importante è che quando si apre il grande sportello tondo dentro sia rosso come la bocca del forno quando lo scaldano al gioved? per il pane, rosso come l'inferno di braci arroventate. E' complicato, c'è dei volani che girano e de le bieline che sbiellano O cosa, e ci vole il mecanico, che è uno sempre in tuta bl—, come gli operai dell'Adaldi, con le maniche arrotolate sopra i gomiti e la cicca in bocca e la beretta in testa. Si vede che non è contadino, ma meccanico, altra razza e lignaggio, mestiere fascinoso e misterioso, quasi sacerdote dell'Antico Egitto, possessore di una Scienza ai più sconosciuta. perché‚ se la Macchina finisce col timone come quello del brozzo, per attaccarci i bovi, la somiglianza finisce l?. Lui non porta covi, non scioglie pignoni, non lavora di forca o di rastrello; non butta neanche il carbone drento che c'è un mèo aposta a farlo. Anche lui è in tuta blò (be', più sporca e più piccola) ma anche lui ha la beretta e si capisce che per Diritto Divino, per diretta discendenza, un giorno sarà mecanico anche lui, e far… quello che fa l'altro, quello vero, che si aggira con la sua cicca di trinciato e un martello in mano, e ogni tanto d… un colpo qua e uno l…, come le manate che i mulattieri di Tr‚ppio danno al mulo per rabbonirlo, e farlo andare col carico. Lui conosce bene le "Casali" di Suzzara (Mantova) e sa probabilmente quanti Hp possono produrre (da 2 a 12, incredibile, altro che i bovi che tiran la lastra) e quanti giri al minuto fa il volano che con lunga correggia di cuoio si unisce alla ruota della Batidora-Ruston e fa andare tutto quello che c'è dentro che deve andare, perché‚ dentro è antro magico e forse nessuno sa quali incantevoli o spaventevoli fenomeni si compiono nelle sue viscere, forse neanche il mecanico stesso. Si sa solo che ci butti dentro il covone e questo sparisce nella voragine e dopo un po' davanti viene fuori la paglia e di fianco il grano in chicchi e tutt'atorno il locco che vola e la polvere che ti entra negli occhi e te li fa piangere, nel naso e ti fa starnutire, adosso e ti si appiccica tutta al sudore che ti viene una ròsa che peggio delle maglie di lana e non vedi l'ora di buttarti a mollo nel fiume e levarti via tutto di dosso, polvere e sudore e pelle compresa, quasi. Non parte subito, devi riempirla e accendere il fòco e andare in prescione, che lo vedi da un orologio sul davanti, che il mecanico guarda, ma quando parte! Quando parte anche la Batidora s'avia, e comincia a scosare tutta di qua e di l…, che ha fame, e allora via a portare i covoni e scioglierli e a buttarli drento, una prociscione continua dal grande mucchio fatto sotto alla Cavanna al Palco Reale della Macchina. E c'è chi porta, chi butta giù, chi riempie i sacchi, chi rastrella e inforca e porta verso lo stollo rizzato, attorno al quale si ammonticchia e si pigia e il paiaro cresce e a poco a poco prende la sua forma a pera e poi ci vuole la scaletta per arrivare in cima e le forconate passano di mano in mano tirate su di muscoli in verticale fino ad arrivare alla punta che si assottiglia e finisce fina e quasi guizzante, come un parafulmine, che potrai coprire, vezzosamente, con barattolo appositamente incatramato. Li vedi, quegli òmini, che quando lavorano lavorano e non vogliano farsi dire da nessuno che non piegan la schiena, con la beretta in testa anche loro ma senza tuta, con le canotiere di lana e i fazzoletti rossi attorno al collo o sul viso e il sudore che gli fa grondino da tutte le parti, lustri e nervosi. E noi mostri si corre attorno, si guarda con sospetto il bòcia del macchinista che è più serioso di noi, compreso della responsabilit…, deve nutrirla la macchina, di pane di carbone e acqua che ogni tanto va in boiore e fumo e ci vuole sempre nuova acqua se no salta tutto, e via secchio su secchio, non ha tempo lui di ruzzare, e di fare i gufoloni in mezz'a la paglia, di piantarsi un rebbo di forca fra il dito grosso e l'altro del piede sinistro (o era il destro?), di guardare quando pesano il grano a sacchi, palo e stad‚ra; tutte quele cose l?, insomma. Ma quando pesano il grano con le stad‚re vuol dire che han finito, e le opere cominciano a lavarsi e quele donne a chiamare che è pronto, e la Casari fischia, un fischio alto e pronto che dice: "Qua ho finito; aspetta, che ora si mangia poi s'ariva anche da voi." Una volta, alla Casanòva, dopo aver mangiato, ci ritrovammo tutti a dormire in una sola stanza da letto, per i piedi e per le teste, su paiacci di granturco o chissadove, sotta a quei tasèlli bassi e fra quegli armadi pieni di cassetti e tesori, e non c'era altro divertimento che star l? a sentir quei grandi che si coglionavano, io e la Rosanna e forse l'Is…ura e Gino, con Ziar?na e la Maria di Gigi e Osvaldo, che gli venne da pisciare e per non stare a tornar giù si afaciò a la finestra e disse: "Aspetta, ch'i vo a veddre s'a l' piòvve!" e sotto c'era lo staletto dei conigli, coperto di lamierino, e quel suono ritmico e cullante, a possenti scrosci successivi, fece ridere tutti ("O al che t'butti gio Osvaldo?" disse Gigi, e giù a ridere, ma non ci voleva mia molto di più, per farci ridere, alora); umidit…lontano si vedevano i lampioni di L—strola e di Garnaione che erano, duole ammetterlo, ma è giocoforza, come le luci d'un presepio. Poi, come sempre dopo una risarb?a collettiva si fece silenzio, e la stanza fu invasa da un rumore caratteristico. "Senti" disse qualcuno "sono gigià a battere al Piandalcèro." 15. A volte scopri, in un momento che ti sega, di quanto puoi essere ignorante, e vago, e superficiale, nella tua vita. Umanit… e altre b‚ie, se te lo chiedono le hai dentro s?, a parole, belle ripiene e rimbombanti. Come la pace: vuoi non volerla?, grazie. Vivi vicino ad una persona per anni e, nella tua supponente leggerezza, avresti mai immaginato, di quella, non dico una vita sessuale, ma almeno una vita affettiva, una scintilla, un interesse amoroso? Zia Teresa, la Teresina (ma scopri un importante, quasi nobiliare Maria Teresa, anzi, Terèsa, nell'atto di nascita della canonica) è la zitella in assoluto, quella non sposata, quella che vive sola nella stanza in fondo al corridoio, e dorme in un letto singolo, e ha strane statuine di gesso (lucchesi?) sul ripiano di marmo dell'armadio, di fronte allo specchio, vicino ala finestra, quella finestra che d… sul bott…ccio, e che prende l'infilata del vento quando si carica vicino alla sorgente del fiume su molto più in alto, a Spedal‚tto, e arriva giù violento e cattivo e carico senza nulla che lo fermi, primo ostacolo quello, la facciata a mezzogiorno del Mulino, e il muro della stanza di Zia Teresa, carico d'umidità , che si sgretola inverno dopo inverno, perdendo a chiazze malate l'arricciatura. Zia Teresa è quella che non ti fa entrare nella sua stanza, è gelosa, non come Nonna e Zia Rina, dove sei di casa, ci dormi, se vuoi; lei non vuole che tu le apra i cassetti, che frughi nelle sue cose per trovare dimenticati tesori (come un rotolino di caramelle americane Life-Savers, quelle col buco, sette anni dopo la fine della guerra, e avevano perso completamente ogni traccia degli smaglianti colori originari; frugheranno, un giorno, per scoprire abbandonate sottovesti mai godute da nessuno, atte a coprire-scoprire eleganze hippies di ragazze dei sessanta). Non sa favole O non le racconta, non viene a veglia da nessuna parte, non va in paese, a far la spesa o al cinema o a ballare. A ballare? Sarebbe da ridere solo a pensarci. Eppure, quando per la seconda volta, e più duramente, fu colpita, con quel suo balbettio quasi incomprensibile parlava, del ballare, quasi ci fosse stata anche lei, in un qualche tempo. E imparasti che, in un qualche tempo (anche se raramente) c'era andata davvero. A ballare? Zia Teresa? Roba da raccontare subito agli amici, per ridere, giù nel fiume, o alle prime fighette stupidine vicino alla incredibile modernit… dei jukebox della Venturina, noi cosìpiù nuovi, diversi. E giù a ridere. Zia Teresa va solo alla messa, la prima, quella che vede poca gente in giro. Cos'è che l'ha disgustata o l'ha fatta disgustare del mondo? Non è bella, viso curioso, quasi negroide, capelli ricci e bocca grande, naso con le narici larghe, srazza ma la razza è quella, se ora mio padre, da vecchio, le assomiglia, ma noti poi che nelle famiglie i vecchi, che da giovani sembravano cosìdiversi, tendono ad appiattire i loro lineamenti personali e ad assumere una fisionomia tipica, quella dei grandi tratti fondamentali della famiglia; e cosìsarà di noi, un giorno. Zoppicava, ma forse solo da vecchia, per i dolori; reumatismi ed artriti si chiamano con quest'unico lucidamente esplicativo nome. Andò un paio di volte ad Abano, e cerco inutilmente di seguirla in questo suo viaggio ai confini del mondo conosciuto, il treno fino a Bologna, poi l? si cambia, poi l… nell'elegante cittadina termale in abiti già vecchi quando confezionati la prima volta, a prenotare una stanza di pensione, a mettersi in fila per le cure, a parlare (parlare? di cosa?!) con gente, a trascorrere giornate intere a fare cosa?, oltre alle cure, senza leggere, senza pensare, senza sperare. Mi ferma un paesano e mi fa, un giorno: "O Gucini, tu che cerchi le foto del paese e le storie e tutto, sai che l'altro giorno M'è capitata in mano una lettera che tua zia scrisse a un mio zio, se vuoi te la dò." "Una lettera? Mia zia? E che lettera?" "O m…, so che eran fidanzati, poi ebbero un permale non so perché‚, forse c'entrava tuo nonno (bisnonno poi) ma non so, insomma lo sai, che poi lei non s'è più sposata." Ma sarà vera, questa storia, dell'amore giovanile? La verit… s'è persa, se c'è mai stata. Resta quel suo vestito inizi secolo con l'orologino d'argento con la catena d'argento fino alla cintura, una fascia lucida, la mano sinistra sul fianco, posa vezzosa, forse suggerita dal fotografo mondano, vicino al giovane fratello Enrico, sembra neanche che guardi in macchina. Guarda in qua, sopra, da qualche parte. Resta quel viso diverso, ora cosìsimile a quello di mio padre, i suoi balbettii infantili da vecchia, che mi facevano cosìridere, e il ricordo di un mattino del gennaio 1960, poco dopo l'Epifania, quando tornammo su per il funerale perché‚ era improvvisamente morta, e una specie di noia perché‚ pochi giorni prima, quando ero stato su per le feste, c'era ancora quella mia prima morosa fiorentina, che era dovuta tornare in citt… per studiare. E senza di lei, e il suo profumo di diciassettenne, e quel raspare l'amore nei freddi ancora d'allora, a Pavana non mi piaceva più tanto stare, perché‚ ero tanto più vecchio, pensavo, e tanto più b?schero, e non lo sapevo. 16. Balare, si cominciò a balare quando arrivarono gli americani. Negli altri anni non ce n'era modo, e neanche òmini, che erano tutti in guerra prima, poi in prigionia da qualche parte, e quando arivarono i tedeschi una gran voglia di balare non ce l'aveva nessuno. Arrivarono di notte a cavallo, un rumore confuso e ritmico e inconsueto, nella notte, con mia mamma e Zia che spiavano dai vetri alle prime luci per vedere chi era che faceva quel bordello e la mattina dopo su nella casa dei signori (in quel periodo ci si dormiva mia madre e io, con Ziaterèsa, non so perché‚ si dormisse lassùu) quando aprimmo le porte li vedemmo tutti nel cortile, che avevano preso dei covoni di grano per fare la lettiera a questi cavalli, che erano cavalli con dei cuuli! grogssi! Eran andati di sotto dal contadino e avevan preso tutti 'sti covoni di grano che, dice, come quel'anno tanto non ce n'era mai stato. Un anno così; anche di granturco ne venne che non s'era mai visto, e mele sui meli e pere sui peri, e fagioli negli orti e dopo uva nelle piantate ma in quel tempo i tedeschi avevan già cominciato ad andare via lasciando, a solo ricordo di s‚, qualche bottone butterato delle loro divise, 'na fibbia gott mit uns e un cingolato con la tor‚tta e tutto, fermo a Ca' del Cucco, che rimnase l… tanto anche dopo la guerra. Non ne avevan mia tania roba da lasciarsi dietro, loro, mia come gli americani, che facevan strad?o, dietro, di tutto. Fu poi tutta roba, quella dei campi, che andò mezza strascinata perché‚ non c'eran òmini per raccogliere e batidòre per battere e gente ad arcatare. C'eran quelle donne, ma per quanto facessero cosa vuoi che arivassero a fare? Per quello furon anche brave, che quando arrivò quell'ultimo tedesco che voleva far saltare tutti quei proiettili da canone sotto al muro della casa di Pavana, arivaron tutte, quelle donne, perché‚ lui diceva: "Se arriva il camion, si caricano e non le fo saltare. Ma anche se arriva il camion si è in due a caricare, m‚ e l'autista, o come si fa? Vedete che le devo far saltare." "T‚ fai saltare l'òstia d'ges—, train po'!" dissero quelle donne, e vennero giù tutte dal paese e si passavano 'sti proiettili di mano in mano e a poco a poco il camion si riempitte e i due tedeschi poterono partire verso nord e da allora a Pavana non se ne videro più. Mia come quella volta che ce ne trovammo dieci di fronte su a Ca' 'd Bondina, dove s'era andati mia mamma Ziar?na e io per rimpiatare il maiale, che giù al Mulino c'era troppi tedeschi l? d'atorno, che giravano i monti mia in cerca di partigiani che non ce n'era da noi, ma di roba, e arrivavano con delle sportate di òva e si facevan fare delle fritate di venti trenta òva, alte tre dita, che non si sapeva come facessero a mangiarle. Se è per questo, anche gli americani avevan dei gusti! Prendevano quei bidoni di benzina, sa' quei fusti di metallo alto coi bordi sporgenti, poi li segavano a met… e li riempivano d'acqua e li mettevan sul fòco, poi dentro Ci butavano quelle loro scatolette di polvere d'òva, e carne in scatola, e barattoli di pepe che eran bianchi e blu con scritto McKellog o qualcosa, dentro anche quelli, tanto di quel pepe che sarebbe bastato per due anni, e cipolle tagliate in quattro e butate dentro, e patate e via, e poi lo mangiavano, e ci bevevan sopra dei gran fiaschi di grappa che alora distilavano tutti da tutte le parti di tutto, mele pere susine sorbe, anche il pozzo nero avevan distilato certuni, e prendevan certe r…ndole che o cascavan sotto la tavola e non li rialzavi più neanche a smazolate, o andavan fuori a vomitare e sparivano, o come Techer?si, quell'italiano-americano che si chiamava diverso ma lo chiamavan Techer?si, che quando era ciucco piangeva e mangiava le ciocolate con la carta, sa' quelle ciocolate corte e tozze che fanno a Hershey, Pennscivania, curiosa citt… rinpregnata d'odore di cacao che vidi anni dopo, dove le strade hanno tutte nomi che riguardano la cioccolata e il cacao, i lampioni sono fatti a boero, e dove c'è, intarsiata nel marmo, tutta la vita di quello che ha inventato (dicano) prima la cioccolata cosìcom'è e poi la cioccolata al latte, Mr. Hershey appunto, e da povero ragazzo è diventato il più ricco fabbricante di cioccolata d'America. Son convinto! Con tutta quella che gli mangiava Techer?si in tempo di guerra! Se per quello non scherzavo neanch'io, che mi era venuto il grillo duro dal calore di tutte quelle cioccolate, sempre duro era, e mi portarono su alla casetta del guardiano di diga dove c'era quel dottore brasil‚ro che disse: "O qu…nte ciocolate ha mangiato 'sto mostro qui? E' tutto riscaldo!" e me le proibirono e dovevo andare a mangiarle di nascosto nel fiume, rimpiatato in mezza a le v‚tiche. Che il fiume lo conoscevo bene: dopo che i brasil‚ri m'avevan fatto la prima puntura contro le malatie (mia solo a me, a tutto il paese) la prima, sul braccio, cosìall'improvviso, me l'ero tenuta, e anche il male, che un male cosìnon l'avevo ancora sentito. Ma la seconda mi dissi vedrai che t‚‚ la fai mò a n'altro, e ci misero due ore a cercarmi e a trovarmi. Sentivo chiamare, chiamare! "Chiama chiama, ch'i sò qui ch'i diggo tòmi su!" anche se poi è da dire che mi trovarono, e non solo mi fecero anche la seconda ma presi la mia bella rimbusolata verod?o. Questo comunque c'entra come il culo con le quarant'ore, perché‚ dicevo degli americani che s'inciuchivano, ma prima di inciuchirsi volevan giocare a tombola: "Pl‚-bingo, pl‚-bingo" che la tombola la chiamavan così, e tiravan fuori il cartellone e si mettevano a giocare, "Tuènitu!", "Vintido!", diceva Ziomer?go e Ziar?na: "Le carozine belle", "Ilèven!" "Unge! Le gambe del merlo!", e via, con tutti quei soldi americani che poi me li regalavan tutti, le Anilire, meno quel negro che quando perdeva andava stizito a rintanarsi sotto la cappa del camino e gli altri lo scherniavano e gli facevano vedere i soldi, "Cam, cam" torna a giocare, b?schero, ti si d… noi i soldi, e quello faceva un po' il sostenuto poi col sorriso largo tornava a giocare finch‚ perdeva tutto di nuovo, e tornava sotto al camino. E delle volte gli veniva anche da piangere. Ma gli americani arrivarono dopo, solo nell'autunno di quell'anno. Allora, ho detto, si era a Ca' 'd Bondina, al Piandalcèro, quella casetta di mia nonna, quella in cui Ziar?na già nel delirio dell'arteriosclerosi credeva di essere, ed era al Maggiore a Bologna (anno 1985), e si stava l? a badare al maiale (le mucche le aveva portate Gino il contadino alle Casette, che era troppo in alto e fin l… i tedeschi non ci andavano); era come una vacanza, anche se non c'era la luce in quella casetta e si dormiva sui paiacci di foglie di granturco che a ogni movimento facevan 'na svèrnia che le prime notti ogni po' ti svegliavi. Ma una notte si vide, lontano, il cielo rosso di un bombardamento e disse Ziar?na: "Dev'essere Bologna che brucia, poveri cristiani!", e sai che Bo- logna non è mia l?, ch'la digge tòm'su, o forse era il fronte della Gotica, ma gli incendi dovevan essere tanti che il cielo lontano ne era tutto colorato, e si stette tutta la notte svegli a guardare quel lugore rosso, quasi fuochi d'artificio, o come d'estate che si vede lontano lampareggiare e qualcuno dice: "Lampareggia ma dal caldo, che presto cambia il tempo!" Vicino c'era la Casanòva, s'eran portati su Gigi e la Maria e la Rosanna e il cagnone Ruffi; c'era anche Remo, e un altro giovanotto o due, che avevan scavato 'na buca in mezzo alla macchia, coperta con delle frasche, e quando c'era aria di tedeschi in giro ci fischiavano dentro, che avevan paura d'essere presi su. Dal Piandalcèro eran due passi. Quell'anno batterono il grano con la pr‚da, come una volta prima delle batidòre. Prima imbuin…vano per bene tutta l'aia, in modo da impermeabilizzarla, che anche quei pochi chicchi non si perdessero per terra e fra l'erba. Poi scioglievano i covoni e spargevano il grano alla tonda, infine aggiogavano i bòvi a questo grande sasso triangolare sagomato e lo strascinavano attorno per frantumare le spighe e fare uscire i chicchi, e noi mostri sopra alla pr‚da, per farci scarozzare in giro dai bòvi e far più peso sulla lastra. Naturalmente la Rosanna scivolò e ci lasciò sotto una gamba, che prima o poi qualcosa si doveva combinare, e pianse ragazzi che si fermarono tutti, bòvi, òmini, donne che vassoravano controvento per far andare via il locco e lasciare i chicchi puliti. Ma non si fece mia niente, solo svèrnie di patòzze, e forse non se lo ricorda neanche più. C'era anche, mi sembra in Prallone o dil?el…, Nelòne dell'Amalia, quello che aveva quella botteghina di merceria in Valdibura, che aveva una sua teoria sui bombardamenti, come Tontino, che diceva che il posto più sicuro era la galer?a dello sfioratore in diga, che se per caso ci pichiava 'na bomba sopra vedrai t‚ dove s'andava a finire, dritti a Bologna si fischiava; poi per arrivarci bisognava correre fin l…, scendere per tutte quelle scalette, e andare in su verso l'imbocco, che prima che c'eri arrivato sotto gli apparecchi t'avrebbero bombardato anche il budello di tu' ma' se avessero voluto. Che poi, a dir la verit…, non bombardaron mai, tolto quella volta del Ponte che non mor? nessuno. Nelòne diceva che il brutto dei bombardamenti eran le case di sasso, che si moriva più per le macerie che per le bombe vere e proprie. E dire che aparecchi ne passava, ma buttar giù non buttavano niente; una volla Remo trovò qualcosa in una piantata: "E' uno spezzone incendiario" diceva. "O come 'no spezzone, non vedi che è 'na latta arrugginita!" e andarono avanti così'na matina, è 'no spezone no è 'na latta. Comunque Nelòne fece andar su di l… da l'acqua tutta la famiglia, poi costru? una grande capanna di pali e frasche e paglia che (ma allora non lo sapevo) si poteva esser tornati ai tempi dei nonni dei nonni dei nonni e più, quando di sasso c'eran solo le torri di guardia e gli oratori fra i boschi. Una mattina passai di l… e vidi affaciati dal piano di sopra (perché‚ l'aveva fatta per bene la capanna, a due piani) i due faccini dei due bimbi, un po' più vecchi di me, d'in fra mezzo a tutta quella paglia bagnata perché‚ durante la notte era venuto un temporale e l? dentro s'era proprio bagnato tutto, con la mamma che stendeva lenzòla e coperte per asciugarle e lei, la bimbetta, si buscò anche la polmonite. Sembravano sfolati, non gente di l?, gente senza casa, z?ngheri, disse Ziar?na. Ma Nelòne era fatto così: li mandava su in 'sto campo delle volte con delle cariche che non le portava neanche un uomo, 'sti due ragazzini. Ora lui, il maschio, su non si fa più vedere, e lei ha studiato, e fa la dottoressa in qualche ospedale, a Pistoia o Firenze. Per dire. Quella mattina, non era ancora giorno, sentimmo bussare alla porta e si andò a aprire e c'era tutti 'sti tedeschi col mitra puntato e cativi, che durante la notte gli eran scapati tre prigionieri russi che avevano dalla parte di Suviana o Castione. Ne avevan degli altri, ma questi tre eran riusciti a scapar via. Gli avevano sparato dietro e uno l'avevan anche ferito, in una gamba. Ma noi verod?o prigionieri russi non se n'aveva visti. Son convinto! Gi— al mulino arrivò Gino da mio nonno e gli disse, fa: "Piètro, potete venire un attimo nel campo?" e l… in mezzo al granturco c'era il russo ferito, e gli altri due erano andati chissà dove. 'Nsomma, lo misero dentro a una gòrgola, poi la riempirono di fieno e mio nonno se lo caricò in spalla e lo portò su, dentro alla cavanna, fra il fieno, con tutti i tedeschi che andavano e uscivano dal Mulino, ce n'era anche due che dormivano sotto al tavolo dell'androne. Dopo un po', pensa e ripensa, lo rimise dentro a 'sta gòrgola, perché‚ l? in casa non si poteva proprio tenere, e lo portò nella casetta della Fèla, vicino al bosco, e da l? lo vennero poi a prendere dei partigiani e lo portarono prima alle Casette, e dopo, credo, nel modenese, che non è mica l? a due passi. Ma 'sti tedeschi s'erano ormai incattiviti e noi peggio, che non ne poteva più nessuno. Un giorno sempre al Piandalcèro arrivò uno e disse, a mia mamma: "Corete sposa che c'è i tedeschi che vi portan via il fieno nelle piantate!" e si corse e si trovò questi due, uno giovane e un altro più anziano che rumiciavano col fieno. Cominciarono a discutere, prima che il fieno serviva a noi e loro dicevan che serviva a loro e dovevano portarcelo via, poi mia mamma s'arrabbiò e gli disse: "O perché‚ non lo andate a prendere da furer e da Musolini il vostro fieno?" e quello giovane s'arabiò dav‚ra anche se l'altro cercava di calmarlo e disse: "Domani vi vengo a prendere, voi e il bimbo, e vi porto in Germania." e noi il giorno dopo non ci si pensava più, e andammo al Mulino che c'era da fare la sfoglia e io trovai modo di tagliarmi un braccio "con quella canna di bamb— che era nel Maganzino, mentre Ziar?na rinpastava. Si corse a cercare un dottore per farmi mettere i punti, ma proprio in quel momento cominciarono a passare degli apparecchi e mentre noi si coreva verso Serrav?doli che c'era un dottore tutti sortivano dal paese per paura dei bombardamenti, e non si trovò nessuno; così, i punti, me li devono ancora mettere. Da lassùu, dal Piandalcèro, si vide anche quando fecero saltare la Centrale, che era cosìbella. L? eran stati bravi. Passarono a dire: "Aprite i vetri delle finestre, che noi si fa saltare la Centrale e se i vetri son chiusi vi saltan anche quelli." Ma la Centrale era proprio a due passi dal Mulino, cosìio e mia mamma e Ziar?na tornammo su e da l… guardavamo giù, verso la Centrale che si vedeva benissimo. "O quando la fan saltare?" si diceva. Poi l'aria attorno si fermò quasi un attimo, e si vide i muri venire in fuori, gonfiarsi, poi il botto che rintronò per tutte le vallate e tutto che volava da tutte le parti e il fumo nero che si alzava a riccioli per l'aria, ma un lampo, un momento, e la Centrale non si vedeva più. Vicino a me c'era il pòro Marcello mio coetaneo che piangeva: "Il mio babbo, il mio babbo!" perché‚ suo babbo il pòro Giagnoni lavorava in centrale e lui aveva paura che fosse morto nello scoppio. "O sta mo' bòno!" gli diceva sua mamma "Vedrai che babbo l? vicino non ci dev'esser proprio." Quando il pòro Marcello mor?, a poco più di vent'anni, per il cuore, sua mamma che era cosìdi chiesa su a la messa non ce l'han più vista. Il pòro Giagnoni invece che non era di quelli tanto atacati si mise a andarci, e era sempre l?, messa e funzione e procescione e tutto. Cos?. Quando arrivarono gli americani fu diverso. I tedeschi dicevano: "Vi lamentate di noi, ma aspettate che arrivino gli americani con tutta la gente che cianno dietro, e vedrete!" "Sèee" diceva Zioner?co "come se non ci fossi stato in America, b?scari!" e difatti, quando arrivarono... Quando arivò gli americani corse Gino il contadino a dire: "Corete Mer?go che c'è gli americani!" e noi su di corsa e giù in cortile c'era già due scamionate di negri ma nèrrri che cosìnon ne avevo mai visti, e urlavano e ridevano e buttavan giù roba da quei cammi, sigarette, caramelle, ciocolate, e cingommi che quella era proprio una novit…, di gomma come le galle di rinch?ccolo, ma meglio, una caramella che succhia succhia non si scioglieva, e alora dopo un po' prendevi e la mandavi giù. Poi arrivarono, dopo due o tre giorni, queli bianchi e anche loro avevan tanta di quella roba, e una cocacola cosìbuona io non l'ho più bevuta anche se non era fredda, e il burro di noccioline, e quele friteline dolci che ci metevan sopra dello sciroppo, e le scatolette piene di frutta col sugo, e le ciocolate che s'è detto; era mò bello! Poi arrivarono i brasil‚ro, che eran neri anche quelli, ma meno, con due ospedali da campo; ce n'era uno a Villaravèllo, di questi ospedali, arrivavano le autoambulanze verdi con la croce rossa dietro, dipinta in mezzo ai due battenti, e l? scaricavano 'sti feriti e li operavano, poi se tagliavano qualcosa facevan dei mucchi in mezzo alla piana, vicino alla gora che va al Mulino di sotto, questi gran mucchi bianchi di bende o quello che era, poi ci buttavan sopra la benzina e via fuoco, e si alzava 'sto fumo denso e scuro e c'era questo odore che ogni tanto mi sembra di sentire ancora, se mi fermo a pensarci. Arrivò anche qualche inglese, ma quelli eran superbiosi, e non si mescolarono. Ma americani e brasil‚ri! Tutte quelle troie di Pavana (che ce n'era tante, e ora sembra che non ce ne siano più; dove siete andate, troie d'antan?! mia per m‚, ma per il colore locale!) un'america cosìnon l'avevan mai vista! Ma mia solo loro. Avevano anche una grande orchestra, ma grande, tutti in divisa con gli elmetti bianchi invece che verdi, tutti seduti col legg?o davanti sotto agli abeti dopo il cancello, trombe, tromboni, uno poi grande che il suonatore se lo faceva passare nel mezzo, con 'na bocca granda e lucida che ci si specchiava. E tamburi, e tamburoni, e 'na zucca con atorno delle corone di perline che quello che la sonava le faceva girare, o che strumento sarà, anche con quello davanti con la bach‚tta in su e in giù. C'era tutta Pavana a sentire, e dicevano: "Ma avete sentito che roba, o è musica?" "E' musica americana" dicevan quelli che eran stati in america. Una sera al Mulino c'era un negro che veniva sempre a mangiare un piatto di minestra che gli piaceva più del rancio (mia come m‚, che mi mettevo in fila con la gavetta per mangiare con loro, e m'avevano fatto anche 'na divisa coi gradi da sergente) e un giorno disse: "Voi non lo sapete, ma sono un cantante famoso, giù a casa. Per ringraziarvi vengo una sera a veglia, prendo la chitarra e vi fo sentire cosa canto e come canto." Contenti, che erano, perché‚ era gente che la musica gli piaceva, soprattutto Nonnamab?lia. Arrivò questo una sera e si mise dal camino con 'sta chitarra e canta pure, t‚. Sar… anche stato bravo, ma cantava de la roba, con de le svèrnie! 'Nsomma, quelli del Mulino cominciarono a guardarsi, prima uno, poi quell'altro, poi qualcuno fece 'na mezza risata, poi quell'altro ancora a sbufare, finch‚ il cantante si fermò e disse, serio: "Vedo che la mia musica non vi piace." si alzò, e non si fece più vedere. Gli dispiacque, a quelli del Mulino, perché‚ eran educati e insomma, sentirono che non eran stati gentils, ma come si fa? "Ragazzi, sembrava non so cosa" disse Ziar?na, "o che canzoni sono?" e Ziomer?go: "Ve l'ho detto, è musica americana." cosìquando fecero quella festa da ballo giù da Gigi, coi dischi americani, erano un po' preparati, ma ridevan lo stesso a vederli balare. "Guardali come ballano" dicevano, "stan col culo in fuori e muovano solo il culo, o che balare è?" "E' l'u…stèp" diceva Zioner?co "che sarebbe poi come la polcherina, loro ballan solo quello." Noi, oltre quella, si balava il valzere, e la manzurca, o marzurca, o marzucca, a seconda. Anche la manfrina, il che è una cosa strana, perché‚ la manfrina è anzitutto una cosa noiosa, di uno che la fa lunga, via. Che dice: "O che manfrine mi fai?" e' così. Come dire: "O piaga dai sèt dolori" che è uguale, con la differenza che la piaga non si balla, e non è buta. La balarono, la manfrina, alla Canòva, quando si sposò Vitoriano che in quei tempi abitava proprio alla Canòva, lui era operaio all'Adaldi (Grande Fabbrica di Por‚tta, D.E.M.M., Daldi e Matteucci, Milano) e lei una mezza suvianotta se il matrimonio lo fecero proprio nella Chiesa di Suviana. Di solito quelli di l… da l'acqua si sposavano in Pavana; arivavan giù, verso le dieci e mezza, lui e lei già a bracetto, lei tutta in bianco, perché‚ anche gli spinaioli ci tenevano, lui in cacciatora di velluto a coste maron o verde, che poi sarebbe stato il suo vestito bòno per tutta la vita, e ce l'avrebbero anche suplito, con quel vestito l?. Davanti c'era uno con l'organino, per fare alegria, e già le gambe, con quelle musichine, non stavan ferme. Poi c'era sempre due con delle butiglie di liquore nelle tasche della giacca, e un bichierino (ma piccolo!) nel taschino, che ofrivan da bere a tutti quelli che incontravano, ed eran già bell'e ciucchi loro, alle dieci e mezza di mattina. Li vedevi passare il ponte e arrivare davanti al Mulino, e dai giù a bere e a offrire, poi quel chilometrino in su fino alla chiesa. Dopo che s'eran sposati sortivano da Messa e quelli delle butiglie avevan delle sbiscate di confetti, quelli normali a mandorla, bianchi e lisci, e quelli toscani tondi e brugnolosi, che noi ragazzi ci s'amazava per terra, per tirarne su uno. Poi via contenti che tornavano di l… da l'acqua, a manghiare. Quella volta invece s'andò noi a piedi fino a Suviana, Ziar?na e io, prima si pasò dalla Casanòva a prendere Vitoriano e quegli altri, e avevo chiesto a mia zia di darmi un regalo da fargli, che mi sembrava brutto andar l… così, a mani vuote. "O cosa vuoi regalare t‚ che sei un bambino?" diceva mia zia, "i regali li fanno i grandi!" ma riuscii a farmi confezionare un pachetto con dentro uno spazzolino da denti (nòvo) degli americani, e un butiglino di metallo degli americani pieno di dentifricio in polvere (degli americani) che chissà se l'avranno mai adoperato (loro, non gli americani) e il tutto era legato con un gladiolo rosso di quelli che facevano nel prato dopo il cancelino, di fronte a casa. "Rosso VUOl dire amore e passione" disse Ziar?na, che era stata a Genova a servire e sapeva il linguaggio dei fiori. "Impara per quando sarai grande. Il giaggiolo, che lo chiamano anche iris, significa buone notizie, e il lilla la giovinezza: il ciclamino dice di diffidare, e la giorgina, che gli dicono anche d…lia, è l'allegria, o la riconoscenza. Ma ce n'è! Lo spino bianco, che dice che è primavera, come il maio, "dir… meglio d'ogni studiato discorso quanto l'ardente giovane, che ha dichiarato il suo amore, si attende dal cuore della sua bella!" ?‚‚ ma ce n'è!" Coio! Ragazzi è difficile dav‚ra diventare grandi, o come si fa a ricordare tutte quelle cose l?? Ma quando lo diedi alla sposa fu contenta, che disse "Grazie, sei proprio gentile" cosìquando si andò a mangiare avevo la coscienza a posto, che almeno il regalo glielo avevo fatto e non ero arrivato a mani vuote, come tanti. E si mangiò fin verso le quattro, poi ci si alzò e tutti a piedi s'incamminarono verso la Canòva, dall'altra parte della crina, e l? ci si rimise a tavola e si ricominciò a mangiare. E meglio, perché‚ l? c'era Ziar?na che aveva organizzato tutto, e addirittura dopo le minestre e i lessi e gli arrosti arrivò fuori con due òva al tegamino, due a testa. "O che roba è" dissero tutti "anche le òva?!" E invece erano due mezze albicocche in una crema bianca e dolce, che rimasero tutti senza parole, e roba cosìnon ne avevan mai vista. Poi c'era quello dell'organino che cominciò a sonare, e alora un vecchietto ciucco (ma eran già tutti ciucchi come ‚mbrici, e un po' anche noi ragazzi che qualche bichiere era scappato si aveva un po' di scimmia) disse: "Suona una manfrina" e via, si mise a balarla in gilè coi pollici infilati al taglio delle maniche, con un busolètto di vino dritto sulla testa, come un fuso. E più prilava, e saltava, e più il bicchiere gli sembrava legato sopra, a quella testa, e non ne versò neanche una goccia. Quelli son balli, mia quelli degli americani! Anche se noi ragazzi non si balava, era bello veder balare, e andarci, quando facevan delle feste, soprattutto di sera. Organizzarono all'Albergo Belvedere, sulla pista che c'era, quella dei ComBatentirèduci, con Tontino di mezzo. Era meglio che alla Canòva; c'era l'orchestra e tutti gli striscioni di carta colorata con appesi i lampioncini alla veneziana (si dice così) che sono dei palloncini di carta colorata con dentro una candela, come quando si fa le zucche tagliate a faccia per spaventare la gente, e anche l? ci va messa dentro la candela che fa trasparire tutto il colore della zucca o del lampioncino. Di rosso, di verde, di giallo, solo se non tira vento, che se no la candela si spegne o il lampioncino prende fòco. Allora ci sono le lampadine a festone, come per la Madonna Pellegrina o per Santa Filomena (ora pro nobis); ma mentre quelle della prociscione son bianche, l? ci sono bianche, ma anche verdi e rosse, e quando ballano il tango rimangon solo quelle e non si vede più niente. O che gusto c'è, a non vederci? Arriva, sta patozina, mezza francese, figlia o nipote di chissà chi e mi fa, dice: "Balli con m‚?" Io ero l? sul ghiaino, ai bordi della pista a guardare Tontino che prilava o Lallo che faceva tutte le sue svèrnie che divertimenti cosìnon ce n'erano e mi prese proprio di sorpresa, perché‚ belina era berna ma balare, come si fa? Dissi: "Non son mia bòno sai, di balare" e lei mi voltò le spalle con una mossetta stizzita che mi fece anche rimanere male, perché‚ mi dispiaceva; se avessi saputo avrei balato, nòò?! O il giorno dopo non te la ritrovo al Pozòne? Col costumino da bagno tutto tirato che mi guarda e mi fa: "Balare no, ma vieni a nuotare con m‚?" E io non avevo ancora imparato. "Non so neanche nuotare" dovetti ammettere. Mi guardò proprio come si guarda un b?schero: "Balare non so" e mi faceva il verso "nuotare non so... Sei proprio un orso!" E 'sta cosa dell'orso ragazzi mi lasciò l? come un b?schero dav‚ra, lo sentii dentro verod?o che essere un orso doveva essere 'na brutta cosa, Alzò le spalle, se n'andò, e non l'ho più rivista ma mai, ora che balare saprei anche, e nuotare ho imparato. O ch‚ vuol dire un orso? perché‚ t‚ li sai ti- rare i sassi, b?schera? E balare poi san balare solo quelle patozzine. Li sai t‚‚ i nidi, che ne ho trovato uno l'altro giorno, di balerina proprio?! Acid‚nta a quelle patòzze e chi le campa?! Ma lo sapevo che le mie eran scuse, perché‚ sentivo che se avessi saputo balare, o quantomeno nuotare, ci avrei anche giocato al dotore in mezzo a tutte quelle v‚tiche del fiume, con lei con quella sua erre strana che mi rotava dentro, e invece non si fece più vedere, come una visione, un sogno. M…! "A i vòle pasc‚nzia" drig‚va m‚ nonna, "tanta, e n‚ poca!" Prima della guerra c'era quella pista da ballo alla Venturina ("Grande pista da ballo annessa all'Albergo Pensione Rist. Cesira", recita la cartolina d'allora) da Gino, si diceva noi, quel bar che saltò per aria nel '69 per le bombole del gas, e ce ne rimasero quattro o cinque, anche quel ragazzo un po' più giovane di noi, che era andato un attimo a prendere le sigarette, e fu il primo degli scoppi tragici di quell'anno, quasi ad avvertire. Ma fu Gigi della m‚ Maria ad aprire la prima pista da ballo, nella terrazza di casa sua. Dopo ci fece anche il cinema, quando balare non si balava più tanto. Ma alora, ‚‚‚, alora che voglia di balare che avevan tutti. Gigi prese questi cartoni catramati degli americani e li apr? ben bene tutti e li inchiodò su delle assi, e aveva 'sto tabelone pari pari che pitturò tutto d'azzurro cielo, e in nero catrame ci scrisse: "SETtIMO CIELO", ma bene, e lo atacò fuori, dalla balaustra di cimento, in modo che tutti lo vedessero. C'era delle orchestre! Mia come quella degli americani ma belle, anche se musica americana ormai la sonavano un po' tutti, e cantavano: "Solo me ne vo per la citt… solo fra la folla che non sa..." o anche quella del re del portogallo, belina quella, che volea balar la samba (o come volea?) e esendo poco in gamba cadendo si fer?. Non si ferivan mia loro a balare, che facevan dei salti, dei prili, a vederli 'sti balerini, che sembrava che avessero balato la samba tutta la vita, o quello che era che balavano. E se gli veniva sete, appena di fronte all'ingresso vicino al pozzo Gigi ciav‚va fatto il bar, con le sue bibite in ghiaccio e anche i gelati, una volta andò da Gino (quello dell'Albergo Pensione Rist. Cesira) e comprò dei gelati, di cioccolato e crema, poi li mise in fresco nel pozzo ma non bastò quel freddo l?, ci voleva mò le stecche di ghiaccio che però eran tutte in quella tinozza di zingo dove c'erano in fresco le birre e le aranciate, e dopo un po' s'eran tutti sciolti che non si potevan più vendere e a me e alla Rosanna ci tocò mangiare tanti di quei gelati che cosìnon se ne sarebbe mangiati mai più. Era bello dav‚ra, la domenica. Al pomeriggio si andava in giù, dopo mangiato verso le tre, e c'era il cinema; poi via su alla pista, per preparare, e arrivava l'orchestra che provava gli strumenti, e li guardavi perché‚ doveva essere bello saperne sonare uno, o come si far… mai? Come quando tornò mio babbo che sonava un po' il mandolino e la Mirella mia cugina lo guardava sonare e gli fa, dice: "Ma sai che dev'esser bello suonare uno strumento. Se io lo sapessi suonare penso che suonerei e non farei altro, suonerei soltanto" e forse per quello da più granda s'è innamorata di Franco d'Angiulla che sapeva suonare Luna Rossa con la fisarmonica. Poi quando s'è sposato non l'ha più sonata, mai! Ma su in pista c'era poi da mettere le scranne tutt'atorno per le patòzze e le donne e quelle che le accompagnavano, mia pr i balerini, che loro tanto stavano in piedi e giravano tutt'a la tonda per vedere se qualcuna balava con loro. Quando le scranne non bastavano si faceva una smachinata di quelle del cinema, o anche a piedi si portavano, quelle file di sedie a cinque alla volta legate dietro. Si buttava il talco sulla pista, per farli scivolare meglio; la Maria si metteva alla cassa a spetare i primi, che si guardavano attorno per vedere chi c'era chi non c'era, facevano il biglietto, stavan l? a girottare, poi più tardi arivavan quele donne e verso le nove l'orchestra cominciava e cominciavano a balare. Balare noi ragazzi non si balava mia, ogni tanto le patozzine, che imparavano come si fa: tu guardavi solo per imparare, ma mia a balare proprio, il comportamento, il codice di buone maniere, l'usanza, il rito. Per balare si fa così: apena l'orchestra comincia cominci a girare atorno alla pista, per cercare quelle che ti piacciono, tanto è un pezzo che le guardi e lo sai, quali sono. C'è quella che magari aspetta solo t‚, e alora l? vai sicuro perché‚ tanto dice di no a tutti quegli altri e puoi anche aspettare un po', anche di finire la sigaretta, che butarla via a mezzo è proprio uno spreco. Puoi anche sp‚ngerla, contro la scarpa, e metterla in tasca, ma dopo t'impuzzi tutto di tabacco bruciato e non va più via. Se sai che c'è una che t'aspetta puoi anche fare il superbioso e dire: "M…?! Andiam pure, vai, a fare il nostro dovere" come se la vita altro non ti of- frisse che quella noia profonda e quel balare continuo che se fosse per t‚‚, s‚‚‚, scosato, ci andresti a balare, ma accetti quella prova solo proprio per non farla sofrire, che un cuore in fondo ce l'hai anche tu. Se però quella patòzza l? non ce l'hai alora cominci a girare e a chiedere: "Balla signorina?" e questa ti guarda per un po', ben bene, e può dire: "No grazie." oppure "Son stanca." (ma non è mia vera, che sia stanca, è venuta fin l? per balare 'sta ghignosa, è che magari aspetta quello che è l… ch‚ finisce la sigaretta, vi pigliasse 'n colpo a tutti e due, che quando si va a balare si deve balare con tutti, che il biglietto l'ho pagato anch'io, come quegli altri!). Se quelle che ti piacciono ti han detto tutte di no alora guardi quello che c'è rimasto, tanto sei l? per balare e ricominci il giro. Se ti dican di s? non te lo dicono, si alzano in piedi, si mettano a posto la sotana e via che si va, o di valzer, o di slov, ma il più bello di tutti è il tango, anche se non si capisce perché‚ quando t‚ balli il tango spengan quasi tutte le luci (lo capirai poi un d?, nini) e rimangan solo quelle che Gigi ha dipinto di rosso e di azzurro (blò, dice la Maria, e sembra quasi un altro colore). Il tango si balla così, da òmo (da donna sarà uguale ma alla rovescia): sinistro-destro-sinistro-unisci. Detto sembra facile, è farlo che ti puoi inciampare, e c'è quelli che fanno la promenalt, o l'esit‚scion, o il caschè che bisogna vederli. Lallo è 'n balerino, anche Tontino ma più sui valzer, anche ocontr‚. Ma il tango è il tango ragazzi; e come si str?ccano: Nooo, non è la gelosi-ha maaa, è la pasione mi-Ha o la Cumparsita, che quello dell'organino fa: "Brram-bam-bam-bam taratatara... perché‚ La Cumparsita le parole non ce l'ha, ma è il più bello. Anche Fernando il tango lo balla bene, con tutte le sue figure e i suoi passi, lui suona anche il violino, grazie! Ma poi ha smesso di suonarlo, mia come Franco che ha smesso dopo che s'è sposato, per seriet… dice, ma lui Fernando per delusione. E' che era arrivata quella patòzza di Ravenna, belina, dicevano (ci capivo ben 'na semplice, io, coi gusti d'alora, che ce n'era una che mi piaceva e anche lei mi pareva e tutto contento quando Piero-Blek ariva su e gliela fo vedere lui mi fa, dice: "Chi? Quel strub?ccio l?"?), vilegiante era questa di Ravenna, e c'eran lui e quel'altro di diga che ragazzi dietro sempre che sembravan cani da caccia, pointer sembravano, a messa, in giro, a far le pasegiate (pavanesi, figurati t‚!) a balare, dappertutto, che si fecero anche dei permali, ma pesi, con le morose locali, chi ce l'aveva. Alora 'na sera che s'era l? che si parlava qualduno disse, non so chi o comme, ma ci doveva esser sotto un'intenzione di schèrnia spregiòsa: "Via, che andiamo e gli si fa l'inserenata" e si part?, noi rimpiatati dietro 'na cèdda, io e Piero-Blek, e poi tutti gli altri, e Fernando coragioso davanti, sotto alla luce del lampione della stradina di T‚glia, che sembrava illuminata peggio che un'autostrada ora. S‚‚‚, l'autostrada, me la ripuppi! 'Nsomma, lui va l?, si ferma un attimo, poi parte, con la Luna nel Rio, belina, quella che fa: Chi gettò la luna nel Rio, chi l… gettò? che era il suo pezzo preferito, ma senza le parole, perché‚ suonava, solo. E dopo un po' s'apre la finestra e lei si afaciò, in camicia da notte, perché‚ si vede che a Ravenna serenate non gliene avevan mai fatte, e dietro la madre o chi che se la gustava anche lei, l'inserenata. Solo che Fernando era uno che s'emozionava, e nel violino bisogna prenderci, non c'è mia le sbarette come nella chitarra, O i tasti, come nell'organino. Insomma cominciò a sbagliarsi che non ne faceva più una giusta. Certe stonate, degli smèrgoli! E noi b?scheri dietro a quella cèdda a ridere che facevamo più svèrnia noi del violino. Fernando era uno che s'incazava verod?o, come quela volla che al fiume perse la gara con le barchine, che noi le facevamo con dei bach‚tti l? per l? e via, e lui ciav‚va messo due giorni a farla, preciso com'era, bella, fatta a sottomarino, che quando ce la fece vedere si disse tutti: "Coiò!" ma le buttammo per la gara nella gora del Mulino di sotto e perse (anche s'era bella dav‚ra!) e s'incazò e la prese e la mise sopra a un sasso e con un altro, borda!, giù colpi, e la schiacciò tutta, la sua barchina- sottomarino. O quela volta che arivò Sirio dalla Francia che aveva cominciato a tirare di bocs, coi guantoni e tutto, e gli fa a Fernando: "dai che si fa soquanti raund", alla Casa del Popolo, e Sirio tirava che era stato in palestra ma Fernando era più grosso di lui e ciav‚va anche la foto di quel americano culturista sotta al vetro della scrivania, sa' quello che alza le braccia e fa vedere i muscoli che gli fanno ala anche sotto alle ascelle, che cosìnon ce li ha neanche Gigi de l'Orbo (Fernando un po' s?, e quando si fa le foto al fiumme sta sempre in quela posa), e Sirio gli saltellava atorno e Fernando fermo, finch‚ s'incazò e gli lasciò partire un cazotto sul naso che pisciò sangue per un'ora e bocs, credo, non gli tornò più voglia di farla, almeno in Italia. cosìquella sera della serenata gli prese la solita rabbia, perché‚ dal violino non veniva più fòri quella musica che voleva sonare lui; cominciò a tirare delle gran madonne, e smadonna pure t‚, poi prese il violino e cominciò a sbatterlo prima contro la siepe, e madonne, e poi sul muro, che andò in mille pezzi (il violino), e trum, la finestra si chiuse di colpo e Fernando, da allora, il violino non l'ha più sonato. Forse la musica gli piace ancora, che uno ci nasce, ma il violino, aaa quello no. Solo balare. Anche in Pavana ballano; quelli della Casa del Popolo han spianato il campo di Torello e sotto ci…n fatto il pal…io delle bòchie e sopra la pista, di cimento. In fondo, dove c'è il capanno per l'orchestra con tutte le luci e proprio dietro il sentierino che va alla chiesa e si mettono tutti quelli che guardano senza pagare il biglietto, c'è un abete che ce l'han lasciato, cosìla pista si può chiamare "Pino Solitario" perché‚ c'è la canzone: "Pino solit…ò... riascolta..." e da l? vedi tutti, con la camicia bianca della domenica e ancora le pettinature lucide perché‚ se passi dalla riga, o divisa o sciovradura che sia all'indietro, da grando, alora ce ne vòle (a i nvole sci!) di brillantina per tenerli a posto quei mostri che ti si drizzan su sulla testa che tutti dicano che sembri quello che fa la reclame di quell'apise; qualcuno è ancora all'umberta (ma pochi) o alla mascagna, che sarebbe 'na caviara di ciuffi tutti alti e all'indietro; ma questa solo i più vecchi, di 30, 35, via. Al "Pino Solitario" venivano i toscani. Si vedeva che eran di citt…. Arivavan su ragazzi che sembravano chissacosa, tutti lustri, con le cravatte rosse e i calzini rossi, tutto in tinta, dentro a quelle scarpe a punta che ci sarebbe voluto il dito grosso in mezzo, mia da 'na parte come ci…nno i cristiani. Loro bevevan spumante, no l'aranciata o la birra o il vino rosso, come i pavanesi (già sul chinotto si potevan correre dei rischi, come di figoso ghiribizzo; 'na patòzza, forse), e quando balavan si vedeva che eran più sofistici; dicevano, a quele patòzze: "Fòri ciò imm?llekuattro dimmib…bbo! Vole e l'accompaggn'accasa?" Un po' li soportavano, perché‚ i pavanesi son bòni, non son risosi, poi quando si sta in compagnia, via, si sa che uno pòle scherzare, ma quando cominciavano a tòrla lunga... quando per esempio c'era Miss Garofano. Per fare Miss Garofano si fa così: ci sono 'sti mazzi di garofani, tanti, e uno ne compra un mazzo o più e li regala alla ragazza che gli piace di più o alla sua filarina o a chi vole e alla fine quella che ha più mazzi di garofani vince, la fascia con su scritto miss e i garofani. Succedeva che delle volte 'sti toscani s'eran portati qualche donna con loro, e loro volevan far vincere una toscana e i pavanesi 'na pavanese, via. Compra pur t‚ garofani, alla fine magari si ac- corgevano che non ne avevan comprati poi tanti, che non bastavano, e alora per contentare un po' tutti magari da un mazzo ce ne facevan due o tre, e capitava che vincesse la pavanese che aveva più mazzi, ma più piccoli. I toscani allora a dire che s'era imbrogliato, e sono incazosi sono, c'era sempre quello che voleva fare a cazotti, con gli altri che lo tenevan stretto e giù madonne, che de le volte si toglievano anche la giubba e la sbatevano per terra, rossi, altro che i calzini, ma anche i nostri s'incaz…vano e i più grossi si facevan sotto, c'era per esempio Gigi de l'Orbo, quell'Orbo che suonava l'organino a tutti i nozze e aveva lasciato gli occhi in una mina in Svizzera, Cantone Clarus, quel Gigi di l… da l'acqua suo figlio era anche bòno, normale, ma se aveva qualche busolètto dentro diventava una b‚sctia, diventava. Era roba svelta, da due o tre minuti, pam pam pam e chi ha preso ha preso, borda, spinte, puggni, cravatini, e tieni pur fermo di qua e di l…, e una volta Gigi scardinò una porta e con quella ne stese cinque, di toscani, ma poi c'era sempre i pacèri, sempre di qua e di l…, che dicevan via ragazzi s'è qui per divertirsi, si fa le paci, s'è tutti compaggni (mia tanto, perché‚ in Pavana ce n'era dei democristiani, anche alla Casa del Popolo) e un giro al bar a bere tutti un bichiere di vino e amici come prima e questo l'offro io, no lo offro io, famm'il favore che st'amm‚, o non si ricomincer… mia subito; poi l'orchestra sonava, e via tutti a balare. Se ne sarà fatti dei prilli e dei salti, su quela pista? Di tutto hanno balato e s'è balato, e si son inmorosati O lasciati o stiziti o han fatto le paci o quello che volevan fare. Chi…ppala, ora, se sei bòno; d'estate resta l?, vota, senza neanche ragazzi che ci vadano a giocare o a fare andare il ghiaino sulla pista per far smadonar qualcuno (han 'na bella paura i ragazzi d'adessa; non che noi se n'avesse tanta, è che non ce n'è più, ragazzi) ed è solo capace di riempirsi di neve, quando l'inverno picchia, senza che ci sia speranza che qualcuno la vada a spalare perché‚ la pista non si rovini, o tiri giù quella che s'è posata sulla vidara di rampicante, che tanto è già bell'e venuta giù, e da un pezzo, con tutti i fili che la tiravano e i paletti che la regevano. Ma si dice: "Hai voluto balare? Piangi mò che ci…i le scarpe consumate, pòro pistollo." 17. Nonno Pietro lo portarono a braccia, o meglio, se lo carica- rono in spalla (e chi? Tontino sicuro, poi Stefano, o chi altri, certo quelli più abituati e abili a portare) perché‚ allora non c'era ancora l'ultima rampa asfaltata che arriva fino alle scalette che portano dirette al cancello del Camposanto, e neanche c'era l'altra strada, quella che dalla Chiesa va fin su, alle Casette. Tutto finiva l?, anche se da quel posto preciso cominciava quella via più antica, la mulattiera che va a Sambuca, che sarà stata percorsa oltre che da muli e da legne e da carichi, da preti e dame, da soldati e cavalli e lance, strepiti e voci, capitani e arceri e balestrieri, lanzi e borgognoni, rimasti poi come famiglie. Solo cognomi, ombre, ricordi. Ci sarà passato anche Guittoncino dei Sinibuldi, o Sighibuldi, poeta e avvocato e inmorosato della sua Selvaggia, morta forse con la peste del tre. E ora non ci si passa più, perché‚ ogni inverno gli alberi cadono su altri alberi caduti prima, vecchiaia o gelicidi, franano i muretti e i fossi spaccano, e le ragge abbracciano tutto, come per proteggere e nascondere. Ma ora non ci si mòve più, se non s'ha la macchina di sott'al culo, e anche al Camposanto ci arrivi che sembra una passeggiata. Lo portarono a braccia; lo alzarono dall'ottomana di velluto marron della saletta, dove stava nell'ultimo mese, per comodità. Lo presero in quattro che come a un segno si staccarono dalla folla di quegli òmini e donne mezzi dentro mezzi fuori dalla porta del Mulino e s'avviarono su; a pensarci solo, c'è da sentire fatica, ma era gente che ne portava, di pesi, anche se forse si saranno dati il cambio, per riuscire ad arrivare fin lassù, in cima. perché‚, per arrivarci, c'è da fare prima tutta la mulattiera, dalla curva sopra al pozzo, fra il còrniolo e il marrone, poi sembra quasi che diventi pari fiancheggiando quello di Casari e i salici capitozzati per fare vincigli, ma alla curva del secondo marrone (dove l? sotto, in primavera, ci fa le pervenche, e credo che non facciano in nessun altro posto che l?) comincia a farsi dritta di nuovo, e poi c'è l'altra curva e tutto il drizzone che sembra un'autostrada tan- to era fatta bene, anche se ora un pezzo è crollato di fronte al ciliegio zambeffo, e alla baracca abbandonata, e alla vidara di denti di vecchia, fino alle prime case, quella di Tonio-Rosa (che non abita più l?), e quella del contadino (che non c'è più) e quella di Franco Casari (che sta a Casa Gori) che ha di fianco la casa dell'Anna di Paiaro matto (pericolo di crollo), Pavana bassa insomma, e ancora si inerpica e passa sotto al voltone di casa nostra, quel voltone che non sa spiegarti perché‚ era l?, con la porta dei contadini di fianco e sopra la torretta che non c'è più, la tirarono via perché‚ ci pioveva dentro (importava ben 'na semplice, la tor‚tta!) e l'ultima sgroppata fin su, alla Statale, e c'è da attraversare la Porrettana, la Strada, poi ancora in su, verso la chiesa, passando in mezzo al paese, davanti a l'Apalto, con mescita, davanti alla casa dei Righetti, a quelle dei Lorini, che saranno stati tutti fuori a veder passare il trasport”, davanti qua B‚bi (nata a P…nama, Missouri), sotto al monumento dei Caduti (che li abbiamo avuti anche noi), ed ecco la Chiesa, fra tigli e platani (ma prima dovevano essere castaggni) con tutti queli che aspettano l? e non son venuti fin giù al Mulino, perché‚ non parenti o amici stretti, solo paesani. Ma ai trasporti almeno uno d'una famiglia ci deve andare, tanto è 'na rata, e oggi tocca a m‚ ma domani, lo sai t‚‚ a chi tocca? Poi, dopo la funzione, finalmente l'ultimo tratto, dove si comincia a vederlo, il Cimitero, il più in alto di tutto il paese, perché‚ cosìsi possa guardare meglio più sotto, vederli l…, che girottano ancora in tutte le mille inezie quotidiane, quei pòri pistolli che ci sono rimasti, a 'sto mondo. Tanto, o il muro o qualcos'altro, vedrai che qualcosa ci af‚rma, prima o poi, anche se a girotare qui datorno non ci passa mai la voglia, se dipendesse da noi. Mia tutti però; il babbo di Stefano, quando lo vidi che sort? di casa mentre noi si cantava maggio, e lo credevo bell'e ito da un po', e invece era ancora l?, disse che lui proprio s'era stancato, non conosceva quasi più nessuno e non ci capiva più niente, in 'sto mondo matto e b?scaro, e che Cristo doveva essersi scordato, di lui. Una dimenticanza, una svista, con tanti più giovani (di otanta, ma anche giovani giovani, di setanta tò!) che se ne andavano prima. O, può sucèdere, anche a Loro Las—. Saaa, è il momento. Ci si ricorda poco, di Nonno Pietro, marito di Nativi Amab?lia, è morto troppo presto, nei primi anni cinquanta. Lorgn‚tte a mezzo naso e gilè sulla camicia senza solino, d'estate; d'inverno, quello di lana bianca di p‚ggora, fatto a mano. Se ilfratello Mer?go andava poco in paese, lui era come la sorella Teresa: mai. Lo avr… visto una qualche messa. Lui aveva il Mulino, e gli orti, ma queste cose erano poi soprattutto del padre, il Grosso Checco Padrone e Prepotente (o, dicano; io non c'ero mia a vedere, e un po' mi spiace di trattarlo male, questo mio omonimo). Allora via int al castgnedin, che era eredit… della moglie, e quindi suo, a scamaiare e armondare, via nei Prati, quel pezzo di terra sotto alla Ca' 'd C?ccia, sempre roba Nativi o Pieracini, in leggero declivio, dalle due piantatine di uva americana fino alle mele e alle pere e alle sorbe e alle noci della spianatina in fondo, dove c'era la pozza d'acqua con attorno i fiori gialli. Vederle ora, quelle piante, din'fra mezzo agli stròzghi e alle rose selvatiche, con la pozza che puoi anche scavare ma non la trovi più, l'acqua, e l'acqua s'è persa quando hanno scavato le fosse per farci passare l'acquidotto. Vederle: vecchie malate e non potate da anni, fanno male e no, perché‚ fra i rami secchi e vaiolosi di muschi e licheni ogni tanto c'è un ramo verde che a primavera, se il tempo è bòno, fiorisce e butta, si riempie d'insucchio e vive e fa frutti, quando è stagione. Cascare cascano, che nessuno ci bada più, ma che servano pure ai merli e alle iandare, e se si strascinano e fanno strad?o per terra ributtano e ogni pianta vecchia è piena di tante piantine giovani, tutte datorno, e basterebbe tenerne una, e inne- starla, e farla crescere, e tagliare tutti quegli spini, e la pal‚a che ormai non serve più ai con?glioli e ormai è a strati che prima d'arrivare alla terra devi fare un bugo, ma fondo; ma che te ne fai d'un frutteto, su di l…, che tanto un etto di qua e due di l…, fai prima, vai, e meglio. A volte ci provi, un po' per gioco, un po' per malinconia, ma lo sai che non serve, che altro che quella mezz'ora che ci passi. Che dovresti andarci tutti i giorni, in stagione, come quando erano giovani e lui curava il suo di lei, e portava a casa erba e frutta e funghi e castagne e tutto quello che poteva trovare, coi quercioli che crescevano per fare le leggne un giorno e Prati e Castagnetino tenuti come giardini e le cèdde vive che in mezzo non ci passava un furetto, d'in fra mezzo. Gli piaceva cantare, simile in questo alla moglie, e ricordava sempre quell'operetta che aveva visto a Bologna in viaggio di nozze; altri viaggi quello a Modena per il servizio militare (un presagio?) e nelle retrovie del fronte di qualche paese veneto. Gli piacevano le feste, ma non solo per mangiare, perché‚ gli piaceva stare assieme, quando s'era in tanti, e dato che era lui quello della cantina, era lui che tirava fuori le butiglie, quelle normali, quelle speciali, e quelle ancora di più, con occhi un po' cinesi che si chiudevano nel sorriso contento. "I miei nipoti non sono belli, sono uno più bello de l'altro!" Il muro af‚rma tutti. Lui, lo afermò un c…nchero. Stette male la prima volta poco dopo natale, che non sapevi se dispiacerti o gioire per quell'occasione di vacanza inaspettata. Il treno era ancora a vapore, e ci fermammo a Por‚tta allo Spedale, poi vai mò a piedi, che non c'era più mezzi, fino al mulino, cinque bei chilometri e passa, con le valige e tutto, e di notte; ma alora, vuoi che fosse. Rimase con 'sto buco aperto per un po', venne anche nella Citt… della Motta per una visita, o un consulto o un'operazione o cosa da un Gran Profesore che, dicevano, era l'Ultima Speranza; doveva essere del '53, perché‚ si era nella casa nòva, quella col bagno e col bidè con lo spruzzo, fasti mai visti o immaginati, perché‚ lui andò in bagno (latrina, che baggno!) e tornò fuori stillante acqua perché‚ aveva visto quel rubinetto l? in basso e voleva vedere cosa fosse e a cosa servisse. O a cosa vuoi che serva, è 'n bidè nòo? Non lo vedi, nonno?! Tornò su che non valeva neanche la pena di operarlo ancora. Non durò un anno. Fa bella figura in quella foto che c'è rimasta, in divisa del servizio militare prima della Grande Guerra: era panettiere e sembra un ufficialino austriaco, con lo spadino tenuto elegantemente fra una mano e l'altra, i capelli corti, che sai biondo-rossi, ben pettinati, i baffetti appena disegnati sopra ai labbri e quel sorriso un po' misterioso per quegli occhi un po' orientali, chissà come capitati. Ora quegli occhi l? ce li ha solo un bisnipote Marco, che lavora in una Agenzia Finanziaria, e parla di cose che se non ci sei dentro non le capisci. Via, nonno, lo riconosceresti, che è anche roba tua? Cosa ci capiresti, di quei conti e di interessi e percentuali e 'n'acid‚nte. Ci capirei s?, ci capirei, cosa credi che sia, b?scaro dav‚ra?! 18. Ora non si mangia più a mezzodì, e a far la merendina non ci va più nesuno, che è scomodo. La fanno quelli, d'estate, che s'af‚rmano co le macchine ai bordi della strada: tiran fuori il tavolino pieghevole (belino!), le loro scranine pieghevoli di plastica e metallo lustro (beline!), e tutti i loro piatti e le loro forchette e cortelli, il contenitore de l'acqua col suo rubinettino con l'acqua presa a quella fontana che se ci fan la fila dev'esser bòna ("Ma è mò più sicura quella de l'acquidotto!" dice Franco Casari, ora responsabile de gli Aquidotti e de le Acque del Comune Tutte), e la borsa-frigo con dentro le birre, le bibite, la butiglia del vino, la griglia e la carbonella, la relativa c?ccia da fare alla griglia. Fanno il loro fòco che altro che noi al fiume, e se la mangiano e se la bevano e se la respirano e se non ci…n la radio o il televisorino (belino, pulido!) guardan pasare le altre macchine che cercano un altro posto per fare uguale, che è il uichènd o feragosto o quello che è e in ca' vedrai t‚e non ci sto neanche se m'amazzi. Noi si fa le feste paesane. No Santa Filomena, non più ora pro nobis, perché‚ ci…n detto che l'avevano inventata, la nostra Vergine e Martre, che non era mai esistita (o alora?! noi che si orapronobisava a fare il che?!) ma c'è quella de l'Amicizia, e de l'Unit…, e del Paese, e del Vilegiante, e quella de le Casette, e quella de l'òrca maremma, tra 'n po'. Ce n'è, di feste! Con la loteria del coniglio, quela del tappo, la tombola col presciutto, la gara di briscola, e gli stends gastronomici, che sono poi gli stessi baracotti di lamiera zingata che se li passano e ripassano, come le persone che fan da mangiare e quelle che servano ai tavoli e quelli che ci mangiano e guardano i balerini in costume che fan le danze tradizionali e di fantasia (o saran poco bravi, quei bimbi?!) o se la raccontano sotto al monumento dei Caduti che ci…n cambiato di posto. Ogni tanto senti il valzerino che esce dall'altoparlante di 10 vat, e arriva quell'odore che sai di sanc?ccia o di braciola che sfrigola sulla brace di carbonella, e vai; sai che c'è la festa e vai, a riempirti di torteloni al pomodoro o rag—, di polenta con la sanc?ccia e di insalatona di tonno e fagioli e cipolla. O di crescentine fritte. O di fagioli in umido. O di sanc?ccia e di braciola cotta alla brace. Di carbonella. A farla c'è sempre lui, Poldo, già in mezza r…ndola, col forchettone in mano, che brontola e beve e gira e rigira quela c?ccia e stricca gli occhi per il fumo che ogni tanto gli si rivolta contro, ma veramente ce gli ha un po' stricchi di suo, quegli occhi, ne la faccia gonfia, il naso un po' sti…ccio, i ciuffi già bianchi, la barba non fatta, la buzza in fuori e le braghe col cavallo sui ginocchi, col fischio che qualche volta se lo scorda aperto; un busolètto di plastica in mano e via, volta e rivolta, e tornala a rivoltar, e giù bevi, anche per 'na settimana di seguito, che costa di più prenderla che mantenerla. Non so perché‚ sia sempre lui, a cuocere; anche l?, ci sarà le sue vocazioni. Poldo di nome farebbe veramente Dante, ma a volte gli dicano anche Galèra; probabilmente non c'è mai stato, sarà per via della sua faccia, quel nome. E' di quelli che forse non sono stati bambini, o se s?, eran delle teppe. In Legione pare di s?, che ci sia stato, e lo dice o lo lascia intendere per il gusto che han certuni a spingersi ancora più in basso, a far vedere che gli importa ben una s‚mplice, a loro. A lavorare per il mondo come carpentiere, quello c'è stato di sicuro. Come quela volta, in Africa . Era a lavorare in Africa a 'na diga, in C…merun, o in Congo, 'nsomma in tra di l?el…, e aveva 'sto somarino, che l'aveva comprato perché‚ gli tenesse un po' di compagnia, 'sto somarino, perché‚ non c'era mia tanto da svagarsi, facevan dei turni di venti giorni poi avevano un paio di giorni di permesso da passare in un paese a un po' di chilometri dove c'era un casino, e l'unica b‚sctia che avesse trovato per farsi compagnia era 'sto somarino che ci giocavano sempre anche i figli dell'Ingegnere Capo, quello che comandava tutti i lavori di 'sta diga, e tutti gli altri Ingegneri e Geometri e operai. Una volta, dopo i venti giorni, in 'sto casino, che aveva rimediato una r…ndola di quelle che poi la mattina dopo non te la ricordi neanche, e si trovò con 'sta troia nera e i soldi di tutti 'sti giorni di lavoro, pensò che come compagnia era mò meglio quella di quela donna l? che del somarino, e se la comprò. Solo che in cantiere, il giorno dopo, scopiò un bordello, che l'Ingegnere lo voleva licenziare, poi si pent? per via dei figli che gli si erano affezionati, a lui Poldo, a forza di giocare col somarino, e gli dice, fa: "Tenerti ti tengo, ma quella la devi riportare indietro in dove l'hai presa!" cosìla riportò, con lei che non voleva tornare, e anche l… non la rivolevano indietro, che lui l'aveva comprata e non si restituisce la merce e i soldi; 'nsomma, per farla corta, non solo non gli ridettero i soldi, ma dovette dargli dietro anche il somarino di giunta, se volse che se la riprendessero. Le racconta, le sue storie, ondeggiando di fronte a qualche banco di bar, biascicando canzoni da alpino o chissà cosa, inveendo col mondo, facendo il saluto militare con la mano ad altezza b?schero, poi ogni tanto prende, e sparisce. Va via su quella sua Vrespina che il Grande Dio dei Briaghi tiene diritta anche su dei lastroni di ghiaccio che noi, schietti, si fa fatica a starci in pie- di, e anche le galine cascan giù e i gatti fan la slitta a unghie in fuori per frenarsi. Si rintana nella baracca di tavole che gli fa da casa, o in giro per le strade dei monti a cercare qualche bugo aperto con qualche altro strascino dentro, che d'andare a letto fretta non ce n'è. Ma a volte va in un altro posto; mi fa: "Chi vuoi che ti saluti?" solo a me, lo dice, non so perché‚, e io gli dico: "Questo, o quello" oppure: "O tutti!" E lui prende e passa la Chiesa e il Vivaio, si lascia dietro le luci del Club 77 ben in alto nella notte nuova di Pavana e va al cimitero, a parlare coi morti. Arriva e saluta i morti che si alzano a salutarlo; preferiscono quelle sue visite notturne, loro notturni per necessit…, alle noiosit… delle chiacchere di famiglia delle domeniche e del due novembre. Non sono b?scheri, i morti; che voglia possono avere, dopo quei riposi forzati sotto la tèra umida e grassa del castagniccio, star l? ancora una volta a sentir lamenti e piagnisteri, orazioni e piccole storie solite, o recriminazioni o quotidianit… di spose invedovite e che sanno di naftalina e vecchia loro che le hanno conosciute (quegli òmini) giovani e odorose e pimpanti. Hanno ma voglia di sentire le novit…, e storie a dirigibile delle Asie e delle Americhe, e chi ha trombato chi, chi è in arrivo, l'orecchio teso ai ritmi nuovi delle domeniche e delle feste, una volta strani e incomprensibili ma ora, ora che sanno quasi tutto, ben presenti nelle loro fantasie, la testa voltata verso il vicino Club (club, pensa t‚!) dove i loro eredi più pistolli di loro cercano ancora una volta di vivere, e di scordarsi. Lui gli racconta e gli dice, con la sua voce monotona da inciuchito, anche se a volte non si capisce bene quello che dice, e qualcuno (moralismi soliti, strani anche, fra morti) gli fa, dice: "o via briago!" ma un momento, un attimo, perché‚ tanto capiscano poi tutto, e c'è la risata, e la curiosit…, e la sorpresa, e sentire chi è diventato l'anvòde di chi, e chi passa ora sulla strada, e quanto tiene un TIR e a quanto va, che la Centrale l'han tirata giù del tutto, quante sono le case nòve e chi ci sta, che ci…nno tutti l'acqua cor‚nte, e il riscaldamento in casa (s'avesse noi, ora, acid‚nta chi sta al mondo!), e il gas col bombolone fuori, e la televisione con cento canali, e s'ha le macchine anche noi, mia solo i vilegianti. E che macchine! C'è tutto un dire, un fremere, un domandarsi, che corre come una raffica di vento o di tramontana o di scirocca (secondo stagione), da l? in su verso le Casette, o da l? in l…, verso sud a Sambuga, verso nord-ovest a Fondamento, passando per il Cason d'Eg?dio, o a Est e traversa il fiume all'altezza del Pontaccio e va di l… da l'acqua, e piega un attimo i rami dei castagni o dei cerri o delle fiòppe o delle v‚tiche e li fa gemere, e fa rimanere un istante interdette le bestie di notte che si fermano immobili improvvise sulle zampe e alzano il muso e odorano e con gli occhi accesi forano quel buio di fiuto e di udito che qualcosa passare è passato, ma cosa? Poi ripartono, ma più incerte, più paurose, perché‚ nel sangue han sentito che i loro nonni hanno avvertito quelli che li spaventavano un tempo e che non c'erano più, ma per un momento sono tornati. Passano a ventata nelle foglie che si sono accartocciate al sole o marciscano all'acqua, fra i ricci e le castaggne bughe, fra la tèra che ogni tanto brillanticchia di quarzo e mica, fra gli scopicci, le felci e le roggiole, e si ferma la bòtta che ansima greve o la lumaga che mangia un ciupadèllo o un gal‚tto o una morèlla (c…cchi no, perché‚ non fanno più), o il frustone nella tana e il ghiro che morde la cuiora e gli fa quei buchi tondi, o dove goccia la sorgente o buttano i cucamegli, fra le carte e le latte che ora son da per tutto, fra le case abbandonate e quelle rimesse a posto, dal Crocione del crinale fin in basso, fino al buco più fondo del pozone più fondo e nero del fiumme. Ma un momento, un soffio. perché‚ tutto riprende come prima (deve riprendere), e le luci dei fanali (s'ha l'illuminazione, e l'asfalto, 'rcod?ose, anche noialtri) gettano luce su quelle stesse case rimbellettate e riariciate, le stesse s?, ma così diverse, come i nipoti, gli stessi, ma così dimentichi, così più vuoti come guscioni, persi nella notte a dormire e a sognare chissà quali cose suggerite da voci cinguettanti di presentadore e altri vari pistolli in frullari di cosce che così, ma dav‚ra, non facevano proprio; ce ne fossero state! Resta Dante-Poldo che se ne torna giù ancora brociolando a mezza voce tutti i suoi fantasmi e i suoi pensieri, e un altro abbaialuna che cerca il ruiare del fiume, guarda quella luna tonda come un culo tanto è il lugore verso il Latosa, e ricerca, nel vento e nella notte e nel fiume e nell'ammiccare della Chioc- cia o del Carro e nelle curve a sfumature misteriose dei monti e in un rumore di camion con l'anso che cambia lungo la statale tutto quel mondo che non c'è più, e che non si ritroverà. Loro dicano: "Godetevelo pure voi, quest'altro qui, pòri sciamanni. Noi non ci si pensa più!" Glossario. Quanto segue non vuole essere un glossario ma semplicemente un esame divertito di alcune parole che possono suonare misteriose a orecchie a volte toscane a volte padane (siam nel mezzo!) o prestarsi ad equivoci interpretativi. Aggaravellato: lo dico di calze che, invece di rimanere ben dritte e tese rette su da un valido elastico, per mancanza o insufficienza di questo discendono mollemente sui calcagni, disponendosi a rotolini attorno ad essi, spettacolo tristo quanto altri mai soprattutto in femmine o, per maschi, con calzoni alla zuava, ora fortunatamente scomparsi. Duole ammetterlo, ma la locuzione non è del linguaggio epafanesco, bens? un prestito dal modenese, mia distratta invenzione e contaminatio, perché‚ poi l… si dice a garandèla, di dove mi sia sortito quindi quel garavèla che, come tutti sanno, è il nome di un tipo di colla, lo sa solo il Signore Iddio. …glia: naturalmente ala, ma nella forma più antica e letteraria: Volgiti addietro ch‚, se alie non hai non puoi da me fuggir, can rinnegato (Pulci, Il Morgante). La palatizzazione epaf…nica è frutto evidente di ulteriore arcaicit…, come nell'antico senese mir…cogli, animagli, ecc. aldamme: si comincia a sentire la Pad…nia, a un Km. più a sud si dice già c—ncio, alla toscana. E' letame, come aldamaro è letamaio, fossa che lo custodisce e rinserra. La Pad…nia mia tutta però, perché‚ se vai già verso il reggiano è rud la voce che ti servirebbe. anvode: altro emilianismo chiaro; è nipote il toscano corrispondente. …pise: ovvero l'…pise. E' di quelle parole con l'articolo ballerino, come la l…ccia (dal lat. …cia: gugliata, matassa di filo), l'areclame, il lamo o l'ancor più famosa ar…dio, quest'ultima da scrivere con l'articolo indeterminativo rigorosamente senza apostroto; c'è anche, locale, lAdaldi, che è poi la fabbrica Daldi e Matteucci, sede di Porretta Terme. arboconare: è l'italiano rimboccare, ma nel senso letterale di Tornare verso la bocca, lo si usa quando il fumo del camino o di un fornello invece di andare dove le cappe vorrebbero fa di sua testa e prima di salire al cielo compie un giro per la cucina e il tuo gruppo occhi-naso-gola. Nulla vieta però di arboconare anche le coltri. arcaciare: ricacciare, ma nel senso di vomitare. Lo sta sostituendo, ormai, il più raffinato rimettere, da cui la facezia: Il bravo giocatore di tresètte prende e rimette! inevitabilmente usata quando si torna a giocare nella bussata del compagno simulando, con allegrezza, un conato. argufolato: accovacciato, avvolto su se stesso, Zioner?co diceva: Int al mine dal Tex bsoggna lavorare argufol… su comme gumiscesi! nelle miniere del Texas è giocoforza lavorare avvoltolati su se stessi come gomitoli. Stessa la posizione di chi, rimpiatato dietro ad un c‚sto o cespuglio, impegnato in giochi amorosi, per non farsi scorgere o sorprendere è costretto a scomode ed acrobatiche posizioni. armondare: ripulire i castagneti, detta cosìsembra facile ma ce ne voleva, del tempo e ce n'era per tutti. Durava mesi. Si cominciava a scamaiare, cioè a potare, poi c'era da rastrelare le foglie vecchie, da tagliare i cespugli e le ragge, da spazare con le scope di spino bianco. Insomma, alla fine il sottobosco pareva un biliardo, da giocarci a goriziana con le castaggne, quando crodavano. arvisare: ravvisare, ma più nel senso di assomigliare. bacilare: leggerai vacillare (c'è, c'è il passaggio dalla labiodentale alla bilabiale, soprattutto nella Toscana nord-ovest la degeminazione della i è ovviamente emilianismo) Il Devoto-Oli ne dice: Con riferimento a facolt… intellettuali e morali, venir meno; rivelare incertezza o perplessit…, ed è appunto il nostro caso. balugano: in altre vallate i b. son quelli che stanno più in basso. Da noi in alto o in basso, sono coloro che non brillano per astuzia. Il DEI ha un balucano = di vista corta. Qui lo intenderai in senso precipuamente morale. balzo: vecchia giacca ripiegata astutamente in modo che, posta sulle spalle, le protegga da un carico scomodo o eccessivo. Il collo della giacca, alla rovescia, incappuccia la fronte; allora mi sa che l'antica acconciatura femminile (XIV, XV sec.) con lo stesso nome ne sia la lontana ispiratrice. (a)basgio: in luogo dove non batte mai il sole, ma non l?, a tramontana via. In lingua è "a bacio", come coltamente scrive il Vate d'Annunzio: "Le mura della casa, i quattro canti / l… il sole in Dio si leva e l… si colca / quello è bacio e quello è solatio". Noi però si dice "a sol?o". batidora: se trebbiare si dice battere, allora la b. sarà la trebbiatrice. bici…ncola: è l'altalena che si forma mettendo un'asse in equilibrio su qualcosa, gioiosamente spingendo in su e in giù. La voce esiste in qualche vocabolario di lingua. Si può anche fare (ma ciò è negativo) spingendo all'indietro la sedia per dondolarsi sulle sue gambe posteriori, vizio maledetto che hanno i ragazzi (acidènta a loro!), che ne vengono rimbrottati, perché‚ le scranne si sg…ngherano, poi chi le agiusta, t‚ da grando? Fare bici…ncola è quindi locuzione usata per lo sdondolare di qualcosa. Non si confonda naturalmente questo tipo di altalena con quella sorretta da corde, che sarebbe la bindolla. (p. 119) bòchia: boccia; a volte la voce è ironicamente usata per indicare la testa. bolata: gruppo di funghi nati vicini, in territorio più o meno ristretto. Trovare una b. è al massimo delle aspirazioni del cercatore di funghi, anche perché‚ tendono a rifare nello stesso posto. Trovatala, la si tiene rigorosamente segreta, e la posizione la si tramanda ai figli in punto di morte, come una mappa del tesoro. Ecco perché‚ se due fungai si incontrano questi scuoteranno mestamente la testa, affermeranno che l'anno non è buono, che c'è più cercatori che funghi, che tanto valeva stare a casa, e si allontaneranno lamentandosi guardando di sottecchi se uno segue l'altro. Salvo poi, in riunioni conviviali, vantarsi di favolose b. formate da quantit… impressionanti di funghi, trovate in anni mitici e ormai lontani nel tempo e nello spazio. (p. 21) bol‚tta: chiodo a testa larga da mettere in buona quantit… sotto la suola degli scarponi nei punti critici per risparmiare l'usura del cuoio. Danno al procedere un suono ritmico e caratteristico, soprattutto sui lastroni (altro che gli stivali chiodati dei tedeschi: c'era da portare in giro un chilo di scarpa e uno di fèro!). Non solo, ma colpendo il sasso in maniera giusta, ne sprizzavano vivaci scintille a fiamma (sfiamarade). Borda: è un essere fantastico, o strega o ba-bau o Befana però maligna, usato minacciosamente dai grandi per incutere timore a quei mostri di ragazzi, che non stan mai fermi. A volte è legata in qualche modo all'acqua, soprattutto quella di pozzi o Pozoni. "Non sporgerti, che c'è la B. che ti tira di sotto! bordigone: per i bolognesi è lo scarafaggio, per noi un grosso insetto volante in genere. Particolarmente, quello ®dalle ali d'oro¯ è la Cetonia aurata, spesso chiamata Maggiolino, anche se il Maggiolino vero e proprio non ci… colpa. botaccio: l'it. è bott…ccio ma credo che la voce sia sconosciuta ai più. E' il bacino di raccolta dell'acqua del mulino, si inizia a monte sbarrando il fiume con la pred‚ra (da pr‚da-pietra, V. p. 42) provvisoria diga di sassi, e l'acqua cosìdeviata diventa gorèllo, che prosegue poi, fra muri regolari, nella gòra, e da l? si allarga nel più vasto b. Qui, aprendo apposite paratoie, l'acqua schizza violenta contro le pale e le fa girare. (p. 18) bòtta: è voce di lingua, seppure toscanismo, e infatti i più dicono rospo. br‚ve: nella locuzione: "da farsene un...", cioè di cosa di nessuna utilit… o interesse; il brève (ma noi si pronuncia chiuso) è poi uno scapolare, piccolo contenitore di stoffa per medagliette e altre immagini sacre da portarsi al collo, o per fede o perché‚ non si sa mai. Il modo di dire la dice lunga sulla fiducia taumaturgica riposta nell'oggetto. D'altra parte, anche nel Pataffio si legge ®appiccar brevi¯ nel senso di ®raccomandarsi invano¯. brochetina: dim. di bròcca, che in lingua significa anche ramo ("Oh! Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini!" recita il Poeta.) Quindi la sbrocatina di p. 75 sarà da intendere come colpetto dato con un ramo. bristullo: la voce è bolognesismo raccattato negli anni '50, comprensibile dati i frequenti contatti per la presenza di vilegianti (ma il gusto locale era più sull'uso del lupino). Il brustullo è il seme di zucca salato, che fino agli anni '60 veniva ancora giustamente venduto nei cinema al modico prezzo di 50 lire la bustina. Si aveva cura di acquistarne in grande quantit… e, dotati di abilit… dovuta alla lunga pratiCa, si sgusciavano rapidamente fra i denti davanti e si masticava con soddisfazione durante tutto il tempo del film. Naturalmente il terreno si ricopriva di gusce vuote, unico svantaggio, per lo spettatore, dovere alzare notevolmente la gamba per entrare fra le file e mettersi a sedere. Comprensibile, forse, l'ostilit… degli addetti alle pulizie, che ne decretarono la scomparsa. Oggi si mastica il più eso- tico e asettico pop-corn, ma la differenza c'è, e si sente. (p. 68) butino: in it. bottino, piccola botte, ma con rapida meton?mia si indica qui il liquame del pozzo nero usato, dopo prudente diluizione (se no brucia tutto!) per concimare. (p. 44) calc‚dro: questo è un bizantinismo (coio!). Il secchio di rame per l'acqua, col quale la si pesca dal pozzo ed è sempre appeso, pieno, ad un gancio, vicino all'acquaio, è cosìchiamato con voce greca dell'Esarcato *cha[co]-chytrum dal gr. chalkos rame e chy'tron vaso, pentola. Ovvia la successiva riduzione per aplologia. (p. 32, 42) caponi: ciliege, ma anche prugne, private del nòcciolo (cioè sbibate, da bibbo: nòcciolo) e messe a seccare. L'operazione iniziale è simile a quella per trasformare normali galletti in capponi; da qui il nome. (p. 18) casetta: non piccola casa; qua torniamo al significato latino del termine, e abbiamo quindi una capannuccia o una rustica costruzione a secco atta a custodire attrezzi agricoli o da usare come riparo momentaneo da improvviso acquazzone. (p. 38) cavanna: è s? capanna, se tradotto in italiano, ma nel significato di fienile in muratura, come argutamente si può leggere nelle "Note al Malmantile, 342" (1688): ®Faccia diventare il suo corpo capace quanto una stanza da riporre il fieno (che questo vuol dire Capanna)¯. D'altra parte, già negli Statuti Bolognesi del XIII sec. si può leggere: ®facere capannas pro feno et palea¯. Capanna e stalla erano di solito in un unico edificio, quest'ultima al piano terreno, la capanna al primo, e la si raggiungeva mediante una scala a pioli. (p. 64, 73). cavdoni: alari. Sono parenti (e non lo sanno) del capitone, la grossa anguilla natalizia, perché‚ tutti hanno la testa (caput) grossa. (p. 76). cèdda: siepe viva, fitta e spinosa, che non ci passi nessuno. Scrive il Bertoni: "Un altro esempio di variet… e molteplicit… di denominazioni, frutto della disparata meravigliosa fecondit… dello spirito umano, è offerto dalle voci che servono, nelle parlate della penisola, a designare 'la siepe'. (...) un'area veneto-emiliana, che per il passato dovè essere più estesa, è costituita da caedesa *-a..." Non resta che inchinarsi. (p. 26) Cibola: mitica localit… racchiudente favoloso tesoro e scoperta dal Capitano Francisco de Ulloa, comandante della flotta di Cortez, che fece vela dalla California meridionale nel 1539 e non fu più visto. Tutto ciò, almeno, nel capolavoro: "Zio Paperone e le sette citt… di Cibola" (Uncle Scrooge nø 7, sett. nov. 1954). Dov'è Cibola? Qui‚n sabe?... If I knew, I'd go there myself! cignare: fare segni a qualcuno, soprattutto in maniera furtiva. Questo verbo ce lo portiamo dietro da un pezzo. Si legge, infatti, nel medioevale "Statutum" di Sambuca e Pavana alla Rubrica XIII ®... et quicumque diceret aliquid in illa hora [tempo d'elezioni] vel cignaverit puniatur...¯ Oggi però si ciggna solo giocando a carte. (p. 136) cina: ipocoristico aferètico di focaccia; la c. è impasto di farina acqua e sale, cotta fra tonde pietre refrattarie scaldate al fuoco del camino. cosìsono i n‚cci, solo che la farina è di castagne. (p. 41) c?nghio: per Dante è una balza dell'Inferno; per noi, più modestamente, un luogo impraticabile, un grotto (v.) ricoperto di fitta vegetazione. (p. 30) ciupadèllo: boleto. Anche la morèlla (Russula) o il gal‚tto (Cantarellus) sono funghi. (p. 85) còcco: òvolo buono (Amanita caesarea), e infatti c. significa anche uovo. Come non ricordare infatti l'immortale verso: ®ecco ecco un cocco, un cocco per te¯ del Pascoli. colomba (acqua): quando, per improvviso accidente o leggera pioggia l'acqua non è più chiara, ma nemmeno torba: di quel bigino, appunto, che hanno certe colombe. (p. 9) cop‚tto: da còppa, arcaico e regionale per nuca, o meglio collottola, abbiamo il c., che proprio nuca non è, ma quella zona intermedia dove finisce il collo e la nuca comincia. Pulci usa coppino, anche noi, de le volte. Era quando il c. si faceva lanoso, che ti mandavano dal barbiere, che oltre a tagliarti i ciuffi ti rasava il c. e te lo sbatufolava d'odorosa cipria. (p. 79) crochioni: parola con forte contenuto dispregiativo, sta ad indicare un'etnia, e precisamente quella degli abitanti del Comune ma già più a sud rispetto a Pavana, e con inflessione appena un poco più toscana rispetto ai Nostri. Se uno, ad esempio, pronuncia un ®Te balli?¯ (it.: ®Ballerebbe con me?¯) al posto del più elegante e rapido ®T'balli?¯ del pavanese, questo lo identifica immediatamente e senza speranza come c., con le conseguenze del caso. Non chiara l'etimologia: forse da crocchia, come la testa, quindi c.=testoni dalla testa dura. Ho udito però, in altra vallata, dire da quelli di Fa- nano che quelli di Sèstola "cr—cchiano", anche in questo caso senza nascondere una profonda connotazione di disprezzo. (p. 38) cucamegli: ossia piccole cuccume; sono le primule. (p 131) descangayada: be', questo proprio non c'entra col pavanese. E' spagnolo-ar- gentino, dal noto tango "Esta noche me emborracho": "Sola, fan‚, descagayada...", a significare: "Sola, fan‚, sgangherata, l'ho vista l'altra mattina uscire dal cabaret..."; e dire che dieci anni prima era stata la sua follia! (p. 29) fighi: fichi alla toscana, capricci e ritrosie di ragazzi; frutti strani ed im- pensabili allora, tanto che li fa, come si nota, un pero. (p. 67) frustone: è un serpe (il f. è maschio, tutti, come si riproduca non si sa); no quella botara, e neanche la v?ppara. E' lungo e scuro e (tradunt) si difende puntando la testa sul terreno e, balzando in alto, frustando con rara violenza il malcapitato sulle gambe. Nessuno l'ha mai visto compiere tale operazione, ma c'è qualcuno che il nonno di suo nonno l'ha visto far così. Ma dav‚ra! (p. 84, 165) gòra, gorèllo: v. botaccio. (p. 36) gòrgola: in lingua sarebbe corba, e la nostra voce muover… da un *corbicola; è un ampio cesto di vimini, intrecciato a raggi molto larghi, usato per il fieno. Evidente l'esagerazione dell'A.: per tirar su un pesce con essa, data l'ampiezza delle maglie, bisognerebbe trovare nel fiume almeno un tonno di medie dimensioni, il che è francamente difficile, anche int al Pozone della Centrale. (p. 15) grotto: (in it. gròtto, antico e letterario) è un dirupo, una zona scoscesa, poco praticabile. (p. 18, 30, 93) iara: è variante antica e settentrionale di ghiaia, ma qui usata nel senso di greto di fiume (cosìusa "ghiara" il senese Vannoccio Biring—ccio nel XV sec.: "Ghiare scoperte, sopra alle quali l'acqua... lascia certa belletta arenosa". Ma anche D'Annunzio spara un ®Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate..."). Per dire ghiaia noi invece, per dispetto, si dice proprio ghiaia. (p. 9) imbuinare: impermeabilizzare con la buina, o sterco vaccino. La si prende, la si scioglie nell'acqua, la si spalma sull'aia. Si riseccher…, coprendo di un tenace velo il tutto. Altro che plastica, perché‚ la buina, come si può facilmente intuire, è biodegradabile. (p. 145) inculante: non c'entra la sodomia. In tutto l'Appennino (anche in leggere varianti fonetiche) questo aggettivo indica una persona (o animale) noiosa, importuna, insistente o antipatica. Anche ignorante non è colui che ignora, ma essere rozzo, di cattive maniere, prepotente. (p. 83) l…ccia: v. …pise. (p. 43) lai, latte e òva: credo si tratti di eufemismo; il termine interdetto sarà ladro, attenuato nell'imprecazione con tipica alterazione fonetica subterminale (cfr. putandro, p. 65). Per L. e o. il riferimento è quello dell'aringa (cfr. p. 31), quando la si sceglie (che cosìfa l'intenditore non affidandosi alla sorte), e chi le preferisce fernmine o da uova, e chi maschio o da latte (le sacche spermatiche). C'è però quelli a cui tutto piace, anche nella vita, e sono appunto da uova e da latte; ®da bosco o da riviera¯ dicono più poeticamente i toscani in questo caso. Sfugge invece il significato di sul ciuco; non sfugge la maestosit… dell'immagine. (p. 11) l‚zza: tipo di borraccina verdastra che cresce sott'acqua sui sassi del fiume, rendendoli sguillosi, cioè a dire scivolosi. Il piede d'appoggio, incautamente posato sulla l., parte allegro e svelto verso l'alto, e il corpo va diritto in direzione contraria: il rito di immersione nelle acque si compiva, in modo del tutto naturale, almeno una volta l'anno. (p. 10) lòffa: qui nel senso di vescia, (fungo del genere Lycoperdon), non in quello, spesso usato, di peto subdolamente silenzioso; è che la vescia matura, se schiacciata, si produce in una sorta di floff indifferente spargendo all'ingiro le proprie spore. (p. 63) lolino: affettuoso dim. di lòlo, il verme delle ciliege, ma esteso in genere ad altre larve. Pare derivi dal lat. avulus, e infatti, lo stesso verme è spesso chiamato anche nonno. (p. 80) maffia: eleganza spropositata e inaspettata, di chi, alla domenica mattina per la messa o alla sera della stessa giornata prima di recarsi al ballo, esce improvvisamente in seno ad una qualunque comunità odoroso di recenti lavacri e rifulgente di abiti nuovi, cravatte, capelli inchiodati all'indietro sulla testa da tenaci brillantine. Noi si fa una volta tanto, ma c'è gente che è di m. tutta la vita, come appunto A.L., quando non si traveste. (p. 51) magone: lo diceva anche una canzone degli anni '50: ®Il m. sai non è un grosso mago...¯ Muove dal longobardo mago (cfr. il Ted. Magen=stomaco) e significa ventriglio dei polli. (p. 79) marletta: il saliscendi de l'usscio di fuori; quando lo chiudi, a notte, ci metti di giunta anche il bracial‚tto, un puntale di ferro che si rinserra in un'anella. (p. 70) masg‚ra: quando si dissoda un terreno i sassi in dove te li metti, in bisacca? Allora ne fai mucchi in mezzo al campo, e questi sono appunto le m. mat‚ria: azione estremamente vaga e curiosa, stranezza, stravaganza, follia recondita o evidente, bizzarria senza nome: praticamente, tutto ciò non contemplato dal Rigoroso Codice Morale, come, ad esempio, leggere a letto o al cesso. (p. 44, 72) mèo: c'è un po' un salto: il m. è s? un garzone, ma dei carbonai, come il bòcia successivo lo è dei minatori di galleria. Non credo che i garzoni delle Batidore avessero nomi particolari, cosìho usato quegli altri. (p. 137) merlacquai: il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) è un ®uccello dei passeriformi, simile nell'aspetto a un grosso scricciolo, di colore nerastro, con gola e petto bianchi, comune presso i rapidi torrenti montani nei quali ricerca insetti, vermi, girini, pesciolini¯. cosìil Devoto-Oli, non è spiegato però per quale ragione gli spinaiòli (v.) ricambino i pavanesi con questo soprannome. (p. 38) mondine: come i successivi scerboloni (balotto e frugiata a p. 43) trattasi di castagne cotte in differenti maniere. Ora c'è da dire che le potevi s? cuocere in varie guise, ma sempre castagne rimanevano, che fan venire i fortori! (p. 42) msuraggnola: relitto linguistico locale, si dice: ®voce paracadutata¯ (è solo l?, attorno già dicono diverso); da mus aranea, topo piccolo come un ragno, è da noi la talpa. (p. 64) osanna: bell'eufemismo! Il termine interdetto è uccello, e già questa voce per indicare il pene è di per s‚ metafora, derivata ®da una concezione di tipo animistico¯. (cfr. grillo a p. 65) come osserva Nora Galli de' Paratesi. Sbalordisce il salto dallo scatologico al mistico. (p. 64) palaio: se ci aggiungi una elle avrai il pallaio, o campo per giocare a bocce. Ma v. bòchia. (p. 156) patòzza: muove da puttòccia e significa bambina, ragazzina; per ragazza più grande il significato è ironico. Esiste anche spatozare che sta per allevare, torre da fanciullezza, ma anche nel significato di cogliere fiore di verginità. Triviale. (p. 76) pignatini: i mirtilli, e le fròle sono fragole; ora li chiamano frutti di bosco. Son mò pignatini e fròle, pori b?scari, che frutti, int al bosco, tolto qualche sorbo non ce ne fa! Le mugliaghe non son di bosco perché‚ le armeniache o albicocche (Prunus armeniaca) fan nei giar- dini, se l'inverno non ha stricato di gelo. Le culore (dal lat. corylus per metatesi e qualcos'altro) sono invece le nocciòle. (p. 85) pirino: pulcino, o giovine pollo; dal grido onomatopeico piro piro! (cfr. p. 64) con cui le affettuose massaie chiamano a raccolta il pollame tutto per nutrirlo. (p. 36) pred‚ra: v. botaccio. (p. 76) raggia: Rubus Ulmifolius, o Rovo comune, colto nella sua più vivace tendenza, che non è quella di fare le mòre, ma di spingersi ogni dove irraggiando i suoi lunghi e spinosi rami. Là dove l'uomo ha abbandonato un luogo, ecco le ragge implacabili, a tutto invadere. (p. 35, 66) raionata: da iara (v.). Qui nel senso di ghiaia, o, meglio, di grosso ciottolo, con metà tesi iaronata>raionata. Un pavanese userebbe l'italianissimo "sasata": il vocabolo sottolinea la parlata rozza e greve dei crochioni (V.) colti nell'ignorante atto di uccidere una tartaruga, animale per loro inusitato, scambiato per un rospo con sopra una simbiontica conchiglia-lumaca. (p. 39) r‚mmola: da *remolere=rimacinare abbiamo r‚mola/o, vc. di area settentrionale per crusca. Non sarebbe dispiaciuto un Vocabolario della R‚mola. (p. 65) rinch?ccolo: in lingua sarebbe orichicco, che lo Zingarelli definisce: "Lattice che stilla dalle Rosacee", che sarà lattice, ma è più una specie di gomma dorata semitrasparente. Noi la si masticava, ma ci vòle 'na bella voglia di caramelle! (p. 148) rinsanguine: sanguinello, o Cornus sanguinea. C'è pieno, nel fiume, come di v‚tiche (v.) e di fiòppe, o pioppi. (p. 73) roban‚ra: che è poi roba nera, e cioè insieme di cereali come l'avena o l'orzo e di leguminose secondarie o scarti di esse (fave, c‚sgi, cisg‚rchie e compagnia) ridotti in farina con cui si impasteranno pastoni per bestie. (p. 38, 61) rodi: ruoti, al maschile; sono la sala-macchine di un mulino ad acqua. Posti di solito sotto terra, o ad alcuni metri più sotto del bottaccio (v.) perché‚ l'acqua, nel salto, acquisti forza, il r. (in it. ritrècine) è costituito da un robusto palo di cèrro a tronco di cono, collegato sopra con le macine e in fondo al quale sono fissati una quindicina di pale o cucchiai di legno di cèrro, i cadini. L'acqua, aperte le paratoie, picchia con forza l? contro e fa girare il tutto; nelle moderne centrali idroelettriche ci sono le turbine Pelton (Lester Allen, 1829- 1908) e il loro rendimento è solo del 13/15% superiore ai nostri vecchi ritrècini in legno. La meraviglia dell'acqua che fa girare il mulino colp? anche, nell'85 a.C. (circa), la fantasia di Antipatro di Tessalonica che, tirando in ballo le ninfe, scrisse un epigramma sui ruoti. (p. 35, 61) roggiolai: da roggiola, o ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius); sono cosìchiamati gli abitanti di alcune frazioni del Comune; come a di- re: "O d'in dove venite (pòri b?scari!) che da voi ci fan solo le rog- giole!" (p. 38) rosa: femminile sostantivo del part. pass. roso (di rodere) è toscanismo per pizzicore, prurito. (p. 65, 121) ròsta: una lunga trincea di terra e frasche che serve a trattenere le casta- gne, perché‚, quando cròdano (le castagne non cascano, cròdano!), seguirebbero la loro natura ruzzolina e dovresti andar ad arcatarle in fondo al fiume. Padre Dante usa la vc. come ®intrico di frasche¯ (®...fuggendo s? forte/Che della selva rompieno ogni r.¯). Pare venire dal longobardo *hrausta=fascio di frasche. O d'in dove le andiamo a prendere noi, certe parole?! (p. 30) rotta: quando neva molto, e in mancanza di spazzaneve ti devi aprire la strada a forza di pala; non c'entra la nave, ma il lat. rupta (via), o via aperta attraverso ostacoli. (p. 62, 67) rumadgo: odore caratteristico di chi, da tempo, non lava se stesso e gli abiti che indossa. Viene dal latino tardo aromaticus, e bisogna am- metere che c'è aroma e aroma. (p. 38) scosato: è participio passato di scossare (arcaico o regionale), non di scuotere. Se posto alla fine di una frase indicante azione, sta a dire che quell'azione non si ha veruna voglia di compierla, diniegando con tutto se stesso. Per intenderci meglio: a volte, per dare più effi- cacia al proprio dire, si sottolinea il participio afferrando a due ma- ni i propri genitali e scotendoli (o scossandoli, a piacere) in maniera vigorosa. (p. 80) sgazurla: allegria immoderata, non derivata dalla gioia di serene ricrea- zioni ma spesso alimentata artificialmente dall'alcool. (p. 76) s‚mplice: nella locuz.: far o saper 'na s. sta per sega; qui non è tanto riferito al turpe vizio della masturbazione, ma genericamente inteso come non saper fare una cosa di pur grande facilita esecutiva o non conoscere nulla. L'eufemismo è questa volta volutamente malizioso, derivando da una canzone goliardica: Vieni mia bella vieni, vieni con me in botega, io ti farò una s‚‚‚... (e qui si sostava con complicita) ...mplice dichiarazion d'amor. Discutibile il gusto, ma la metafora entrò e resta nel linguaggio comune. (p. 78) sparare: si badi che qui non significa usare un'arma da fuoco ma, (cfr. anche p. 79) fendere per il lungo. (p. 67) spinaiòlo: il pavanese verace cosìdefinisce gli abitanti di Pavana s?, ma dall'altra parte del fiume. La zona, si è detto, ha terreno e vegetazione diversa, e vi abbondano arbusti spinosi. (p. 38) strad?o: non c'entra il Divino; è grande quantità di frutta caduta, sparsa per strada; per metafora, grande quantità di 'gni cosa. (p. 46, 93) strichetto: avete presente quella pasta fatta a farfalla? Noi, quella pasta e le cravatte a farfalla, le chiamiamo così(da stricare=stringere, cfr. p. 92), perché‚ stricate int al mezzo (p. 47) stròzgo: il Pr—gnolo (Prunus spinosa); per me (ma si prendon delle cantonate, a volte!) viene da strosicare, antico per strozzare, e questo rivela abbondantemente il sapore dei frutti di questa pianta, che legan la bocca come nemmanco le sorbe acerbe. Il marugo è invece l'Olivello spinoso (Hippophae rhamnoides); se ci metti anche robinie, ragge e spini bianchi intendi bene il significato di spinaiòlo (v.) sovranomme di quelli "d dlà da l'acqua" (p. 101) strub?ccio: da strubiciare per strofinare deriverà s. nel senso di straccetto, cosa di poco conto. Nel nostro caso, di scarsa venustà. (p. 154) s—ngia: dal lat. med. axungia, che viene a sua volta da axis=asse e ungere, il grasso usato per ungere le ruote dei carri. Di solito, con quei pezzi di grasso di maiale gelosamente serbati (che non si butta via niente verod?o) ci s'ungevano gli scarponi (cfr. p. 69), per tentare di sladinarli un po' all'inizio, e per preservarli ed impermeabilizzarli poi. Si sapeva un po' di rumadgo, ma s'andava via ragazzi che neanche coi Munbut. (p. 17) svèrnie: qui con s intensiva, perché‚ è poi vèrntia, lamento, chiasso che si fa piagnucolando. tasèllo: il pavimento di tavole di castagno, appoggiato su travi di castagno; diventa evidentemente soffitto fra un piano e l'altro. Dice una canta popolare: "Balla pur bene e non badar tassello, finito quello se ne fa un più bello". L'ultimo, quello che dà nel sottotetto, al SOlito non di tavole ma di canne e gesso, è il t. morto. (p. 36, 44) tromba: non l'omonimo strumento, ma, come si intuisce più avanti nella pagina, il condotto forzato del botaccio alla cadinara; (V. rodi) tupare: anche tappare, ma soprattutto chiudere qualsivoglia buco con qualsivoglia cosa. vacche: se non sapete l'italiano non è mia colpa mia! Sarà popolare toscano, ma i Cruscaioli già hanno questa voce e traducono con incotti delle cosce; è quando uno sta a carni gnude troppo vicino al fuoco, e gli si disegna sulle gambe tutto il reticolato delle vene o quello che è, per la dilatazione dei vasi sanguigni, in modo tale da ricordare la pezzatura di certi ruminanti. vassorare: pulire il grano dalla pula o locco con la vassora (da vas-missorium) un vassoio di legno ricavato da un unico blocco. Si fa saltellare il grano contro vento, in modo che questo soffi via la più leggera pula. v‚tiche (dial. v‚dghe): pianta principe del fiume, è il Salix vimipalis. L'uso principale sarebbe tagliare i rami in stagione (in questa fase chiamati stropèlli) per poi mondarli e, una volta seccati, usarli per intrecciare panieri. Ci sono usi secondari di non secondaria importanza: fra le v., nel folto di esse, ci si può arpiatare o per sfuggire a qualsivoglia indesiderata cosa o per giocare, con più tranquillità, al dottore o ad altri equipollenti giochi più grandicelli. Il solo guizzare saettante di uno dei suoi rami poi costituirebbe anche notevole deterrente per bizze e convenevoli della stessa risma; se necessario, era possibile si arrivasse anche al dunque, e il ramo di v‚tica si posava più volte sulle gambe dello sfortunato (se era così bischero da farsi chiapare). vidara: ho sentito toscani usare l'italianissima parola verzò; è la pergola. vizadro: Clematis Vitalba. Non è l'Erba Pantagruelion, ma per i suoi molteplici usi ci si avvicina: si arrampica e ricopre con liane festose, anche se è da dire che non reggono un gran ch‚ se uno vuol farci Tarzan. Le stesse liane, secche, troncate, possono essere fumate a mò di sigaro (senza respirare, sia chiaro, e i germogli giovani, previa bollitura, si usano in primaverili frittate. FINE.